lunedì 31 gennaio 2011

Un condannato a morte è fuggito - Robert Bresson (1956)

(Un condamné à mort s'est échappé ou Le vent souffle où il veut)

Visto in VHS

Nella Fracia occupata dai nazisti un carcerato tenta la fuga, meccanicamente sarà facile, ma la preparazione sarà lunga ed il coraggio verrà spesso a mancare.

Bresson realizza un film di genere carcerario, sottogenere fuga, assolutamente atipico. Il regista infatti si concentra molto sulla realizzazione pratica del piano (il film è un continuo inquadrare il dettaglio delle mani e degli oggetti utilizzati, il cucchiaio, la rete, le corde, ecc…), con lunghi silenzi ed una recitazione scarna al massimo. Bresson sembra più intento a descrivere infatti tutto ciò che si prova nell’attuare un piano voluto più che nel mostrare lo svolgimento, e per farlo decide di rimanere attacato agli oggetti. Si insomma, punta al metafisico mostrando solo ciò che è materiale.

Buono il tentativo e la realizzazione, ma non si può non ammettere qualche sbadiglio.

domenica 30 gennaio 2011

Gilda - Charles Vidor (1946)

(Gilda)

Visto in DVD.

C’è poco da dire, ci si trova davanti ad un noir classico che potrebbe essere il più didattico di tutti.
La storia, al contrario di altri film di questo genere, è semplice e lineare; un trianglo amoroso tra un magnate e gestore di una casa da gioco illegale a Buenos Aires, il suo braccio destro ed unico amico (umano almeno) fuggito dagli USA a causa di una donna; e Rita Hayworth, neomoglie del magnate e causa della fuga del braccio destro dagli stati uniti. Tutti e 2 gli ex amanti saranno costretti a vivere gomito a gomito fin alle ovvie conseguenze.
La Hayworth, in questo film, rappresenta l’archetipo perfetto della dark lady, sensuale, vivace e gonfia d’odio, disposta a tutto pur di giungere ai suoi obbiettivi, e nello stesso tempo vincolata dalla situazione. Il rapporto fra i due è, assieme a quello dei protagonisti di “Duello al sole”, la migliore rappresentazione di una relazione sorretta in egual misura dall’amore e dall’odio, entrambi spietati.
C’è tutto in questo film; personaggi scolpiti nella pietra, attori e caratteristi in parte, inutili numeri musicali, dialoghi perfetti degni di un’antologia di aforismi… tutto è perfetto tranne il finale, troppo positivo per essere la degna conclusione di un noir così torbido, buonista, ma almeno ha l’attenuante di essere ironico.
PS: la Hayworth canta "Put the blame on mame" in un vestito senza spalle che farà la storia del cinema.

sabato 29 gennaio 2011

I diabolici - Henri-Georges Clouzot (1955)

(Les diaboliques)

Visto in DVD.


La moglie e l’amante di uno stesso uomo (tutti impiegati nello stesso collegio), la prima vessata dal marito, la secondo illusa troppe volte dal compagno, decidono di sbarazzarsene. Lo attirano fuori città con uno stratagemma, e tra mille dubbi, e mille inconveniente preparano ed eseguono l’omicidio, affogando il poveretto (beh mica tanto) nella vasca da bagno. Tutto sembra risolto, ma una volta tornati alla scuola cominciano a succedere fatti poco chiari, in primis la scomparsa del cadavere che volevano far ritrovare accidentalmente…

Perfetto thriller con venature horror di Clouzot, che gioca con tutto, con la suspence, con le aspettative del pubblico, con le regole dei generi, e anche con i suoi personaggi. Niente è come sembra, e l’entrata in scena di ogni pericolo si dimostra poi essere una salvezza, e viceversa, ovviamente.

Il ritmo è continuo, calmo, ma spietato nell’insinuare dubbi ed inquietudini di ogni sorta e nello spiazzare con continui colpi di scena; anche se si riesce a giungere alla conclusione esatta prima del termine del film, le ultime sequenze riescono comunque a trasmettere tensione.

Assolutamente un lavoro originale, trattato da manuale. Hitchcock non avrebbe saputo fare meglio, e forse (essendo più ironico e meno cinico) non avrebbe saputo fare altrettanto.

venerdì 28 gennaio 2011

Le balene d'agosto - Lindsay Anderson (1987)

(The whales of august)

Visto in VHS.

Più che un film, un evento.

Due anziane sorelle vivono su un’isola nel Maine, ma il loro modo di rapportarsi alla vita (e in questo caso alla loro anzianità) è tutt’altro che simile, solare e positiva la più anziana, arcigna ed acida la più giovane. Il film mostra una paio delle loro giornate passate nella calma e nella grazia di un non luogo fuori dal tempo, circondate da vari rappresentanti della terza età (o meglio, del modo di rapportarsi con essa) e con la continua speranza nel futuro nonostante la spada di Damocle della morte sempre più vicina (questo stanno a rappresentare le balene del titolo).

Beh, tutto qui? No, perché le due sorelle sono Lillian Gish (ultranovantenne, ma vispa come una ragazzina) e l’acida Bette Davis. Entrambe notevolmente scavate dall’età, ma ancora riconoscibili sotto tutte quelle rughe. Entrambe in una parte evidentemente pensata proprio per loro. In più ci aggiungerei un Vincent Price garbato come suo solito, ma meno gigione.

Un film elegante e rilassato, mai noioso, ma sempre sulla scia della realtà nel mostrare la vita di un gruppo di anziani. Anderson non crea nulla di nuovo nella regia, ma questo neppure era il suo scopo. Il film appare come un saluto ad un tempo, cinematografico, che non c’è più.

