venerdì 30 dicembre 2011

Operazione diabolica - John Frankenheimer (1966)

(Seconds)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
SPOILER. Randolph è un medioborghese oltre la mezzetà, più o meno senza sbocchi, chiuso in una vita buia... da un poco sembra essere pedinato (bella la sequenza iniziale) e torturato telefonicamente da un amico... peccato che quell'amico sia morto. Andrà ad un appuntamento per capire cosa sta succedendo e si ritroverà dentro un'azienda che cambia l'identità e la vita, senza che tu lo voglia, semplicemente ti scelgono e ti cambiano vita. Randolph subisce un intervento di plastica facciale e diventa Rock Hudson (ah ah ah ah), si trasferisce in California dove farà il pittore, ma le cose non andranno per il verso giusto e l'azienda che cambia le vite non avrà ancora finito il suo lavoro.

Film affascinante, dall’idea originale e decisamente ben realizzata (in fondo l’assunto è semplice, una ditta permette di cambiare letteralmente la tua vita, solo che non da possibilità di scegliere quando) con un colpo di scena finale, prevedibile, ma orchestrato in maniera da colpire in ogni caso.
Frankenheimer da sfoggio di tutte le sue capacità molto anni ’60, con camere ravvicinante, che seguono i personaggi in maniera ansiogena e con montaggio rapidissimo, tutto avviato a dare un senso di claustrofobia che dona al film quel qualcosa in più. Il problema è che esagera. Si dilunga sempre troppo, troppo lunga la sequenza del baccanale hippie, troppo lunga della festa in cui Hudson si ubriaca, troppo lunga la disperazione del protagonista alla fine del film. Il film rimane orginale, ma perde molti punti.

PS: titoli di testa di Saul Bass che introducono fin da subito in un ambiente malato.

giovedì 29 dicembre 2011

Muertos de risa - Alex de la Iglesia (1999)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale con sottotitoli in inglese.
Un duo comico si forma per caso e ancor più per caso raggiunge il successo. Dei due il più spontaneamente comico non è in realtà interessato all’arte di far ridere, scatenando le invidie dell’altro; il primo dei due poi sarà a sua volta scontento per la parte che dovrà interpretare. Le piccole invidie dei due cresceranno negli anni, diverranno patologiche, avveleneranno la vita di entrambi fino alla conclusione… che è in realtà l’inizio.

Film di De la Iglesia che spinge sul grottesco in maniera invidiabile, con una coppia di personaggi sfigati e tristi anche durante la loro maggior fortuna e che si rovinerà per la mancanza di dialogo fra loro… però per il resto manca tutto. Si il grottesco è una componente sostanziale del regista spagnolo, così come l’eccesso visivo che in qualche punto c’è, ma sono proprio i personaggi a non rendere per nulla. Non c’è mai una reale cattiveria, non c’è mai un reale traino: il punto di forza dei suoi film più riusciti è calare brutti persone in ambienti ancora più brutti e far vincere il personaggio negativo che meglio riesce a muoversi. Qui tutta questa componente viene a mancare e si assiste, divertiti (ma neanche troppo), alla discesa verso il basso di due perdenti… niente di che.

mercoledì 28 dicembre 2011

Orfeo - Jean Cocteau (1950)

(Orphee)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Secondo capitolo della trilogia cominciata con Le sang d'un poète.

Una rivisitazione in chiave moderna del mito di Orfeo, immesso in una città francese degli anni ’50. Orfeo diventa un poeta e da il destro a Cocteau per continuare il discorso iniziato in Le sang du poet sul ruolo dell’artista nella società, in questo caso come ponte fra i mondi… ma francamente questo è il meno. La storia è surreale nelle scene iniziali, poi si fa via via più razionale ed inerente al mito, di pari passo le invenzioni visive da rade si fanno sempre più fitte, con l’espressione massima nelle immagini dell’aldilà.

Ecco il punto del film è, come sempre in Cocteau, l’immagine. Cocteau amava gli effetti visivi (oggi diremmo effetti speciali) ed era un maestro nel realizzarli affinché stupissero, ma soprattutto, creassero un mood adatto al clima del film. Trucchi nelle prospettive, nei paesaggi che sono in realtà pavimenti inquadrati dall’alto, specchi che sono porte fatte d’acqua, il rewind nel far resuscitare le persone o nel mettere i guanti, le orchestrazioni perfette nelle scene in cui si inquadrano specchi che in realtà non esistono ecc… poche sono le idee realmente, ma in questo film vengono utilizzate in maniera maggiore che non ne La bella e la bestia e sono poste in un film con una trama, una storia, vera e propria (che mancava in Le sang du poet) che ne semplifica la fruizione e che ne giustifica l’utilizzo.

PS: quando il paesaggio fuori dall’auto viene mostrato come il negativo ella pellicola credo sia impossibile non pensare a Nosferatu.

martedì 27 dicembre 2011

The loved ones - Sean Byrne (2009)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in italiano.



Un ragazzo che si incolpa della morte del padre rifiuta, con garbo, di andare alla solita festa di fine college... purtroppo la ragazza (ed il suo padre psicotico quanto lei) non apprezza, rapisce e tortura il ragazzo...
Altra sorpresa sul genere torture movie/sequestri, questo film australiano conquista immediatamente per la confezione decisamente ben curata, che si fa spettacolare nelle scene della finta festa da ballo; bella l’ambientazione vintage e splendidi i personaggi… ovviamente mi riferisco agli antagonista, dei pazzi molto ben realizzati con una spruzzata di possibile incesto che da a tutto un tocco più fuori di testa della media. Poi però anche Sean Byrne si dà da fare, con un uso delle musiche vintage assolutamente ragionato e qualche vero e proprio colpo di classe alla regia (su tutte, la scena in cui i due ragazzi fanno sesso in macchina e il montaggio sembra suggerire che vengano scoperti dal padre…).

Però,vedendolo a poca distanza da 5051 Rue des Ormes, è impossibile non fare dei confronti tra i due. Tra i due la confezione è sempre molto alto, ma direi che questo film vince, calca molto di più la mano, ma non esagera mai nel kitsch fine a se stesso; la famgilia di matti di The loved ones è di molto migliore dell’altra per l’eccesso a cui arrivano, per l’assenza di uno scopo reale che li rende più pericolosi e per il personaggio del padre succube volontario che è grandioso (inoltre la ragazza vince il premio per la pervicacia nell’ammazzare tutti). Quello che 5051 ha di vantaggio è la credibilità, fino al colpo di scena finale (implausibilissimo), la storia è trattata come un’analisi di una famiglia disfunzionale, ma in equilibrio, che viene disturbata dall’arrivo di un corpo estraneo, in questo film non c’è nulla che sia verosimile (i ragazzi in cattività, la lobotomia, la fuga, ecc…); inoltre 5051 ha una maggior asciuttezza, in due scene racconta tutto il background, tagliando via tutte le parti inutili e giungendo rapidamente al punto, The loved ones decisamente no…

lunedì 26 dicembre 2011

Il corvo - Henri-Georges Clouzot (1943)

(Le corbeau)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
In un paese della provincia francese (durante l’occupazione nazista, nota di costume che non viene mai mostrata nel film, ma di fatto è ambientato in contemporanea con l’epoca d’uscita), un anonimo comincia a spedire lettere in cui vengono messe a nudo le attività illecite, le piccole e grandi prevaricazioni e la vita privata più perversa (per l’epoca) di diversi personaggi illustri e gente comune della città. Tutte le lettere poi sembrano concentrarsi soprattutto nei confronti di un medico…

Prima di tutto la storia è una figata, buona l’idea, entusiasmante lo svolgimento (su tutto la scena in cui, al circolo, i vari personaggi seduti al tavolo tirano fuori le lettere ricevute, sparlando gli uni degli altri), fantastico il finale, con una serie di show down finali che si concludono poi con il dubbio (davvero è stata solo quella persona?!) e soprattutto il finale è certamente prevedibile, ma tutti i prefinali fanno completamente perdere il senso di prevedibilità.

Poi ovviamente la regia di Clouzot, che ci mette piccoli tocchi di stile (la scena del dialogo fra il protagonista e il vecchio medico alla luce ondeggiante della lampadina) e veri e propri colpi di genio (la fuga della suora dalla folla… folla che non si vede mai, si sentono solo le grida, ma il senso di inquietudine e di disperazione è assolutamente perfetto).
Infine, ovviamente, il cast è assolutamente all’altezza della prova richiesta.
Il film entusiasma dall’inizio alla fine senza momenti di stanca. Magnifico.

PS: la realizzazione del film creò non pochi problemi al regista, in quanto il governo di occupazione nazista ci vide una critica alla società da loro “creata”, impedì la distribuzione del film fin dopo la fine della guerra e impedì al regista di realizzare altro.

venerdì 23 dicembre 2011

L'uomo che sapeva troppo - Alfred Hitchcock (1934)

(The man who knew too much)

Visto in VHS.
L’originale Uomo che sapeva troppo è molto simile al più noto remake anni ’50, se ne discosta solo nel finale. Inutile dire che tra i due questo film degli anni ’30 è decisamente il peggiore.
Hitchcock non ha ancora tutte le idee o le capacità per realizzarle, che avrà nei decenni successivi. Il ritmo latita in qualche punto e la storia nel complesso appare molto più farraginosa che non nel film con James Stewart.

Detto ciò però questo rimane un film abbastanza godibile con alcuni momenti molto belli. La cosa migliore sono le location, lugubre il giusto quella nella chiesa e perfettamente squallida quella dal dentista. Buona la sequenza ella doppia telefonata in cui rimane il dubbio il più a lungo possibile su chi sia riuscito a chiamare per primo (questo è forse il momento di maggior suspense del film), ma è da ricordare anche la scena del tentato omicidio durante il concerto.