Poi a conti fatti ci si può godere davvero questo film solo se si conoscono gli attori, in questo caso diventa davvero un testamento spirituale.

giovedì 27 gennaio 2011

Flags of our fathers - Clint Eastwood (2006)

(Id.)

Visto in DVD.


A partire dalla nota foto scattata ad Iwo Jima, Eastwood narra la storia di quella foto, la storia di chi ha preso parte alla sua realizzazione prima che venisse scattata e tutto il baracco ne mediatico messo in moto dopo che la foto uscì sui giornali. I tre protagonisti, ovviamente, avranno diversi modi di approcciarsi all’improvvisa notorietà, ma tutti e tre rimarranno dei sopravvissuti incompresi e tutti e tre saranno destinati all’anonimato.

Al di la della forma, la fotografia sempre ben curata e gli attori sempre adatti alla parte, Eastwood finalmente spiega il suo modo di fare cinema. Questo è un film Hollywoodiano classico, con l’eroe venuto dal basso che ha visto cose che gli altri umani non possono immaginare, e allora si rifugia nei compagni di disavventure, nell’alcool o cerca di cavalcare il momento, sempre però mantenendo un’integrità, una spinta verso la giustizia invidiabili… d’altra parte però Eastwood rompe assolutamente i canoni della mitopoiesi classica; prende la foto più importante della seconda guerra mondiale e ne dissacra la realizzazione (splendido quando i soldati spiegano al governatore il momento in cui venne issata), mostra il lato oscuro degli eroi che la realizzarono e l’ottusità di chi cercò di sfruttarla per un ritorno d’immagine. Si insomma, Eastwood utilizza gli stilemi classici del cinema americano, ma li inserisce in una storia di riscatto che non riesce a concretizzarsi, rompendo l’obbligo di un happy ending. Finalmente, con questo film, ho capito Eastwood.

mercoledì 26 gennaio 2011

La cosa da un altro mondo - Christian Nyby, Howard Hawks (1951)

(The thing from another world)

Visto in DVD.

Un missione nell’artico scopre un misterioso oggetto che devia le onde magnetiche, nel tentativo di estrarlo dal ghiaccio lo distruggeranno, ma riusciranno a recuperare un umanoide che evidentemente vi soggiornava dentro… peccato non lo distruggano subito perché creerà il caos e donerà la morte.

Diversissimo dal suo remake anni ’80, il film di Hawks è uno splendido film di tensione (più per l’epoca che oggigiorno) in ambito fantascientifico, con un mostro simil-creatura di Frankestein (curiosamente d’origine vegetale) che si vede poco ma crea l’ambiente adatto per uno scontro di personalità. Il film infatti sembra molto più intento a mostrare l’idiozia dei protagonisti (l’interventismo cieco dei militari, l’assurda preferenza per la scienza anziché per la vita dello scienziato, ecc…) piuttosto che lo scontro con l’essere.

Un ottimo film d’epoca che dona ancora qualche emozione, la scoperta della nave incastonata nel ghiaccio è stupenda, e sarebbe ancora migliore se l’esperienza dei 60 anni di cinema che ci separano non spoilerasse il proseguimento del film.

martedì 25 gennaio 2011

Rapunzel, l'intreccio della torre - Nathan Greno, Byron Howard (2010)

(Tangled)

Visto in Dvx.

Della Disney orfana della Pixar questo è il miglior film che io ricordi. Volendo pure esagerare è forse il miglior film Disney da 10 anni.
La trama è apparentemente classica; lei è Raperonzolo ed è rinchiusa nella torre dalla matrigna cattiva, lui è un ladruncolo che la incontra, la porta fuori e le fa scoprire il mondo (a chi non è venuto in mente "Aladdin"?!) e si innamoreranno.

Trama classica per uno svolgimento ancora più classico, inoltre la Disney rispolvera qualche vecchia mania, come le canzoni (speravo ce ne fossimo liberati definitivamente) e i comprimari muti (questo invece è un gradito ritorno, la Disney è sempre stata magnifica a rendere credibili personaggi silenziosi, e che io ricordi non si cimentava in questo campo da "Pocahontas") che gli vengono particolarmente bene.

In un impianto così consueto, però, ci mettono in mezzo idee e situazioni abbastanza innovative. Da una parte il film spinge sul dramma estremo come non credo sia mai stato fatto prima; già nella prima frase il protagonista avverte che questa è la storia della sua morte... per carità alla fine c'è l'happy ending, ma in fondo è un film per bambini.
Inoltre la Disney prende a piene mani la lezione di "Shrek", abbandona la principessa liberata dal principe azzurro e anche la principessa come artefice del suo destino (questa era l'ultima tendenza Disney) e crea la principessa come vera e propria eroina del racconto. Sarà lei infatti a salvare più volte il protagonista maschile, lui fungerà solo da catalizzatore per lei, niente di più.

In ogni caso il film intrattiene da dio; diverte come non succedeva da anni, non annoia mai e crea alcuni personaggi da ricordare. Non si può desiderae di più.

lunedì 24 gennaio 2011

Germania anno zero - Roberto Rossellini (1948)

(Id.)

Visto in DVD.

Film nerissimo e tragicissimo di Rossellini. In una Germania ferita a morte da una guerra da cui è ben lungi dal riprendersi, si muove Edmund figlio minore d’una famiglia disperata in cui tutti i suoi componenti (come tutti i personaggi del film comunque) sono vittime di un terribile individualismo (il fratello maggiore che non vuole prendere la tessera per i viveri per paura d’essere arrestato, il padre che ama lamentarsi più che essere un appoggio ecc…). Fuori dalla casa le cose non vanno meglio, e finisce a fare dei lavori per un suo ex insegnante, nostalgico del nazismo e tendenzialmente pedofilo (ma non sembra neppure essere l’unico), e poi si associa a due ragazzi che vivono di espedienti e prostituzione. In un contesto del genere il ragazzo sarà portato all’omicidio, un omicidio atroce, per quanto liberatorio , che lo porterà all’inevitabile finale.