Inoltre credo sia da notare che al suo primo film non tedesco, Peter Lorre, da vita a un cattivo normale e controllato, una rarità nella sua filmografia decisamente sopra le righe.

giovedì 22 dicembre 2011

La vita è un miracolo - Emir Kusturica (2004)

(Zivot je cudo)

Visto in tv. Bosnia 1992. Luka, ingegnere arrivato da Belgrado in un paesino di montagna con moglie soprano un po' nevrotica e figlio abile calciatore, vede la sua vita mutare rapidamente. Lui e' li' per costruire un tratto di linea ferroviaria ma la guerra scoppia, la moglie se ne va, il figlio viene fatto prigioniero e lui e' richiamato nell'esercito. Per di più, quando gli viene affidata una giovane prigioniera musulmana se ne innamora. (mymovies).

Kusturica fa il solito film caotico, per accumulo di immagini implausibili e grottesche, dove il dramma è unito all’ironia e all’irreale… ma stavolta pare eccessivo. L’incipit è confuso come non mai, ma quel che è peggio sembra esserlo apposta, senza un motivo che non sia di farlo alla “Kusturica”. Ma volendo anche Underground aveva un intro eccessivamente casinista… Poi il film si libera della zavorra e porta avanti la storia d’amore impossibile fra il serbo e la bosniaca, mentre accumula frecciatine contro la stampa ed il diffuso menefreghismo nei confronti della guerra a Sarajevo… Ma anche qui le poche immagini surreali (come la visione fluttuante nell’aria del protagonista che taglia l’albero con il figlio) sembrano messe li a bella posta e non si vede neppure una grande idea veramente originale.

Tutto sommato un film che, dopo il pesante inizio, si fa visibile senza problemi e dipana un melodramma anche notevole… Ma non è un granché se si considera chi c’è dietro la macchina da presa.

mercoledì 21 dicembre 2011

The karate kid, La leggenda continua - Harald Zwart (2010)

(The karate kid)

Visto in DVD. Karate kid… la prima cosa che mi viene in mente è: c’era davvero bisogno di rifarlo?! No dico, posto che Jackie Chan è una scelta buonissima per sopperire all’insostituibile Maestro Miyagi originale; ma tolto lui, che bisogno c’era di rifarlo? Che attualità ha? Non mi pare ci sia una recrudescenza dei film di arti marziali e non mi pare che ci sia una nuova moda in quel genere di sport… Mah.

Comunque l’ho visto ad ora tarda mentre ero cotto duro, dunque non so se sono totalmente attendibile.

Beh il film parla del figlio di Will Smith che con la madre ha la pensata di trasferirsi in Cina pur non parlando (nessuno dei due) una parola di cinese. Per carità, il ragazzetto punta subito gli occhi su una ragazza locale, ma dei bulli prepuberi cinesi che ne sanno a pacchi di arti marziali gli fanno il culo. Lui decide di imparare l’arte di tirare grattoni e intenerisce il vecchio saggio Jackie Chan, si iscrive in un torneo, smazza tutti e diventa l’afroamericano di 11 anni più famoso di tutto il suo condominio.

Questo film è un crimine per tanti motivi. Non c’è la manovra magica per curare ogni cosa del Maestro Miyagi invece c’è un po di magia new age. Poi il ragazzetto è un coglioncello preadolescente qualunque, se io fossi il detentore di una conoscenza millenaria utile a risolvere i problemi di integrazione certamente non lo insegnerei a lui! Poi se poteva sembrare credibile che il metti la cera togli la cera potesse portare alle pacche in maniera diretta (in fondo Pat Morita diceva quale movimento doveva fare), mi pare proprio una vaccata il togli il giacchetto metti il giacchetto che trasforma un ragazzetto digiuno di lotta in Bruce Lee incazzoso. Poi la Cina rappresentata è lucida, pulita e perfettamente a modo sotto ogni punto di vista, li il problema dell’integrazione (che c’era pure nell’altro) non è perché l’ambiente è ostile, ma solo per mancanza di comunicazione (dato l’alfabeto con cui erano scritti i produttori presumo che questo film sia stato solo un grosso spot post olimpiadi). Il colpo finale è una cazzata ben peggiore di quello originale. Jackie Chan si convince ad insegnargli le arti oscure quasi esclusivamente perché il bambino litiga con la madre perché è disordinato. Ah già, non c’è un briciolo di karate in questo karate kid, visto che siamo in Cina e quello che viene insegnato è kung fu…

Ma ciò che, forse, è peggio non ha proprio senso; non regge. Se nel film originale il ragazzo era un adolescente fatto e finito che quindi aveva reali problemi nel reclutare belle figliole o di adattamento a dei bulli che facevano male per davvero; qui è solo un bambino che impiega un poco ad integrarsi; proprio non ci sta… e poi vedere i bimbetti che tirano gomitate per spaccare gli sterni fa tanta tenerezza…

Detto ciò, il film è ridicolo, ma godibile e, specie se non si conosce l’originale (o si è cotti duro), lo si può guardare senza problemi.

martedì 20 dicembre 2011

Gli spietati - Clint Eastwood (1992)

(Unforgiven)

Visto in DVD. Rimando alla sempre quasi-affidabile wikipedia per la trama.

Che film! Eastwood termina la sua parabola western nel modo migliore. Un film du un vecchio ex renegade ormai bollito e portato sulla buona strada che riprende in mano la pistola per una buona causa ed un mucchio di soldi. Esatto! Quel vecchio che non uccide nessuno da 11 anni è Eastwood, che non realizzava un western da 10 anni, che mostra il tramonto dell’epoca d’oro del west con un western atipico sugli ultimi giorni dei pistoleri come categoria sociale. Proprio i pistoleri vengono continuamente sbeffeggiati, ne vengono spiegate le regole e gli ideali solo per distruggerli poco dopo, vengono messi a nudo e rivelati come degli incalliti mentitori (è italiano, giuro) costantemente sotto gli effetti del whiskey. Si insomma un finale perfetto per l’intero genere.

Ovviamente Eastwood è lo stesso texano dagli occhi di ghiaccio di qualche decennio prima, deve solo riprenderci la mano e una volta che questo è avvenuto riuscirà in tutto ciò che poco prima rimaneva impensabile. Il tutto condito con un sentimentalismo spinto in ogni direzione (la moglie che l’ha salvato dalla sua stessa vita, morta ormai da anni; il legame con il ragazzo che vorrebbe essere un pistolero; l’intera parabola del personaggio di Morgan Freeman; ma anche la sete di pace e dello sceriffo Hackman; ecc…) che non solo non eccede mai, ma anzi eleva il film al di sopra di molti altri (non necessariamente di questo stesso genere).

Il tutto poi è visto con un taglio noir, affascinante, disincantato e perfetto nel sottolineare il personaggio (in fondo i due generi hanno tantissimo in comune, la lotta contro un destino già scritto, la morte costantemente presente, l’amore impossibile, la solitudine…).

lunedì 19 dicembre 2011

Una pallottola per Roy - Raoul Walsh (1941)

(High Sierra)

Visto in DVD. Un esperto di rapine a mano armata (Bogart) viene fatto uscire di galera da un suo vecchio compagno di merende che gli propone il solito colpo che vale una vita. I suoi compagni di avventure sono due sbarbatelli che però… si portano dietro la Ida Lupino che si innamorerà di Bogart… Ovviamente le cose non andranno per il verso giusto…

Un buon film con una visione d’insieme piuttosto europea (strano, non ho ben presente se sia un pregio da imputare a Walsh) che butta tutta l’attenzione sui personaggi fregandosene abbastanza della storia e descrive con particolare grazia un amore impossibile (quello della Lupino nei confronti di Bogart; che non si concretizza mai in nulla perché Bogart la rispetta, ma ama un’altra), che in un film meno originale sarebbe stato possibile (in fondo il personaggio della donna è tipico in un melodramma amoroso più che in un film di gangster).

Poi è affascinante l’unione fra il film di gangster (perché questo è) ed il noir, che spunta fuori proprio per l’interesse particolare nei confronti dei personaggi, l’amore impossibile, e il destino ineluttabile (qui incarnato in un cane ben prima di Kubrick).

Piuttosto enfatico, ma pregevole il finale esplosivo per le emozioni esposte e per le inquadrature dall’alto.

PS: ma quanto ha la faccia facciosa Henry Travers?! Mette proprio una nota di positività. Anche se è perfetto, io non lo avrei mai messo in un noir, nenache nella parte del padre di famiglia bonaccione e sfortunato del sud.

venerdì 16 dicembre 2011

Ciao America - Brian De Palma (1968)

(Greetings)

Visto in DVD. La vita di 3 amici che cercano di evitare di essere mandati in Vietnam, nel frattempo di gingillano tra i vari topoi di quegli anni, la guerra, i complotti governativi, il sesso, i film amatoriali, ecc…
Secondo film di De Palma, è il classico film anni ’60. Completamente libero nella forma completamente caotico nell’assenza di trama. Un film che presenta i giovani che sopravvivono nonostante il governo.

Nella forma, come sempre in quegli anni nell’ambito indie, De Palma ci da dentro a fare ogni cosa che gli passi per la testa fregandosene del fatto che sia effettivamente utile o meno, dalle accelerazioni; a stacchi di montaggio che mostrano il punto di vista opposto della stessa scena, ma palesemente ripreso in un momento diverso; ai cartelli; agli attori che parlano in camera.
Certamente ha dei pregi, dalla storia parallela del ragazzo ossessionato dall’omicidio di JFK, all’appuntamento mostrato in chiave di film porno/muto.