Salvo nella figura dell’insegnante (le cui carezze eccessivamente sensuali sul giovane protagonista disturbano ancora oggi), il regista sembra essere in equilibrio perfetto, senza giudizi morali, mostrando una galleria di personaggi che sono colpevoli quanto innocenti, vittime e carnefici nello stesso momento; mostrandole quindi come essere umani che vivono nella tragedia come condizione normale (come dice la voce fuori campo all’inizio), in una concezione estremamente moderna del rapporto fra Germania e nazismo.

Se l’intero film si sviluppa come neorealista aumentando notevolmente l’effetto emotivo ed il disagio dello spettatore, il finale si presenta come un denso affresco di simboli di un’infanzia distrutta ed ormai irrecuperabile da qualunque forza, e accompagna chi guarda verso un finale logico, ma francamente non previsto.

Un film stupendo, moderno e sostanzialmente perfetto… anche se avrebbe bisogno di qualche restauro.

domenica 23 gennaio 2011

Die Nibelungen: Kriemhilds Rache - Fritz Lang (1924)

(Id.)

Visto in VHS.

Nel secondo capitolo Crimilde cerca la sua vendetta, sposa il re degli Unni, invita i parenti traditori nei territori del nuovo sposo e con qualche stratagemma, una rabbia spietata che calpesta ogni cosa (e chiunque, arrivando a sacrificare il figlio!) fino al raggiungimento del suo scopo.
La storia risulta decisamente migliore, con i passi di una sanguinaria tragedia greca si assiste alla insostenibile attesa di Crimilde per la sua vendetta, che come un rullo compresse schiaccia tutti pur di schiacciarne uno. Si assiste alla distruzione di un popolo. E si assiste alla fine di una saga cominciata con l’armonia e conclusa nel caos… e Lang ovviamente ci va dietro, con un secondo episodio molto diverso dal precedente, caratterizzato da una confusione maggiore, una precisione meno spiccata ed un andamento più lento… ed è proprio qui il problema, a fronte di una storia migliore, il ritmo tira il freno a mano, divenendo attendista come la sua protagonista, e di conseguenza anche l’interesse rischi talvolta di sbadigliare… un peccato.

sabato 22 gennaio 2011

I nibelunghi: la morte di Sigfrido - Fritz Lang (1924)

(Die Nibelungen: Siegfried)

Visto in VHS.
Primo episodio della saga dei nibelunghi, con Sigfrido che si mette in marcia per la sua epopea, uccide il drago (un manichino veramente stupendo per l’epoca), conquista l’oro dei nibelunghi, raggiunge il regno di Worms, aiuta il re a conquistare la regina d’islanda Brunilde, sposa la sorella del re e viene ucciso…
Supendo film dell’epoca del muto, che alla regia simmetrica e precisa di Lang, unisce un dispendo d‘energie particolare nella messa in scena, che ricrea mondi distinti in base alle popolazioni d’appartenza, e ancora più importante riesce a mantenere un tono, un ritmo perfetto, che avvince e permette di arrivare alla fine quasi senza accusare il colpo… e questo è realmente molto per un film muto.
Se poi mi si viene a dire che era il film preferito da Hitler e tutto quello che ne consegue… beh, concedo a Hitler la possibilità di averci visto giusto una volta in vita sua.

venerdì 21 gennaio 2011

Kill me please - Olias Barco (2010)

(Id.)

Visto al cinema.

In una clinica tra le montagne si attua il suicidio assistito, si offre una possibilità di dignità a chi ha deciso di intraprendere l'ultimo viaggio (quanto sono enfatico); nel contempo il direttore si prefigge anche di tentare di far desistere chi non ne è pienamente convinto...
Ben presto però la clinica si riempirà di personaggi al limite del buonsenso mentre dovrà fare i conti, duramente, con l'ostracizzazione (estrema) dei montagnari del villaggio vicino.

Commedia nera che inizia come un film normalissimo; o meglio, il tema è trattato con ironia sopra le righe, ma non si ride (non so se la cosa sia intenzionale o meno); poi il film parte per la tangente, i morti (involtari) aumentano a dismisura e allora il cinismo e l'ironia vanno di pari passo. Nella seconda metà si ride, non sempre politicamente s/corretto, ma si ride.
Lodevole il fatto che le parti più atroci e disturbanti non siano quelle dei suicidi, ma al contrario l'assalto alla clinica o il tentativo di stupro, che stanno agli antipodi della perfezione formale del alvoro svolto nell'ospedale della morte.

Il problema è che la storia non quaglia... I personaggi quasi tutti a piombo nell'inizio, nel finale si mettono tutti ad agire da folli completi, sfuggono del tutto le intenzioni e le motivazioni per quasi tutti i gesti e il film si risolve in un pout pourri di uccisioni casuali.
Il problema è che il film è in sentore di cazzata indi fin dall'inizio (c'è pure il bianco e nero autoriale e la camera a mano alla "europea"), ma se nella prima metà sembra far parte del sottotipo "noioso", nella seconda fa parte delle sottoclassi "caos autoreferenziale" e "va come ti sgomento il benpensante con questa trovata contrissima al sistema costituito".

In definitiva il film diverte e intrattiene pure (nella seconda metà), ma non significa nulla, il nocciolo della trama non viene compreso e l'opera si risolve in un altro filmetto indi post-Kevin Smith (anche se decisamente superiore alla media).

giovedì 20 gennaio 2011

La bella e la bestia - Jean Cocteau (1946)

(La belle et la bête)

Visto in VHS.

Questo film è palesemente la base da cui la Disney ha tratto il suo cartone!!! È evidente dall’estetica dei personaggi, e dal fatto che nella storia originale ci fossero solo le 2 sorelle e non Gaston, che viene invece introdotto da Cocteau (anche se in questo film non si chiama così, ma poco importa)!!!
In ogni caso, lo dico subito il film Disney è decisamente superiore.
L’opera di Cocteau invece risulta abbastanza incomprensibile e noiosetta nella trama; è infatti ripetitiva negli avvenimenti e troppe cose vengono date per scontate (il fatto che la bestia fumi a causa degli omicidi che compie l’ho capito dopo un po e solo perché Cocteau stesso ne fa un rapido accenno nell’intro)… ma d’altra parte non è da vedere per questo motivo.
Cocteau è famoso per il suo stato sognante, per l’onirismo che impera nei suoi film, e questo certo non fa eccezione. Se la maschera della Bestia è già di per se ottima, le idee di scenografia cono imbattibili, come i candelabri sorretti da mani che escono dai muri o le stanze rese enormi da un’ombra costante che non ne mostra i limiti. Oltre ovviamente agli effetti speciali, realizzati per lo più facendo tornare indietro le immagini, creando un effetto straniante e perfettamente riuscito.
Curioso notare che, come nel successivo film Disney, la Bestia risulti decisamente più interessante del principe in cui si trasforma.

mercoledì 19 gennaio 2011

Prima che sia notte - Julian Schnabel (2000)

(Before night falls)

Visto in VHS.

La vita dello scrittore cubano Reinaldo Arenas dalla nascita alla morte a NY, inutile dire che essendo libero, spregiudicato e omosessuale, non poteva stare molto simpatico al regime.

Schnabel inizia con un incipit da urlo, che fonde parole, immagini e movimenti di camera in maniera talmente perfetta che sembra non aver mai fatto altro in vita sua. Nel momento del gigantesco dolly dalla buca in cui scava il bambino fino all’alto possono sgorgare spontaneamente lacrimi di gioia.

Poi però il film si perde, la storia diventa ripetitiva e poco incisiva. L’opera dello scrittore, o meglio, la sua importanza, non vengono trasmessi e si perde il significato e la portata degli eventi. Ma soprattutto i virtuosismi di Schnabel diventano sempre più radi ed inutili, autoreferenziali.

Un film carino che però ha troppe pretese, e risultati troppo miseri; sul finale annoia.

PS: Johnny Depp ha uno dei doppi ruoli più curiosi della sua carriera.

martedì 18 gennaio 2011

Non ci resta che piangere - Roberto Benigni, Massimo Troisi (1985)

(Id.)

Visto in Dvx.

Ceci n’est pas un film. È il classico espediente dei comici di successo di pigliare soldi al botteghino oltre che dalla tv…

Per carità, il film è pure divertente, ha molti momenti in cui non si può non ridere (anche se io ho delle difficoltà tecniche nel capire Troisi, già biascica più che parlare, se poi usa solo in napoletano neanche mi ci metto a tentare di comprenderlo), ma il film rimane un insieme di gag disgiunte, con un ottimo incipit , ma senza struttura e senza finale; che si avvale della collaudatissima strategia della strana coppia. I riferimenti a Totò e De Filippo sono addirittura esplicitati nella scena della lettera, ma gli originali rimangono (a mio avviso) migliori perché riescono ad avere meno tempi morti di Benigni/Troisi, sembrano meno improvvisazioni da sagra e uno straccio di linea narrativa l’avevano quasi sempre.

lunedì 17 gennaio 2011

City of life and death - Chuan Lu (2009)

(Nanjing! Nanjing)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un altro film di regime, su un’altra guerra. La Cina mostra i suoi muscoli cinematografici e fa vedere che riesce a fare i kolossal pure lei, e nel frattempo sputa un po di veleno contro i giapponesi.

Il film mostra l’invasione di Nanchino da parte dei giapponesi durante la seconda guerra mondiale e di tutte le atrocità compiute su una popolazione inerme, ma orgogliosa…

Il film è esteticamente ottimo, con un intenso bianco e nero ed una ricostruzione degli esterni da far impallidire “Il pianista”. La regia poi non spiccherà per originalità, ma fa quello che può per non annoiare mai, ed in un melo drammone di qualche ora è molto.

Tutto il problema sta nella storia, se nei primi 15 minuti i giapponesi sono rappresentati come un esercito di esseri umani, impreparati a gestire un evento così grande, nel giro di un paio di inquadrature diventano una selva di barbari aguzzini che si divertono a compiere varie ed eventuali atrocità, tanto da far passare per buoni i nazisti (che si occupano, degnamente del campo profughi). Non nego la realtà storica degli eventi, e c’è da dire che un giapponese è presentato come un essere umano, ma questa lunga sequela di efferatezza risulta stucchevole ed inutile, anzi utile ad un regime per creare il solito senso di unità nazionale, ma è poco cedibile e soprattutto indifferente alle motivazioni degli individui…

Poi ripenso che i giapponesi sono per i cinesi gli equivalenti dei nazisti per gli europei e cerco di ricordare un film in cui i nazisti vengono mostrati come essere umani….

domenica 16 gennaio 2011

Alessandro Nevsky - Sergei Mikhailovic Eisenstein (1938)

(Aleksandr Nevskiy)

Visto in DVD.