In definitiva un film certamente rilevante all’epoca (e rilevante per creare il De Palma che oggi conosciamo), ma che è irrimediabilmente invecchiato e sena l’attenuante di creare immagini da urlo come invece riesce a fare“Chi sta bussando alla mia porta?”.

giovedì 15 dicembre 2011

Stand by me, Ricordo di un'estate - Rob Reiner (1986)

(Stand by me)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
C’è stato un periodo, nei favolosi anni ’80, in cui i film per ragazzi erano dei film decenti, quantomeno, e talvolta veri e propri gioielli. Solitamente quei film erano realizzati/prodotti da Spielberg/Amblin. Ecco direi che da quell’elenco l’unico che non è passato dalla mente del regista di ET è proprio questo, Stand by me.

Se, per dire, prendiamo " I Goonies" come uno dei capisaldi di quel cinema (e dico "I Goonies" per questioni puramente soggettive), direi, quantomeno, che questo film è la versione seria e sentimentale de "I Goonies".

La storia è il viaggio, di due giorni, di un gruppo di 4 amici, alla ricerca del cadavere di un ragazzo. Il viaggio rappresenterà il classico elenco di piccole avventure (decisamente credibili in questo caso) e dei propri demoni che dovranno essere affrontati.

In se niente di nuovo, ma quello che entusiasma è il modo in cui il tutto è trattato. I ragazzi sono trattati come ragazzi, non sono dei geni incompresi, ne sono dei bambini che ragionano e vivono come adulti. Si insomma l’idea di base (bella, ma non entusiasmante) vince perché è trattata con una serietà invidiabile.

Odio dirlo, il film intrattiene e commuove con stile e senza mai scadere nell’eccesso o nell’inverosimile… e poi quel finale li, semplice e pulito, è il migliore e il più atroce commento sul tempo che è passato.

PS: mi pregio di sottolineare nel cast un giovane River Phoenix e un giovanissimo Ultraman.

mercoledì 14 dicembre 2011

Buppha Rahtree - Yuthlert Sippapak (2003)

(Id.) aka Flower of the night o variazioni sul genere.

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in italiano.
Tahilandia, una ragazza estremamente sulle sue viene sedotta da un ricco ragazzotto locale, lei non sa che lui lo fa solo per una sfida fra i ricchi ragazzotti locali. Quando però lei rimane in cinta, lui, pieno di rimorso la convince ad abortire… ripeto, è pieno di rimorso ed in quel momento, probabilmente, comincia ad innamorarsi di lei, ma il di lui padre lo manda a studiare in Inghilterra. Lei si rinchiude nel suo appartamento dove muore a causa dell’aborto… se fosse tutto qui non sarebbe niente di che. Quando la proprietaria del condominio si accorge che la ragazza è morta e chiama la polizia, beh, la ragazza fa capire a tutti che non ha intenzione d’andarsene. Esatto! È un fantasma! Uno di quei fantasmi orientali fatti tutti di trucco in faccia e camminata strana (a meno che quella non sia una corsetta normale in Thailandia… non so, non conosco il background). Dopo il melodramma dell’inizio parte la seconda porzione di film, la parte horror/comica. Le varie apparizioni del fantasma, il rapporto con i vari inquilini, i reiterati tentativi di liberarsene (ci provano con monaci locali, con un prete cattolico che cita apertamente L’esorcista e pure con un monaco cambogiano) e le reazioni della proprietaria sono gli elementi di questo secondo tempo. Poi il ragazzo torna dall’Inghilterra. Va nell’appartamento della ragazza, che non sa essere morta, e le chiede scusa e decide di stare li da lei. Però la vita di coppia non è idilliaca, i due non si capiscono del tutto e lui va a farsi la ragazza del chiosco vicino. Il fantasma non ne sarà affatto contento e concluderà la vicenda deragliando verso Audition. Poi colpo di scena, prevedibile, ma comunque buono.

Applausi ai thailandesi, il film è dignitosamente realizzato, non troppo stupido e non è mai noioso. Per carità in se niente di male, ma è fantastico come l’horror e lo splatter vengano immersi in una storia prima d’amore, quindi comica, quindi melodrammatica! Non è un film fondamentale, ma mostra la versatilità di un genere che da noi è tenuto solo di nicchia.

martedì 13 dicembre 2011

Sono strana gente - Michael Powell (1966)

(They're a weird mob)

Visto in Dvx, in lingua originale.
Un italiano vola in Australia ad incontrare il fratello che gli ha proposto di fare il giornalista per una rivista per la comunità di immigrati oriundi a Sydney. Una volta arrivato il fratello non si presenta e la rivista sembra essere stata chiusa. Rimasto solo in terra straniera, senza soldi per fare alcunché, trova lavoro come muratore e da li ricomincia costruirsi una nuova vita.

Curioso film tratto da un romanzo di un italiano, prodotto e realizzato dagli inglesi la cui trama cerca di raccontare gli australiani (sono loro la “strana gente” del titolo, non gli italiani) dal punto di vista di un immigrato. Curioso inoltre che alla regia ci sia Powell e come protagonista Walter Chiari. Non son, non c’ero, quindi magari l’ha fatto; ma io fossi stato in Chiari mi sarei bullato di questo film tutta la vita.

Detto ciò il film è una gradevole commediola che una certa venatura romantica che però non stanca mai e non prende mai il sopravvento. Carino e divertente il giusto si muove tra idee, comicità e trovate piuttosto vecchie (anche per l’epoca), su tutte i termini in australiano incomprensibili per un autoctono. Alcune sequenze sono ben riusciti (come la telefonata collettiva di Walter Chiari con il futuro datore di alvoro, in cui partecipano e aiutano tutti gli inservienti dell’hotel), niente giuzzi geniali, ma il film rimane godibile.

PS: nel finale si vede l’Opera House in costruzione.

PPS: l’ho visto in lingua originale, quindi non so come abbiano reso i giochi di parole in italiano…

lunedì 12 dicembre 2011

L'assassino abita al 21 - Henri-Georges Clouzot (1942)

(L'assassin habite... au 21)

Visto in Dvx. Un serial killer semina il panico per le strade di Parigi. Grazie ad una soffiata un commissario di polizia scopre che l’assassino abita in una pensione, quindi vi si introduce travestito da prete e cerca di condurre indagini nei confronti di ogni inquilino per scoprire chi sia il maniaco.

Affascinante commedia gialla che ha il suo punto di forza in una scrittura impeccabile, personaggi ben fatti anche quando sono banali e dialoghi stupendi. Tutto viene realizzato con cura e “l’indagine” passa in secondo piano, il riuscire a trovare l’assassino non è più il primo pensiero di chi guarda il film.

Certo il finale a sorpresa è una buona idea, ma il film avrebbe retto anche con idee più scontate.
Clouzot fa il suo lavoro con maestria e regala alcuni buoni momenti (come la soggettiva dell’assassino all’inizio del film che da dei suggerimenti sulla sua identità che verranno poi abbattuti) e anche alcune idee geniali (il passaggio dell’incarico di trovare l’assassino in poco tempo che diventa sempre più perentorio a mano a mano che dal ministro si va più in basso nella gerarchia).

venerdì 9 dicembre 2011

Occhi senza volto - Georges Franju (1960)

(Les yeux sans visage)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese. Un medico, maestro nei trapianti causò lo sfigura mento della figlia, chiaramente ora vuole porvi rimedio ben oltre i limiti della legalità, quindi con l’aiuto di un’infermiera connivente, rapisce giovani donne e prova a trapiantare il loro viso sulla figlia… Con scarsi risultati.

Film assurdo sotto ogni punto di vista che fa della recitazione azzerata la sua caratteristica principale ed il finale è talmente insoddisfacente che fa venire il dubbio che sia stato tagliato…
Però il comparto visivo è magnifico. Il volto sfigurato che non viene mai mostrato se non con immagini alterate, l’inquietante maschera di gomma bianca che la ragazza indossa, il finale con il mostro in mezzo alla natura o l’evoluzione di uno dei trapianti mostrato attraverso una serie di foto che ne descrivono il fallimento. Ecco, tutto questo, oltre alla storia in se, rende lodevole questo film sempre sul limite fra serie A e B.

PS: pensa te dove in che film ha recitato Alida Valli...

giovedì 8 dicembre 2011

Valhalla rising, Regno di sangue - Nicolas Winding Refn (2009)

(Valhalla rising)

Visto in Dvx in lingua originale sottotitolato in inglese.
Un vichingo imbattibile nella lotta, ma dal passato misterioso e dal mutismo totale, chiamato one eye, si libera dalla schiavitù di un gruppo di connazionali, fugge portando con se un ragazzetto, unico sopravvissuto dal suo massacro, e incontra un gruppo di convertiti al cristianesimo che vogliono andare in terra santa. Si unisce a loro, ma per colpa della nebbia e della bonaccia la navigazione diventa impossibile e vengono trascinati dalle correnti fino in America dove lentamente verranno portati alla follia e alla morte, fra presagi e visioni varie.

Refn è sempre stato un regista che mette la città al primo posto nelle inquadrature, descrive la location prima ancora dei personaggi, quindi trovarlo a descrivere un medioevo senza neppure un villaggio è cosa strana. Ma ovviamente se la cava egregiamente. Più che un regista di città direi, a questo punto, che Refn è un regista di ambienti. La descrizione del paesaggio è perfetta, la natura ha la parte del leone e tutto viene declinato con i colori del fango e della nebbia che pervadono il film in maniera insistita, con solo qualche squarcio del rosso intenso che il regista si porta dietro dai tempi di Fear X. I paesaggi non entusiasmanti riescono ad avere una forza che in mano chiunque altro non avrebbero potuto neppure sperare. E nel complesso candido questo film come il più umido della storia del cinema, forse anche più di Lezioni di piano.