Un film voluto dal regime, tutto intriso del noioso nazionalismo russo e che fruttò al comunque inviso Eisenstein un qualche riconoscimento bolscevico.
Sul finire degli anni ’30, la Russia ha la Germania alle porte e decide di scongelare la leggenda di Aleksandr Nevskiy, che unì le città russe per sconfiggere i terrifici teutoni. Il film è tutto qui, ingenuo, noioso e pedante (unica cosa da ricordare l’impagabile la scena in cui i teutoni gettano ad uno ad uno i bambini russi su di una pira fiammeggiante) in cui il povero Eisenstein è costretto a destreggiarsi. Così tra un protagonista cristologico e dialoghi imbarazzanti, il geniale regista tira fuori un film che è quasi interamente composto da cartoline. Un susseguirsi di inquadrature estetizzanti, rigidamente controllata (ovviamente non durante le battaglie), che certamente alleviano la sofferenza della visione, ma non la eliminano; e soprattutto non sono al livello delle sue opere del periodo del muto…
Il film è un pezzo di cinema da conoscere; ma non si può avere l’obbligo di amarlo, credo sia contro natura.

sabato 15 gennaio 2011

La vita è meravigliosa - Frank Capra (1946)

(It's a wonderful life)

Visto in DVD.

Commedia dolcissima ma non sdolcinata, imperniata su di un uomo buono che ammazza le sue ambizioni a causa degli altri e, come solo nei film di Capra succede, viene poi ripagato con l’altrui generosità.
Il film si fa seguire con una storia dalle giuste dosi di ritmo e grazia e con alcuni magnifici momenti di reale maestria nelle storie d’amore, come da bambini quando mary sussurra il suo amore nell’orecchio sordo, il dialogo al telefono a tre in cui i due innamorati si attraggono e respingono contemporaneamente… ecc…
Godibile oltre ogni dire e soprattutto non irritante, neppure nello zuccheratissimo finale. Un film che incita alla vita senza mai scadere nel già visto o nel già detto.
La vita è meravigliosa risulta anche importante nell’immaginario cinematografico statunitense per alcune idee poi ripetutamente sfruttate, come Dio rappresentato come una galassia (o una nebulosa, non me ne intendo benissimo di astronomia), l’angelo inviato dal cielo che mostra come sarebbe il mondo se il protagonista non fosse mai nato, o il canto in coro di canzoni natalizie nel finale (che si ritrova in quasi tutti i telefilm made in USA).

venerdì 14 gennaio 2011

Sussurri e grida - Ingmar Bergman (1972)

(Viskningar och rop)

Visto in DVD.

Questo film di Bergman è come un libro di Ford Madox Ford, o un’opera di Schönberg; si può non apprezzarlo, non arrivare neppure alla fine, eppure la profondità che c’è dentro è indubbia, e la perfezione formale è enorme.

La storia di tre sorelle (e una governante) che si prendono cure di una di loro, malata e morente e che rappresentano 4 archetipi umani, 4 modi di affrontare l’esistenza, o semplicemente 4 facce dello stesso animo (Bergman sosteneva che tutte e 4 fossero prese da sua madre, senza che il film fosse una biografia).

La storia è scarnissima, i silenzi lunghi, gli eventi pochi come i personaggi e i gesti, o quotidiani o eccessivi… eppure tutto è impeccabile, se ci si lascia trascinare dentro la storia non ci si può annoiare, l’unico rischio è il terribile amaro in bocca che lascia questo film, quasi più d’ogni altro fra le opere di Bergman.

Tecnicamente poi è realmente qualcosa di speciale. La macchina da presa indugia sui dettagli e insiste sui primissimi piani, con continui avvicinamenti come mai nella carriera del regista; la storia già chiusa dentro una casa, viene ulteriormente resa intimistica dalle inquadrature. La fotografia tutta improntata sul rosso e sul rapporto tra questo colore e il bianco (e, dopo la morte, anche col nero), con la creazione di un ambiente irreale, senza tempo, a se stante. Lo stesso Bergman sosteneva che ogni suo film a colori avrebbe potuto realizzarlo anche in B/N, tranne questo, perché il film è un’anatomia dell’animo umano e il rosso è il colore dell’anima.

Non ci si aspetti un’opera facile, accogliente o conciliante; non ci si aspetti intrattenimento; questo film deve essere trattato di filosofia o di teologia, non ti fa passare un’ora e mezza gioiosa, ma ti da spunti, informazioni o punti di vista che non troverai mai su Panorama.

Impeccabile il cast, costretto a recitare come non mai.

PS: i film di Bergman sono una serie di preti, una sequenza di pastori tutti improntati verso la ricerca di una fede che non hanno loro per primo; quello in questo film è forse uno dei più struggenti, è presente in un’unica sequenza eppure lascia il segno. Pregando per la morta al suo capezzale, in realtà prega la morta di dargli un segno dell’esistenza di dio, e facendolo si lascia sfuggire una lacrima; alzandosi poi afferma che quella donna aveva più fede di lui. Stupendo.

giovedì 13 gennaio 2011

Lili Marleen - Rainer Werner Fassbinder (1981)

(Id.)

Visto in DVD.