Detto ciò bisogna però ammettere che non è un buon film. La spiritualità e la metafisica che pervadono l’opera sono l’unico collante fra le varie parti senza che ci sia una vera e propria correlazione; i personaggi e la storia si muovono in maniera caotica, utili solo a dare la possibilità a Refn di dilatare i silenzi in lunghe sequenze ridondanti, belle, ma inutili.

Esteticamente notevole, ma mortalmente noioso, è forse il primo, vero, passo falso del regista danese.

mercoledì 7 dicembre 2011

Il lungo addio - Robert Altman (1973)

(The long goodbye)

Visto in DVD. Le indagini di Marlowe ambientate in epoca contemporanea (gli anni ’70) e di conseguenza attualizzando il personaggio. Va reso onore ad Altman che ha osato l’inosabile, fare un noir con un personaggio classico cercando di ammazzare i cliché nati con Bogart… peccato che l’esperimento non riesca…

Il mondo che viene dipinto è un mondo più ironico che cinico ed il Marlowe mostrato è il personaggio di Chandler con più battute che disillusione; in un certo senso quindi il film non si discosta dalla traccia originale, la ripulisce soltanto. E va detto, il protagonista funziona, diverte e piace come vorrebbe. È il resto del mondo che non funziona.

Capisco l’ironia, ma non si può creare un film noir con echi classicheggianti dove il cattivo di turno fa spogliare tutti gli scagnozzi perché per dire la verità bisogna essere nudi; e non mi si può mettere delle dirimpettaie hippie che fanno yoga nude a tutte le ore solo per divertire ed attualizzare…

PS: per tutto il film si sentono continuamente versioni diverse della canzone, che ovviamente è The long goodbye.

martedì 6 dicembre 2011

5150, Rue des Ormes - Éric Tessier (2009)

(Id.)

VIsto in Dvx, in lingua originale con sottotitoli in inlgese.
I canadesi lo fanno meglio, l’horror, specie se sono francofoni.
Un ragazzo incappa per sbaglio nel ripostiglio di un maniaco con famiglia a carico. Il maniaco, come spesso accade, è anche estremamente morale e quindi non vuole ucciderlo perché non è un peccatore… quindi lo rinchiude e lo tiene li finché non rimane deluso dall’incapacità omicida della figlia e decide che il ragazzo sarà il figlio maschio che non ha mai avuto; cominceranno a giocare a scacchi e poco alla volta gli esporrà il suo piano.

Nei limiti del film di nicchia e delle svariate ingenuità di sceneggiatura e regia, questo è un gran film. Intanto perché ha uno degli incipit più concisi di sempre, con due pennellate in tutto descrive in maniera più che esaustiva tutto il background famigliare e culturale del protagonista, uno sfigatello buono e gentile. Poi, subito dopo, arriva un atterraggio di faccia del protagonista, scena che fa sempre ridere e che giustifica il cellulare inutilizzabile (è vero che i gatti neri portano sfiga). Poi inizia il film per davvero.

Inizia un film che è nella scia del classico famiglia disfunzionale e omicida, ma qui non c’è una follia fine a se stessa, ma un piano ben preciso (che in realtà è la parte meno accettabile… gli scacconi giganti… cazzo!). e questo ancora è il meno. Perché il film si veste da horror, ma in definitiva mostra come in questa famiglia folle sotto ogni punto di vista, tutti vivano in un equilibrio perfetto, finché l’arrivo di questo ragazzo non cambi decisamente i rapporti di forza e i sentimenti in gioco; e questo è l’80% del film. Il resto è invece l’effetto sul ragazzo, sull’ossessione che gli cresce dentro e gli scacchi che da mezzo per la fuga diventano il fine ultimo.

Il film coinvolge tantissimo (soprattutto fino al finale, poi si perde) e la regia gioca con le aspettative dello spettatore assuefatto al genere (la classica soggettiva da film horror che si rivela essere solo un movimento di camera).

Punto in più, quando si pensa ad una partita a scacchi che decide della vita e della morte non si può non pensare a “Il settimo sigillo”. Punto in meno, le pessime scene in CG delle partite, francamente inutile e mal fatto.

PS: Rue des Ormes in inglese si traduce con Elm street...

lunedì 5 dicembre 2011

Nove regine - Fabián Bielinsky (2000)

(Nueve reinas)

Visto in DVD. Un giovane truffatore incontra per caso un truffatore più scafato che lo assolda per la giornata visto che il suo socio è scomparso. Fatalità proprio durante la stessa mattinata gli capita il colpo della vita. Fra continui sospetta di essere fregato il giovane accetterà di far parte del gioco…

È un film di truffe, quasi un genere a se (che adoro). Qui c’è tutto il compartimento classico. Figure solitarie ed astutissime; una lunga carrellata di trucchi del mestiere; la morale sul fatto che i veri ladri son altri; lo scontro di personalità diverse che devono convivere; poi il colpaccio, la pianificazione, la realizzazione e i continui compromessi per appianare gli inevitabili ostacoli dell’ultimo minuto. Ovviamente ogni film di truffe deve poi avere un colpo di scena finale che sveli la grande truffa nascosta agli occhi dello spettatore (truffa finale che, tra l’altro, viene più volte paventata anche dallo stesso protagonista).

Che dire, il film è un buon esempio di mediocrità. Tutto funziona bene, le regole vengono rispettate senza fantasia, gli attori fanno il loro porco lavoro con stile (più i comprimari che i due coprotagonisti a dire la verità), i trucchi sono abbastanza da appagare la sete di conoscenza di ogni aspirante truffatore di paese…

Quello che fa realmente la differenza qui è il colpo di scena finale, assolutamente inaspettato e perfetto, tutto il film è un lodevole numero di prestigio che distoglie l’attenzione dando continue informazioni superflue e distrae credendo di stare a guadare la solita storia. Il finale alza decisamente il livello del film; per carità non ne migliora la qualità, ma rende più soddisfacente la visione delle due ore precedenti, si insomma per tutta la durata dell’opera pensi di stare guardando l’Ocean’s thirteen del Sudamerica e improvvisamente ti rendi conto che invece era un Ocean’s eleven senza fronzoli e ironia.

PS: reiterata, quanto immotivata, citazione di Rita Pavone.

venerdì 2 dicembre 2011

Tirate sul pianista - François Truffaut (1960)

(Tirez sur le pianiste)

Visto in DVD.
Dopo I 400 colpi Truffaut voleva cambiare completamente genere e si prodigò nella realizzazione di un noir… che poi tanto lontano dai 400 colpi non è, dato che è un film introspettivo fatto di agnizioni personali e famiglie disfunzionali… ma tant’è.
Il film racconta di Aznavour pianista di successo che per una disgrazia accaduta per colpa sua si cambia nome e si nasconde suonando il pianoforte in un localino di cui diventa la piccola attrazione. Tutto va per il meglio finché non arriva il fratello inseguito da due ladri con cui aveva fatto un colpo e a cui non vuol dare la loro parte. Il pover’uomo verrà trascinato verso il fondo con il parentado e a farne le spesa sarà pure la nuova sua nuova fiamma con cui proprio in quel momento intreccerà una storia d’amore.

Film lento ed anempatico che sproloqui sui massimi sistemi senza motivo e fa accadere le situazioni come se dietro non ci fosse nessuno che decide cosa ci sarà nella scena successiva. Il protagonista è inquietantemente grigio e distacca lo spettatore dal film in maniera impensabile. In una sola frase direi che è la quint’essenza del luogo comune discriminativo del cinema francese.

Alcune sequenze rimangono comunque degne di nota (è pur sempre Truffaut) come la scena in cui il protagonista ci prova con la ragazza, tutta una serie di decisioni e ripensamenti che risultano poi in un nulla di fatto; bella anche la battuta sul fatto che “al cinema, più di così, non ti fanno vedere”…

giovedì 1 dicembre 2011

Quando i mondi si scontrano - Rudolph Maté (1951)

(When worlds collide)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Oh, un film di fantascienza anni ’50 con tutti i crismi. Uno scienziato buono che capisce tutto subito, avverte il mondo, ma viene scherzato come fosse l’ultimo dei geologi; un cattivo che però è parte integrante del progetto; il dubbio che via via si insinua sulla veridicità di ciò che sta accadendo; e poi astronavi che devono salvare l’umanità (almeno una parte) e l’atroce sacrificio dei buoni. Ecco questo è il film.

Poi se vogliamo andare nel dettaglio, un pianeta si scontrerà con la terra distruggendola, uno scienziato ha la pensata giusta, saltiamo sul pianeta che vince e ricostruiamo una civiltà tutta nuova e piena d’amore… ma non tutto riuscirà ad andare come previsto.
Cosa si può volere di più; un’apocalisse prevista che lentamente si avvicina e viaggi interstellari visti con l’ingenuità tutta particolare degli anni ’50. Se si aggiungono dei fondali fantastici del cantiere del razzo spaziale si è detto tutto. La presenza di Maté alla regia, più che un valore aggiunto è un dato di fatto.

mercoledì 30 novembre 2011

La porta dell'inferno - Teinosuke Kinugasa (1953)

(Jigokumon) aka La via dell'inferno, aka Gate of hell

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.
XII secolo, per mettere in salvo la sorella dell'imeperatore, diverse dame di compagnia vengono fatte uscire dal castello scortate dalle guardie per non far capire agli aggressori quale sia quella autentica. Una volta tornata la pace l’imperatore chiede a tutti i soldati più valorosi che premio desiderano; il protagonista chiede la mano della dame che scortò. Purtroppo però pare essere già sposata. La cosa non fermerà il protagonista, ma lo porterà alla follia. Minaccerà la ragazza per farsi aiutare ad uccidere il di lei marito, ma all’ultimo la donna si sostituirà allo sposo facendosi ammazzare.