La storia del successo della canzone “Lili Marleen” è legato a storie di amore e spie nella Germania nazista; almeno secondo Fassbinder. Il film è proprio la storia d’amore, per lo più a distanza fra una cantante di locali notturni (Schygulla) e un ebreo svizzero che lavora per far fuggire nel suo paese gli ebrei tedeschi (Giannini); fra loro si opporranno il ricco padre di lui, il nazismo, la guerra, e ancora il nazismo, mentre lei riuscirà a raggiungere il successo nonostante limitate capacità canore, e lui sarà invece catturato.
Storie di amore e spie, come si diceva, e fraintendimenti, dalla storia estremamente canonica, eppure condotta con uno stile asciutto che fa perdonare ogni cosa. La regia di Fassbinder è appena sotto a quella di “Un anno con 13 lune”, appena meno originale, mantiene però tutto il dinamismo con continui carrelli (quanto è bello vedere un film del genere).
Molti i tocchi d stile; l’incontro con Hitler che viene mostrato con l’entrata della cantante dentro un’enorme porta da cui esce una luce accecante; i soldati che cantano la canzone del titolo ormai diventata proibita mentre partono per il fronte con la cantante che se ne va impettita (ok, è vero, è piuttosto di maniera come scena, ma è messa nel momento giusto, con la giusta freddezza); oppure che ogni volte che la Schygulla canta vengono intercalate scene di battaglia con quelle del suo spettacolo, come a continua memoria che mentre tutto questo succedeva fuori impazzava una guerra.
Bravo Fassbinder.

mercoledì 12 gennaio 2011

TRON: legacy - Joseph Kosinski (2010)

(Id)

Visto al cinema.

Per prima cosa voglio dire che il “Tron” originale non l’ho mai visto. L’ho cercato, già da parecchio, perché mi affascina l’archeologia CGI, ma non sono riuscito a trovarlo; speravo in Ghezzi, ma si vede che la Rai non ha i diritti… questo per dire che non so bene da dove parta questo sequel, quanto sia fedele o meno, quanto sia figo lo sviluppo della storia a partire dall’originale (anche se mi pare che sia abbastanza affascinante); dirò di più, ho come il sospetto che Jeff Bridges non fosse neanche il protagonista nell’82, un giorno andrò a togliermi il dubbio su wikipedia, ma per ora sono troppo pigro per farlo.

Partiamo subito dalle due innovazioni più importanti, il 3D e la faccia del Jeff Bridges da giovane.
Il 3D non è qualitativamente spettacolare e, salvo l’inizio, neppure usato un granché. Dirò di più, le pubblicità prima dell’inizio del film avevano un 3D decisamente più profondo ed affascinante. Però bisogna che qualcuno lo dica, questo è un film fondamentale in quanto è il primo che crea un significato al 3D, il primo che gli da uno scopo (il 3D, salvo nell’incipit dove è usato perché fa figo, serve ad identificare il mondo virtuale, perché sembri più reale, la realtà invece è in un 2D con appena un filino di terza dimensione); la cosa non gli riesce proprio da dio, ma è il primo film che codifica un linguaggio per la terza dimensione e non la utilizza soltanto perché è la novità del decennio, ma è parte integrante del racconto. Con le dovute proporzioni, qui lo dico e qui lo nego, questo Tron legacy sta al 3D come “M - Il mostro di Düsseldorf” sta al sonoro… ripeto, con le dovute proporzioni (capolavoro il film di Lang, carino questo).
La faccia di Bridges è l’altra particolarità, i quanto è una faccia completamente ricostruita in digitale di un personaggio reale ma basata sulla sua faccia di 30 anni fa, messa poi in un ambiente senza CGI. Sembra una battuta, ma al buio e se non deve fare troppe espressioni funziona da dio. Quando viene illuminata molto e deve recitare in maniera fine si svacca. Nel complesso funziona, da un senso di stranezza, si percepisce che c’è qualcosa che non va, ma funziona.

Altra questione da toccare è il design, estetico e sonoro.
Il design estetico è la parte più curata (si vede che hanno speso catamarani pieni di soldi per farlo) e funziona alla perfezione; è bello, affascina e sottolinea i differenti personaggi, fermo restando le caratteristiche del film originale. Anzi proprio grazie alla cura nel recupero della messa in scena dell’82, in tutto il film si respira una sorta di aria vintage rimodernizzata; tutto è assolutamente attuale e moderno, ma l’estetica trasuda ‘80s da far paura. Davvero bravi.
Il sound design è l’altro vero punto di forza. La musica è fantastica (giusto quella dei momenti di pace o vittoria mi è parsa un poco moscia), adatta in ogni momento, moderna e tecnologica quanto serve e assolutamente versatile; d’altra parte i Daft Punk non sono i primi venuti (si possono apprezzare o meno, ma il loro lavoro lo sanno fare). Bisogna anche dire che anche tutto il comparto sonoro (il sound design vero è proprio) è opera loro, e generalmente è funzionale e ben realizzato, non stravince in fatto di originalità, ma coopera alla perfezione alla creazione dell’ambiente. Ecco, va sottolineato come tutti questi fattori appena elencati riescano nell’impresa, tutt’altro che ovvia, di creare un mondo, una ambiente ex novo completo e credibile; una cosa che era riuscita di recente solo ad “Avatar”.

Non ho parlato della storia perché è il vero tallone d’Achille del film. Non che non sia fascinosa, ma è un blockbuster, e quindi è prevedibile e sdolcinata. I buoni sono buonissimi, tutto il film verte su un rapporto padre figlio senza ombre (nonostante il distacco ventennale) e ci sono tutti i sacrifici che ci si può aspettare fin dall’inizio, vince chi deve vincere, perde chi deve perdere, e muore chi deve morire. Non si poteva pretendere troppo dalla Disney comunque.

Non un grande film, ma per il comparto tecnico ed estetico un film importante. Come “Avatar” anche questo sarà il metro di paragone per l’uso del 3D (più che del CGI) e per la costruzione di mondi virtuali.

PS: adoro Sheen, che in questo film è il sosia di David Bowie!

martedì 11 gennaio 2011

Corte marziale - Otto Preminger (1955)

(The Court-martial of Billy Mitchell)

Visto in VHS.

Finita la prima guerra mondiale un generale degli stati uniti si rende conto del grande potenziale bellico dei neonati aerei e cerca di dimostrarlo ai superiori che, a quanto pare, sembrano continuare a preferire la fanteria ritenendo i velivoli diversi dai dirigibili come dei giocattoli. Il visionario militare si scontrerà più volte per cercare di dimostrare l’utilità sulla nuova arma e ottenere più finanziamenti per un’aviazione che è priva di sistemi di sicurezza fino a scatenare verso di se una corte marziale affinché si parli del problema.
Legal movie di Preminger che in certi echi anticipa il tema di “Anatomia di un omicidio” (lo scontro fra avvocati che si risolve in un duello di furberie sempre al limite fra legalità ed emozioni personali più che sui fatti oggettivi) e per stile “Tempesta su Washington” (anche se la versione che ho visto ha ammazzato completamente l’ariosità del cinemascope), ma niente illusioni, fra quei film e questo ci sono notevoli distanze…
Il visionario generale (un altro personaggio da annoverare nella galleria delle ossessioni di Preminger), ben interpretato da Cooper, è eccessivamente preciso nelle sue previsioni (prevede l’attacco a Pearl Harbour da parte di aerei giapponesi con vent’anni d’anticipo) e troppo eroico e granitico nei modi per essere all’altezza dei suoi tortuosi posteri cinematografici.Il film è gradevole e si fa guardare con disinvoltura, in attesa che Preminger cresca, in capacità e cinismo.

lunedì 10 gennaio 2011

La magnifica preda - Otto Preminger (1954)

(River of no return)

Visto in DVD.

Oddio che palle… io mi dicevo, t’oh, un film di Preminger con Robert Mitchum (c’era affezionato si vede) con anche Marilyn Monroe (?!!!!), dal titolo “La magnifica preda” (!!!); devo vederlo… poi quando comincio mi salta fuori che è un western… beh se uno ci sa fare il western non fa schifo… poi il film comincia…

Lui, lei e un ragazzetto viaggiano lungo un fiume per salvarsi la ghirba dai ferocissimi indiani (qui sono ancora gente cattiva che non balla coi lupi), ma lui nasconde qualcosa, ma i due si innamorano, ma c’è il ganzo di lei che li attende giù in città…

Western classico con cowboy (anche se qui non ci sono cowboy) duri, sicuri e pulitini che si battono come furie contro indiani assetati di sangue e si battono anche senza bisogno di recitare a quanto pare. Tutto è prevedibile, tutto viene previsto, il film si dipana noioso e banale come una puntata di Forum.

domenica 9 gennaio 2011

Vogliamo vivere! - Ernst Lubitsch (1942)

(To be or not to be)

Visto in DVD.

Il titolo italiano è estremamente fuorviante; sapendo che il film era ambientato durante la seconda guerra mondiale francamente mi aspettavo un drammone di maniera, magari affascinante, ma certamente noioso… e invece… invece è una grande commedia brillante; probabilmente la più divertente commedia sul nazismo da “Il grande dittatore”.
Un gruppo di attori polacchi si trova invischiato in una storia di spie naziste; ci sono di mezzo le vite di praticamente tutta la resistenza polacca e decidono che val la pena fare qualcosa; riescono a contattare la spia, ma le cose vanno di male in peggio; per fortuna che sono attori e per fortuna che stavano mettendo in scena un’opera sul nazismo…
Divertente oltre le aspettative, il meglio c’è nei dialoghi fra l’attore principale e la spia prima, e fra l’attore e il capo della gestapo dopo; ma l’incipit (nel suo piccolo) è la migliore satira sul nazismo da Charles Chaplin. Peccato per la scena in cui viene recitato “Il mercante di venezia”, con un poco in più di pathos sarebbe venuta fuori una sequenza melodrammatica di rara bellezza.
Da recuperare assolutamente.

sabato 8 gennaio 2011

Smokin' aces - Joe Carnahan (2006)

(Id.)

Registrato dalla tv.

Dopo Guy Ritchie tutti vogliono essere il nuovo Guy Ritchie, il che è imbarazzanta se si considera che Guy Ritchie voleva essere il nuovo Tarantino… è come voler essere la copia della copia… vabbè, comunque questo Carnahan non è esattamente l’ultimo arrivato, anzi, è della stessa classe del fin troppo nominato RItchie e imbastisce un film in maniera egregia. Un intro che spiega tutta la complicatissima storia con un ritmo elevato per non annoiare, la storia stringata al massimo che si riassume con 4 o più killer che si danno riunione a Las Vegas per ammazzare un pentito vista l’importante taglia che la mafia gli ha messo sul coppino, e l’FBI deve cercare, ridicolmente di proteggerlo.

Allora, lo stile si è detto, è quello da videoclip che noi intellettuali chiamiamo post-moderno… ma alla fin fine è solo da videoclip, rapido, sciasoso (la c si legge dolce come in ciliegia non unita alla esse come in sci), colorato e accattivante per noi ggiovani… però non tutto funziona… il finale a sorpresa (sorpresa fino ad un certo punto) mi pare un po troppo pretestuoso; il continuo cambio di mood, dalla commedia al dramma personale è più di troppo pretestuoso (vuol tenere il piede in due scarpe, ma non fa altro che perdere punti); e poi ci sono delle evidenti cadute di stile verso un trash irrimediabile (il ragazzo deficiente con la fissa delle arti marziali è eccessivo!!! E poi ci mette troppe accelerazioni per non considerare questo film cme un videoclip di un’ora e mezza)…

Si insomma, un lavoro onesto e carino (ci si passa via comunque) di un regista che non sa quando fermarsi.

venerdì 7 gennaio 2011

Pat Garrett e Billy Kid - Sam Peckinpah (1973)

(Pat Garrett & Billy the Kid)

Visto in Dvx in lingua originale sottotitolato in italiano.