Drammone in costume sulla follia derivante dall'amore, cupo e definitivo come pochi. Avrebbe tutte le carte in regola per essere un gran film… invence no ovviamente. Lento, noioso, enfatico ed inutilmente parlottato rallenta ogni scena come se volesse addormentare anche il macchinista, il tecnico del suono e quello delle luci. Impossibile guardarlo di filato.
Belle invece le scenografie ed i costumi esaltati dai colori chiassosi, unico motivo di vanto e probabile unico motivo per la caterva di premi vinti (palma d’oro a Cannes e oscar al miglior film straniero!!) che stupirono pure il regista stesso, che considerava pessimo il film, fatto su commissione…

martedì 29 novembre 2011

Memories of murder - Bong Joon Ho (2003)

(Salinui chueok)

Visto in DVD. Metà anni ottanta, Corea del Sud, un serial killer uccide alcune donne, di notte, mentre piove e mentre in radio suona una canzone… Ai poliziotti di provincia, brutali e grossolani, viene affiancato un ispettore di Seul, più raffinato come ragionamenti e come modi. La storia è quella delle indagini del primo serial killer della Corea ed il film vorrebbe essere una cronaca quasi esatta (nelle intenzioni del regista) anche se a conti fatti piuttosto ironica e divertente.

Il film è veramente bello, ben realizzato e ben costruito con alcune sequenze su più piani notevoli (come la famosa scena della festa con il il capo della polizia e un poliziotto in secondo e terzo piano mentre nel primo ci sono i due protagonisti che discutono).
Ma la vera forza del film è nella sceneggiatura, in parte perché accosta un argomento tragico con modi farseschi e divertenti che alleggeriscono il tono, ma soprattutto perché non è un giallo classico, il punto centrale di questo film non è la scoperta del colpevole, ma il dipanarsi delle indagini in se. Il finale poi, pur non essendo un colpo di genio ha dell’originale dato che l’unico altro racconto/film che ricordo finire allo stesso modo è “La promessa” e forse “Zodiac”.

lunedì 28 novembre 2011

La ballata di Cable Hogue - Sam Peckinpah (1970)

(The ballad of Cable Hogue)

Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato.
La storia di un self-made man, che trova l’acqua in mezzo al deserto e ne ricava un business, si innamora di una prostituta e la porta con se, ma dopo un poco la donna, pure innamorata, decide di andarsene…

E ora: sigla.
video
La storia di un self-made man, che trova l’acqua in mezzo al deserto e ne ricava un business, si innamora di una prostituta e la porta con se, ma dopo un poco la donna, pure innamorata, decide di andarsene…

Film realizzato subito dopo Il mucchio selvaggio, ma Peckhinpah decide di cambiare completamente tono e realizza una commedia. Impensabile!

Il film riesce da dio nella prima parte, nel descrivere il solito crepuscolo del west dal punto di vista in un uomo più astuto nello fruttare le occasioni che non intelligente e più fortunato che capace. Mostrandone anche la calma voglia di vendetta che coltiva senza enfasi e senza pretese per anni… il problema del film arriva con la storia d’amore. Con il personaggio della prostituta il film si appiattisce sulla solita storia da romanzetto perdendo completamente la carica iconoclastica della parte iniziale. E neppure l’assurdo finale riesce a rialzare in questa il film, pigiando solo sull’acceleratore del grottesco.

PS: davvero all’epoca le accelerazioni dei movimenti facevano ancora ridere?! Davvero ce n’era bisogno?!

PPS: curioso come nè il testo della canzone, nè il video centrino alcunchè con il film...

venerdì 25 novembre 2011

L'ultima spiaggia - Stanley Kramer (1959)

(On the beach)

Visto in Dvx, in lingua originale con sottotitoli in inglese.
La terra è stata distrutta da una guerra atomica dalle origini sconosciuto, tutto quello che si sa è che l’ultima zona adatta alla vita (cioè con poche radiazioni) è l’Australia (perché è lontano da tutto), ma i movimenti delle masse d’aria potrebbero presto porre fine alla vita umana anche li. Un sottomarino in missione cercherà di capire se qualcuno si è salvato a San Francisco (c’è un insistente e regolare messaggio morse che proviene da la) e se rimane qualche speranza.

Uno dei primi film catastrofisti sul nucleare dell’epoca (prima dei vari Dottor Stranamore o Fail safe). Tra i primi, Kramer, si cimenta nel genere e lo fa con un cast all star (Perkins, Peck, Astaire e Gardner sono i quattro coprotagonisti).
Il film si distingue per la nota amarissima, per la totale assenza di speranza ed il senso di morte ineluttabile che aleggia su tutti sin dalle prime scene. In definitiva viene mostrata la razza umana posta di fronte all’apocalisse… e devo dire che gli australiani reagiscono in maniera fin troppo garbata.

Il film le prova tutte per spingere sul melodrammatico, l’amore interrotto fra la Gardner e Peck perché lui deve seguire i suoi uomini (tutti facenti parte della marina USA) che vogliono tornare a morire a casa; la famigliola appena formata e già distrutta di Perkins; la distribuzione pubblica di pillole per una dolce morte con lunghe file d’attesa; ecc… eppure non riesce mai a cogliere nel segno. Non bastano gli occhi da cane bastonato di Perkins per rendere più empatico un film distaccato e gelido, che cerca il coinvolgimento aumentando l’entità del dolore e basta.
In definitiva due ore di ghiaccio per vedere la versione dell’apocalisse vista dal Commonwealth.

giovedì 24 novembre 2011

L'uomo che sapeva troppo - Alfred Hitchcock (1956)

(The man who knew too much)

Visto in tv.


Chissà com’è vedere un film di Hitchcock senza conoscerne già il finale… forse rende di più….

Questo film è un noto auto remake di un film inglese degli anni ’30 e ci presenta Doris Day e James Stewart in vacanza in Marocco con il figlioletto. Accidentalmente vengono a conoscenza di un attentato che avverrà a Parigi e da quel momento ci sarà un gioco di spie che rapirà il figlio per farli tacere, ma obbligherà la coppia e cercare di risolvere la situazione da soli.

Classicissimo film di Hitchcock che mette in campo perfettamente la sua capacità di regia, di messa in scena della tensione e di ironia (fantastica la scena dal tassonomista). Come dicevo è un film che già ho visto, ma credo che il colpo di scena (almeno in inglese) sia notevole e possa effettivamente rendere il film un buon thriller di livello.

Su tutto va reso onore al suono. Questo è un film fatto totalmente sugli elementi sonori, dal grido che salva la vita al primo ministro, al concerto che dovrebeb coprire lo sparo, dalla canzone di Doris Day, al fischiettio del bambino. Credo fosse dai tempi di M che il sonoro non aveva un'importanza capitale nello svolgimento di un film.

Poi la regia... Le attenzioni dietro le macchine da presa sono mille e se, l’ingresso nella stanza d’hotel dei protagonisti in Marocco del personaggio che scopriremo poi essere il killer, risulta essere la miglior entrata in scena della filmografia di Hitchcock; mentre la canzone (Que sera sera, canzone realizzata proprio per questo film) che raggiunge i piani superiori della ambasciata è il miglior uso del montaggio; la scena che però nel complessa risulta la migliore per efficacia e originalità è quella del tentato omicidio durante il concerto; stupenda.

mercoledì 23 novembre 2011

800 balas - Alex de la Iglesia (2002)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale con sottotitoli in italiano.

Un ragazzo, orfano di padre e oppresso da madre e nonna scopre di avere ancora il nonno in vita. Lo cerca e lo trova in un villaggio del west ricostruito utilizzato negli anni ’70 come set degli spaghetti western. Li il nonno fa spettacoli per i turisti, ma una volta ero lo stuntman ufficiale di Clint Eastwood. Quando la madre del ragazzo scopre dov’è finito, per vendicarsi decide di distruggere il villaggio per farci… un qualcosa che non ho ben capito (è a capo di una ditta). I figuranti decidono di chiudersi nel villaggio e resistere con le armi contro le ruspe. E qui il film diventa veramente un western a tutti gli effetti con le dinamiche che prima sono state raccontante che si innescano ad una ad una fino al duello finale.

De la Iglesia passa di genere in genere e stavolta tocca il western e lo fa nel migliore dei modi. Non si accontenta di realizzare un film citazionista nelle scene, no, lui dichiara chi vuole imitare, fa i nome ed i cognomi, racconta quello che c’è stato e poi porta la storia a dover per forza diventare identica ad uno spaghetti western, imitandone anche alcune scene (la sequenza del ragazzo sotto le travi presa da Per un pugno di dollari), ma de la Iglesia ci è arrivato alla citazione, l’ha cercata e se l’è meritata. Non cita per mancanza di idee, ma per motivi di regia. Bravo…

Complessivamente poi il film è divertente e abbastanza movimentato, con la regia classica dello spagnolo… però manca completamente il classico cinismo delle opere precedenti e successive. I personaggi non sono brutti sporchi e cattivi come al solito, si limitano ad essere solo brutti e sporchi, ma sotto sotto sono degli eroi tout court, senza macchia e senza colpa. Il film intrattiene da dio, ma manca quel lato negativo dei protagonisti che rendono i film di de la Iglesia qualcosa di originale e di unico.

Buffo comunque l'aspetto totemico che ha assunto la figura di Clint Eastwood in ambito westerniano e questo mentre è ancora in vita (non per tirargliela), neppure Marlon Brando... questo film e Rango sono solo gli esempi più recenti.

PS: non sono sicuro che sia del tutto legale la scena in cui la prostituta insegna al bambino a toccare le tette

PPS: le 800 pallottole del titolo sono quelle che vengono comprate per difendere il villaggio del west.

martedì 22 novembre 2011

La fontana della vergine - Ingmar Bergman (1960)

(Jungfrukällan)

Visto in DVD. L’unica figlia di una coppia di possidenti della Svezia medievale viene violentata e uccisa mentre se ne va a portare dei ceri alla Madonna. I tre vagabondi responsabili del delitto cercano rifugio proprio nella casa dei genitori della ragazza e provano a vendere alla madre i vestiti rubati dal cadavere della figlia. La vendetta sarà terribile.

Che film enorme. La trama è di una semplicità e una banalità impressionanti, ma tutto quello che ci gira intorno lo rende titanico.

Bergman ci imbastisce una storia densa di significati metafisici, ragiona sulla ragione e sui sentimenti, ma soprattutto (come sempre nei suoi film) su Dio, anzi in questo caso sugli dei. Il rapporto principale in questo film è quello fra il paganesimo della cameriera e l’insistente religiosità cristiana della famiglia. Entrambe verranno messe alla prova, entrambi gli dei risponderanno alle chiamate, ognuno a modo suo.

Inoltre la fotografia del film è quella perfetta di Nykvist quando gioca con il bianco e nero e la regia si mette a posizionare la macchina da presa in posizioni sopraelevate e in primissimi piani come poche volte aveva fatto in precedenza. Le scene sono costruite con un’estetica maggiore rispetto agli altri film di Bergman… inoltre questo è l’ultimo film del regista svedese in cui Dio risponderà alla chiamata di Max von Sydow.

lunedì 21 novembre 2011

Togetherness supreme - Nathan Collett (2010)

(Id.)

Vistoal Festival di Cinema Africano (in concorso); in lingua originale sottotitolato.
Il vincitore del festival di quest'anno è un brutto film.

La storia è quella che precede le elezioni del Kenya del 2007, quando più che uno scontro politico si assiste fra lo scontro di due tribù. Due amici che vivono nella baraccopoli di Kibera (possibile che tutti i film kenioti che ho visto siano ambientati sempre li?!) sono, ovviamente, delle due opposte tribù, ma combattono sullo stesso fronte, quello della tribù che subisce e che cerca il riscatto... più o meno tutto qui... ah già, sono innamorati della stessa donna.

Quello che sorprende in negativo non è la banalità della trama (mica possono essere tutti originali i film), nè l'incompetenza degli attori (che sono presi dalla strada e in quest'ottica non sono proprio malvagi...) e neppure la regia (che tutto sommato si difende e nella parte iniziale regala anche qualche momento veramente riuscito); il problema qui è la storia, la sceneggiatura. Le situazioni si susseguono caotiche, i personaggi si comportano in maniera stupida o esagerata in ogni momento e i fatti importanti sono spesso eclissati dalle banalità (qualora non siano proprio stati momentaneamente dimenticati dalla sceneggiatura). Il problema non è che in un film del genere si pretende un capolavoro in ogni ambito della realizzazione, ma il minimo sindacale si!

venerdì 18 novembre 2011

Les Barons - Nabil Ben Yadir (2009)

(Id.)

Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso); in lingua originale sottotitolato.
Bruxelles, la seconda generazione di origine magrebina ha ormai 30anni, tra di loro ci sono tre amici, “i baroni” del quartiere, un trio di nullafacenti che tira a campare con i soldi altrui, macchine comprate in comune e dormendo nel negozio di verdure di un amico. Tra loro Hassan, ha il sogno di diventare cabarettista (ma il padre la considera una professione poco dignitosa) e ama la sorella di un amico che, come tale, è però intoccabile.

Commedia fantastica ricca di gag, ironia e autoironia, trovate sceniche e di regia favolose che avvicinano il film a “Il favoloso mondo di Amelie” al netto della componente fantastica.
Il film funziona perfettamente, mostrando un gruppo di figli di emigrati integrati in una società in di cui fanno parte senza esserne castrati, anzi guardandola con tutto il cinismo e l’ironia di cui sono capaci.
Ma come ho detto, la parte del leone la fa la regia, che gioca con i canoni del cinema (per introdurre un flashback, il protagonista cambia stanza seguendo una freccia su cui c’è scritto proprio “flashback”; o i ripetuti monologhi del protagonista mentre guarda in camera) e li adatta ad un ambiente cartoon esco, creando esattamente quel misto fra commedia e cartone animato che ha reso grandioso il film di Jeunet.

Bello e godibilissimo il film, bravo senza “se” e senza “ma” Nabil Ben Yadir (soprattutto perché riesce a non esagerare mai). Unico neo; le battute che fa il protagonista sul palco del cabaret non fanno ridere; ma proprio per niente.

Il film è stato preceduto dal corto d’animazione “The legend of Gong Hill” di Kwame Nyon’g. la storia è tratta da una leggenda Masai (Kenia) sulle origini delle colline del titolo ad opera di un orco ucciso grazie all’astuzia di una donna. L’animazione non è esattamente felice, ma i disegni hanno il tratto chiaro e semplificato dei più recenti cartoni della Disney; la storia non è memorabile, ma rimane impresso soprattutto perché è il primo film d’animazione decente africano.

giovedì 17 novembre 2011

Tamantashar yom - AAVV (2011)

(Id.) aka "18 days".

Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso); in lingua originale sottotitolato.




Film collettivo, a episodi, che racconta la rivolta di piazza Tahrir e la caduta di Mubarak. Il film raccoglie un po il meglio della manovalanza cinematografica egiziana tra cui gli unici due registi che conosco. Complessivamente il risultato è ottimo.
Solitamente in un film ad episodi il risultato è buono, nella migliore delle ipotesi, facendo al media fra le varie parti; in questo caso invece la qualità di realizzazione del film è mediamente eccezionale e a stabilire la superiorità di un episodio dagli altri è unicamente la trama.
Anche dal punto di vista delle storie raccontate è curioso come tutti i registi abbiano preferito parlare indirettamente di quanto è accaduto; solitamente i personaggi vivono ciò che avviene nella piazza dalla propria abitazione o dal negozio (o dal manicomio) e nessuno, se non la ragazza del secondo episodio è coinvolto direttamente fin dall’inizio. Una scelta curiosa che si fa estrema nel fantastico pezzo realizzato da Abdalla.
Altro fatto curioso, ma lodevole, pur essendo un film decisamente schierato contro Mubarak e quindi favorevole alla rivolta, non prende mai una posizione netta, mostrando in quasi tutti gli episodi i lati positivi di chi difendeva il presidente ed i lati negativi, le paura o le piccole vigliaccherie di chi protestava. Incredibilmente super partes nel dare torti e ragioni pur essendo schierato e pur essendo a pochissima distanza dai fatti raccontati.
Nel dettaglio:

RETENTION: di Sherif Arafa. Divertente descrizione della rivolta filtrata attraverso un gruppo di ospiti di un manicomio nei pressi di piazza Tahrir; ovviamente i personaggi sono un campione dell’intero popolo egiziano e si dividono in favorevoli a ciò che accade (per le più disparate ragioni) e contrari. Divertente, realizzato benissimo (soprattutto la presentazione dei personaggi), ma sostanzialmente inconcludente.

GOD’S CREATION: di Kamla Abu Zekry. Uno dei più tragici, una ragazza ortodossa mussulmana che si tinge i capelli, ma rimane comuqnue schiacciata dal senso di colpa per averlo fatto (Allah non vuole che si cambi il proprio aspetto) e che rimane coinvolta per sbaglio nella guerriglia in piazza Tahrir e mentre viene picchiata dai poliziotti si chiede se quello è un martirio ed in quel caso, se potrà andare in paradiso o se i capelli tinti la porteranno comunque all’inferno. Bello, uno dei più drammatici.

19-19: di Marwan Hamed. Un ragazzo si trova in una prigione del regime, è accusato di essere uno dei promotori della rivolta e torturato per avere informazioni che non sembra avere. Anche in questo caso, come nel primo episodio, la bella realizzazione non sopperisce alla mancanza di una conclusione vera e prorpio, o meglio, non sopperisce alla mancanza di un obbiettivo.

WEHN THE FLOOD HITS YOU…: di Mohamed Aly. L’unica vera e propria commedia del film; un gruppo di persone ragionano su come si possa sfruttare economicamente la situazione, vendendo bandiere ai rivoltosi o immagini del presidente ai difensori del regime; tutto indipendentemente dalle proprio opinioni politiche. Decisamente positivo il risultato che alleggerisce un po il clima generale.

CURFEW: di Sherif Bendary. Nonno e nipote di ritorno dall’ospedale sono bloccati fuori dal loro quartiere dal coprifuoco indetto dalla polizia, vagheranno tutta la notte in cerca di una via di accesso fino a desistere e dormire in macchina. Finale francamente immotivato (il bambino sul carro armato), ma l’episodio è simpatico e riesce bene.

REVOLUTION COOKIES: di Khaled Marei. Un sarto ha il negozio nei pressi di piazza Tahrir è appena uscita dall’ospedale dopo un coma diabetico, non sa nulla della rivolta scoppiata due giorni prima, andato al lavoro sarà vittima involontaria dei lacrimogeni della polizia e si barricherà nel proprio negozietto, con poche medicine, qualche biscotto e delle cassette su cui registrerà le sue impressioni su quanto sta accadendo (lui ipotizza una guerra contro l’Egitto). Deciderà di uscire poco prima della fine di tutto, ma verrà scambiato per un poliziotto… Amaro e in certa misura prevedibile, ma l’idea è buona e, anche se non sfruttata a dovere, rende piuttosto bene.

#TAHRIR 2/2: di Mariam Abou Ouf. Un uomo senza molti mezzi e con famiglia a carico viene ingaggiato da un amico per fare il figurante in una manifestazione in favore di Mubarak, rimarrà coinvolto negli scontri. Ben realizzato, anche se meno dei primi, non aggiunge nulla di nuovo, ma sottolinea ancora una volta come non sia importante la partecipazione diretta a ciò che è successo, ma conta il rapporto indiretto con le manifestazioni, gli affetti e le emozioni legate a quegli scontri e la tv (diciamo le immagini) come mezzo di informazioni di ciò che accadeva a poca distanza.


WINDOW: di Ahmad Abdalla. Decisamente il più originale fra tutti gli episodi è diretto dal regista del bello, ma inutile, “Heliopolis”. La rivolta è raccontata attraverso la vita di un ragazzo che vede ciò che accade attraverso i movimenti della vicina di casa (attivista di piazza), le immagini di youtube e gli aggiornamenti di messenger, oltre che attraverso qualche titolo dei giornali. La rivolta è vista attraverso gli occhi del computer (o attraverso la cecità del computer nei giorni in cui internet fu oscurato), senza nessun dialogo. Originale, perfetto e decisamente la miglior descrizione di ciò che è stato quel periodo.

INTERIOR/EXTERIOR: di Yousry Nasrallah. Una ragazza vuole partecipare alle rivolte di piazza, ma il marito non glielo permette…Quando lei fuggirà, lui la seguirà e si uniranno alla folla… probabilmente il più inutile fra tutti gli episodi, qui i motivi di interesse sono praticamente nulli, peccato perché dietro la macchina da presa c’è il regista dello stupendo “Sheherazade”.

ASHRAI SEBERTO: di Ahmed Alaa. Un giovane barbiere ha il proprio negozio proprio a due passi dagli scontri tra manifestanti e polizia, suo malgrado diventerà il rifugio dei feriti e lui stesso sarà costretto a curare e cucire. Ultimo episodio della serie, decisamente buono, anche se inferiore a molti altri, credo sia stato messo qui per il messaggio positivo e di incoraggiamento che lancia.

Il film è stato preceduto dal corto “La priere” di Hyacinthe Nyong’o. È uno sketch di 3 minuti (il film credo fosse l’esame finale del regista), in cui ad un sontuoso pranzo d’affari in Cameroon, uno degli ospiti innalza una preghiera in lingua bamileke affinchè possa spiegare all’amico come utilizzare le posate in maniera corretta, senza che gli altri lo capiscano.

mercoledì 16 novembre 2011

Africa united - Debs Peterson (2010)

(Id.)

Visto al Festival di Cinema Africano (fuori concorso); in lingua originale sottotitolato.
Un ragazzino che vive in una baraccopoli in Ruanda è amico di un giovanissimo asso del calcio (di famiglia ricca) che viene notato e scelto per rappresentare lo stato all'apertura dei mondiali di calcio in Sud Africa. I due ragazzi si mettono in viaggio verso Kigali, ma un problema con l'autobus li porterà invece al di la del confine del Congo. Sfumata la possibilità di presentarsi per tempo alle selezioni decidono di andare direttamente in Sud Africa per cercare di trovare il talent scout e farsi dare una seconda possibilità. Durante il percorso attraverso 7 stati africani incontreranno altri ragazzi che si uniranno al gruppo.

Un film due volte di genere visto che si tratta di un film per ragazzi e in più un film di viaggio. Ma nonostante questo la giovane regista riesce a dribblare tutti i difetti base insiti nelle due nicchie.
I ragazzi che vengono presentanti non sono bambini che si comportano da adulti né sono ragazzotti incredibilmente più intelligenti degli adulti che riescono a battere ad ogni costo.
Inoltre il film, che è un film ad episodi disgiunti come tutti i film di viaggio, riesce comunque ad avere un aspetto unitario e a non sembrare spezzato.
Inoltre (altro rischio enorme) non risulta eccessivamente metaforico. In un film in cui i ragazzi che rappresentano diversi stati africani e che sono pure un ex bambino soldato, una prostituta minorile e un sieropositivo, riescono comunque a toccare l’argomento, trattarlo brevemente in maniere evidente, ma non rimanerci sopra per rendere i personaggi delle figure allegoriche senza personalità. Ecco forse questo è il più grande pregio del film, descrive degnamente i personaggi.

La sceneggiatura è davvero ottima, divertente, rapida e mai banale nel reiterare i meccanismi ridondanti di un film di viaggio (partenza, arrivo in un nuovo ambiente, contatto con gli autoctoni, ecc…) e crea personaggi completi, su tutti il giovane protagonista, vero mattatore del film. Dei difetti ovviamente li ha, quando deve a tutti i costi creare uno strappo tra i due amici nel momento del cambio di banconote o nella partita a calcio alla frontiera (immagine molto bella comunque) che sono situazioni veramente tirate fuori a forza. Però complessivamente il risultato è decisamente positivo.

Infine la regia. Fantastica. Debs Peterson fa tutto quello che ne ha voglia, ritaglia un paio di momenti efficacissimi (l’incipit con il bambino che spiega come costruire un pallone da calcio con un preservativo e nel farlo spiega i pregi del sesso sicuro; o ancora la falsa entrata nello stadio di Kigali dei due amici creata con un montaggio parallelo ben utilizzato) e per il resto si comporta in maniera dignitosa azzeccando pure degli innesti di animazione con unione fra stop motion e disegni.

Incredibilmente il migliore dei film visti finora.

Il film è stato anticipato dal corto "Mwansa the great" di Rungano Nyoni che si sposa perfettamente con il film, raccontando la storia di un bambino della dello Zambia, orfano di padre che si perde nella propria fantasia modellando con essa il mondo che lo circonda; la fusione fra le immagini reali e quelle create dal bambino risulta perfetto ed il film funziona alla perfezione. Bello.

martedì 15 novembre 2011

Pegase - Mohamed Mouftakir (2010)

(Id.)

Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso); in lingua originale sottotitolato.
Marocco. Una psichiatra è richiamata ad occuparsi di una ragazza trovata in stato confusionale di notte, con segni di collutazione. Deve capire chi è e che cosa è successo. La situazione che ne viene fuori è quella di una ragazza nata in una famiglia "complicata", con il padre che tenta di far credere a tutti che lei sia un maschio per nona vere il disonore di essere un capo tribù senza discendenti e ne ostacola l'amore nei confronti di un coetaneo e... beh farà di peggio... Ma questa che sembra essere una conclusione non è che l'inizio di un film che, del twisted plot finale, ne fa l'epicentro della vicenda.

Si c'è un colpone di scena finale che costringerà a riconsiderare quanto visto fino a quel momento.
L'idea in se non è esattamente originale (credo che nell'ultimo decennio sia stata usata a annualmente in almeno 2 o 3 pellicole), ma in realtà la tratta bene; dissemina indizi fin dalle prime scene, lambisce l'argomento in più di un momento quel tanto per tenere desta l'attenzione, ma senza mai lasciare intedere troppo... No perchè il colpo di scena è iper abusato, ma io mica c'ero arrivato prima che lo dicessero apertamente.
Pure la messa in scena merita un encomio, fotografia di prim'ordine, gelida per le scene in città e caldissima per quelle ambientate nel deserto; tutto girato in interni o quasi (e pure gli esterni non danno sfogo alle scene che risultano comuqneu claustrofobiche) con una conoscienza e una comprensione di quello che si fa invidiabile.
Tutto questo unito al fatto che viene ricostruito un ambiente ambiguo e straniante fin da subito, una sorta di città fantasma dove a muoversi sono solo gli ambigui protagonisti della vicenda; tutto questo dicevo dovrebbe far propendere per considerarlo un grand e film...
Purtroppo il regista sembra essersi preoccupato troppo della forma per ricordarsi del ritmo ed il film soffre di una lentezza eccessiva che in più punti sfocia nel tentativo di addormentare il pubblico... Peccato.

Il film è stato preceduto dal corto "Tinye so" film del malinese Daouda Coulibaly che parla in maniera tutta sua dell'ultimo avvertimento degli antenati (gli spiriti degli antenati che proteggono i viventi) ad una città del Mali per convincere la popolazione tornare al passato...
Il film è tutto improntato su colori pienissimi e guidato da una macchina da presa che per essere più mobile doveva solo essere allacciata dulla schiena di un canguro (fa davvero di tutto e sempre con competenza); esteticamente bello sotto ogni punto di vista, come spesso succede latita in comprensione...

lunedì 14 novembre 2011

La voyage à Alger - Abdelkrim Bahloul (2009)

(Id.)

Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso); in lingua originale sottotitolato.
Algeria post rivoluzione anti-francese. Appena ottenuta l'indipendenza una vedova di guerra ed i suoi sei figli si vedono regalata una casa di un ex dignitario francese. Purtroppo la stessa casa è stata addocchiata da un ex collaborazionista riciclatosi tra le fila dei vincitori; l'uomo farà di tutto per cacciarli dall'edificio utilizzando metodi leciti, utilizzando le sue conoscienze e cercando di ostracizzare l'intera famiglia (compreso il fratello della donna). La donna si deciderà ad un'azione di forza interpellando direttamente il neo presidente dell'Algeria, Ben Bella; essendo lei analfabeta partirà per Algeri per incontrarlo con uno dei soui figli. Ovviamente non riuscirà a parlare con il presidente, ma la sua storia, la sua convinzione e la sua forza di volontà la porteranno fino al ministro della difesa che si preoccuperà di inviare qualcuno per risolvere il probelma.

Intanto bisogna subito dire che il film è ben realizzato. Stavolta sia alla sceneggiatura, sia dietro la macchina da presa c'è qualcuno che come minimo conosce il proprio lavoro. La confezione è ben fatta.
La storia poi non spicca per originalità; è la solita storia del singolo contro un sistema, della giustizia personale portata avanti dalla sola forza di volontà che, ovviamente, si scopre essere vincente... però in questo film il finale tira fuori qualcosina di nuovo. Solitamente il politicamente corretto è sempre presente in questo genere, invece qui la giustizia finale viene ottenuta con la minaccia, la forza, il rischio di omicidio legalizzato e soprattutto una violenza mai realizzata, ma sempre sul punto di esplodere; in fondo siamo comunque in un dopo guerra. Per carità è solo un accenno che poi si stempera nel lieto fine classico... però è qualcosa in più rispetto alla norma.

Il film è stato anticipato dal corto "Garagouz" di Abdenour Zahzah. La storia è quella di un burattinaio e suo figlio in viaggio verso un villaggio dell'Algeria dove dovranno fare uno spettacolo per dei bambini. Durante il viaggio però, ad uno ad uno i burattini vengono regalati, usati come tangente o distrutti da dei fondamentalisti. Rimarranno senza spettacolo e dovranno inventarsi qualcosa... Per carità non è proprio malvagio, ma ha il difetto di molti cortometraggi, non ha un vero e proprio obbiettivo e si limita a mostrare una serie di eventi.

sabato 12 novembre 2011

Black gold - Jeta Amata (2011)

(Id.)

Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso); in lingua originale sottotitolato.





Il film di presentazione del festival è un film con un budget direi cospicuo di Nollywood che racconta la vita di una sostenitrice dei diritti umani nata nel delta del Niger (Nigeria) in un ambiente corrotto dove una compagnia petrolifera dirige e distrugge tutto ciò che tocca.
Questo in buona sostanza può essere il riassunto della trama.

Lo voglio dire subito, il film è pessimo. A renderlo un brutto film non è la recitazione mediocre, le scene di massa con poche comparse, l'uso insistito del CG per fuoco e sangue (che tutto sommato mi sembra anche venuto bene), l'utilizzo di ex quasi-glorie del cinema USA come richiamo (che tra l'altro avere Eric Roberts, Tom Sizemore, Michale Madsen e un pelatissimo Billy Zane, è un motivo di vanto senza se e senza ma), la noia che aleggia leggera in tutta la parte centrale e direi che neppure è la veicolazione insistita del "messaggio" del film (la critica nei confronti dello stato del delta del Niger e della corruzione è urlato addosso allo spettatore nella prima scena! Poi viene urlato pure nella secona! Nella terza no. Ma nella quarta di nuovo! e così via... ma in fondo lo si potrebbe magari passare per ingenuità)... quello che davvero mi ha dato fastidio è la totale mancanza di competenza tecnica in ogni ambito, la totale mancanza di idee e comunque della capacità di mettere in scena il lungo elenco di idee abusate dal cinema di tutti i tempi. Quello che mi infastidisce è la completa incapacità di dirigere e di scrivere del regista-sceneggiatore, che non pago di non essere in grado di fare una cosa, pretende di non farne bene due!

Se i soldi (pochi immagino) che hanno dato a Eric Roberts (che comunque son sompre soldi ben spesi) li avessero usati per pagare uno sceneggiatore decente (o un correttore di bozze) e quelli per Billy Zane li avessoro usati per pagare un regista mediocre sarebbe anche potuto venir fuori un buon film.

Questo film è la più grande dimostrazione che i soldi non sono un elemento determinante la qualità di un'opera.


Edit: sarebbe bastato che mi informassi per 5 minuti in più e avrei trovato che il film è un low budget come pochi altri (e col senno di poi dico anche: è evidente, solo un idiota non riuscirebbe a notarlo), a quanto pare solo 300.000 (dollari? euro? non ricordo già più). Quindi onore al mertio ai vari Billy Zane e compagni che devono aver lavorato per la gloria. Il film rimane comunque un fallimento.

venerdì 11 novembre 2011

Die Tür - Anno Saul (2009)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Che film bislacco… Mads Mikkelsen è un artistoide con problemi coniugali che decide sia meglio andare a somministrare del sesso alla dirimpettaia piuttosto che acchiappare farfalle con la fiogliletta di X anni. Proprio mentre lui si impegna con la vicina, la bimbetta muore affogata nella piscina di casa in maniera abbastanza bislacca. Stacco a cinque anni dopo, lui c’è rimasto male, la sua ormai ex moglie c’è rimasta peggio e non lo vuol più vedere evar. Lui disperato passeggia nella neve dove vede una farfalletta, seguendola scopre una porta, che porta ad un tunnel che porta ad un’altra porte e li! Toh, vede se steso che va dalla dirimpettaia proprio nel giorno della morte della figlioletta. Non ci pensa due volte e la salva. Poi però il Mads Mikkelsen che era andato dalla dirimpettaia, vede il Mads Mikkelsen più vecchio, c’è una colluttazione e per sbaglio quello vecchio ammazza il giovane, ovviamente nasconde il cadavere e ne prende il posto. A questo punto uno può dire, bislacco si, ma più di così è difficile. E invece no! Perché presto si scoprirà che c’è un fortissimo flusso migratorio unidirezionale dall’altro mondo al mondo fotocopia, in cui tutti tutti, vengono, ammazzano se stessi e ne prendono il posto! Poi i nodi verranno al pettine quando la moglie di Mads Mikkelsen attraverserà pure lei la porta…

Film bislacco quindi, ma parecchio. Ad ogni svolta narrativa equivale u n malcelato WTF, fino al finale che svacca senza possibilità di recupero, e infatti tutti se ne fregano del casino degli ultimi 10 minuti e l’immagine di chiusura sono i due coniugi che si stringono la manina…

Mah, inutile dirlo, il film si fa seguire senza troppi intoppi, ma c’è da chiedersi se si ha voglia di perdere un’ora e quaranta per vedere tutte le declinazioni del volto di MAds Mikkelsen comprese tra lo spaesato ed il confuso.

giovedì 10 novembre 2011

Au hasard Balthazar - Robert Bresson (1966)

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Visto in DVD. Che buffo Bresson che fa un film su un asino… ovviamente però è buffo sulla carta, non c’è proprio un cazzo da ridere in un film di Bresson su un asino, anzi, la parabola negativa dell’animale diventa metafora della mesta vita umana. Ma andiamo con ordine…
La storia di un asino dalla nascita in una fattoria in cui, cucciolo pucciosissimo viene utilizzato solo per scopi ludici dai bambini, all’età adulta in cui viene continuamente picchiato, sfruttato e bistrattato da tutti, in ogni ambito ed in ogni situazione fino ad una fine dolorosa ed indecorosa… come dicevo la storia di questo asino si affianca alla storia della sua prima padroncina, Marie, figlia di un uomo con problemi di debiti non suoi, innamorata di un coglioncello locale che con la sua gang di sociopatici maltratta animali e persone, uccide e contrabbanda. I due fuggono, si respingo, fanno cose e vedono gente, finchè lei non tornerà a casa dai suoi genitori, ritroverà un vecchio amore, ma ormai sarà svuotata da ogni possibilità di sentimento, inoltre il suo ex e la sua gang non gli va giù d’esser stati abbandonati e si vendicheranno.

Le due storie in realtà non hanno molto in comune, l’asino (che è assolutamente il protagonista) incontra più e più volte, per tutta la sua vita, Marie, ma i due non hanno eventi in comune molto importanti. Quello che le due storie rappresentano è, al solito, la condizione umana filtrata dal pessimismo cosmico di Bresson.

L’asino mostra l’impossibilità di discernimento, l’inesistenza del libero arbitrio, l’asino non ha mai la possibilità di scegliere il suo destino, quando si rifiuta di eseguire gli ordine viene picchiato più del solito, quando li esegue viene malmenato in maniera standard; quando tenta la fuga viene ripreso e sfruttato nuovamente, non c’è alcuna possibilità di scelta, ne di salvezza. Le scene più rappresentative sono (come dice Farinotti) quella del “gioco di sguardi” tra animali al circo, dove l’asino fissa gli animali nelle gabbie, poi ovviamente la scena della morte, ucciso dagli uomini senza avere responsabilità, muore fra le pecore, le quali al contrario degli uomini non lo maltrattano, semplicemente se ne disinteressano (a loro volta però le pecore subiscono la coercizione dei cani da pastore che le obbliga ad allontanarsi dall’asino).
La storia di Marie invece è più emblematica del giansenismo (secondo cui l’uomo è portato a fare il male in ogni frangente, a meno che non giunga la grazia di Dio) e mostra un lungo susseguirsi di situazione dove quasi ogni personaggio agisce nel peggiore dei modi. Marie stessa, persona sfortunata e vessata dagli eventi, si prodiga per causare dolore in chi le sta accanto.
Due visioni della vita umana, entrambe decisamente negative.