L’ex bandito Pat Garrett è stato eletto sceriffo; la cosa certo è strana, ma si invecchia, il mondo cambia e bisogna pur sopravvivere, in fondo è un lavoro come un altro… peccato che il suo vecchio amico, Billy the kid continui a fare il bandito, lo scontro è inevitabile. Tra una serie di galanti aiuti che il vecchio fa al giovane, si dipana questo inseguimento sui generis, che è più un girare attorno, perché entrambi sanno già cosa succederà, stanno solo temporeggiando…

Cupissimo western crepuscolare, che più crepuscolare non si può, dai tempi dilatati in cui tutto sembra essere l’ultimo gesto prima dello scontro finale.

Pekinpah dirige nichilista come al solito, anzi forse più del solito, forse anche, qui lo dico e qui lo nego, più ancora che ne “Il mucchio selvaggio”; un film in cui l’ambientazione western è un luogo dell’anima prima che un posto fisico (anticipando così il western contemporaneo), eliminando ogni eroismo e restituendo un sapore autentico e crudo ad un epoca troppo osannata. Stupende le sparatorie sporche di un sangue finto che sgorga a ettolitri.

Il film si completa con le musiche di Bob Dylan (“Knockin on the heaven’s doors” per dirne una), metafisiche, surreali quanto l’andamento del film, che danno un senso di definitivo ad ogni scena e che si amalgamano alla perfezione con l’ambiente del vecchio west.

Unico neo il ritmo rilassato, che può far apparire il film lungo il doppio.

PS: Dylan compare nel film è vero, ma se sento che si bulla perché ha “recitato” in un film di Pekinpah scoppio a ridere.

giovedì 6 gennaio 2011

All that jazz, Lo spettacolo continua - Bob Fosse (1979)

(All that jazz)

Visto in DVD.

Ben prima di Nine si era già avuta l’idea d’una versione musicale, tutta frizzi e lazzi di 8 e 1/2. Ben trent’anni prima. Si perché questo film altro non è che un’indiretta scopiazzatura di Fellini in salsa musical. È la storia di un direttore artistico (e regista) di uno spettacolo musicale in pieno svolgimento, rivista attraverso le donne della sua vita (tutte le compagna di una notte, la figlia, l’ex moglie e l’attuale compagna ufficiale)…

Il film è davvero ben pensato, con un protagonista che ha personalità; oddio i numeri musicali non proprio memorabili, ma decisamente ben realizzati e godibilissimi.

Quello che più colpisce però è il modo in cui è realizzato, con una struttura che imita i musical di Broadway, con un tema centrale continuamente riproposto e con le scene principali che, in un modo o in un altro, vengono coreografate. Ciò non significa che senza motivo la gente si mette a ballare e cantare come nei musical classici, qui non ci sono molte canzoni, semplicemente un dialogo importante avviene durante le prove di un ballo, o il rapporto genitoriale viene mostrato mentre il protagonista insegna una coreografia alla figlia; il tutto avviene con una naturalezza invidiabile.

Unico neo il finale. Magnifica l’idea di rendere musical anche la morte, ma oggettivamente dura troppo. È vero che è dai tempi de La chanson de Roland che il protagonista agonizzante parla per 3 ore… però io La chanson de Roland non l’ho mai sopportata.

Il film comunque diverte e intrattiene con stile, e offre inoltre qualche saggio di regia da ricordare.

mercoledì 5 gennaio 2011

Sciuscià - Vittorio De Sica (1946)

(Id.)

Visto in VHS.

Il bello di De Sica è che riesce a raccontare melodrammi con una leggerezza, una facilità impressionante; storie ricche di sentimenti che non risultano mai banali o scontate.

Una coppia di amici che di lavoro fanno i sciuscià e che progetta di comprarsi un cavallo viene arrestata a causa del fratello di uno dei due, e in carcere verranno divisi. Inutile dire che faranno esperienze diverse ed uno dei due sarà portato a tradire con un trucco del direttore. Il rapporto fra i due cambierà radicalmente…

Un’amicizia assoluta distrutta con l’inganno e a quel punto inizia un gioco di vendette reciproche e tentativi di riappacificazione fallimentari che hanno un sentore di tragedia greca (pur con la grazia di una favola infantile), fino alla conclusione, non scontata, ma neppure a sorpresa, semplicemente giusta per il tono della storia. Finale definitivo che, nel suo piccolo, ha un che di epico (e come si è già detto, ha il tono e l’ambientazione di una fiaba).

De Sica si dimostra poi uno storyteller raffinato, tutto teso a rendere credibile e realistico il contorno ed i personaggi secondari prima ancora dei protagonista; stupendi quindi i piccoli riferimenti alla vita privata dei comprimari, le continue incursioni in vari ambiti della vita di tutti i giorni (come i riferimenti allo spiritismo che ricorrono spesso nella sua cinematografia, qui ad esempio vi è la cartomante derubata) o le correlazioni con il periodo fascista appena finito (l’uso del voi del direttore della prigione o il saluto romano).

In un unico film riesce a parlare della vita di strada dei minorenni, dei carceri, dei tribunali e incidentalmente denuncia anche la situazione dei sanatori, delle forze dell’ordine e delle condizioni di vita a vari livelli sociali.

E come non citare poi la regia oggettivamente stupenda, libera e precisa oltre le aspettative considerando l’anno di realizzazione. Neanche un anno dalla fine della guerra e già usavano il dolly! (o simili).

martedì 4 gennaio 2011

Partitura incompiuta per pianola meccanica - Nikita Sergeevič Michalkov (1977)

(Neokonchennaya pyesa dlya mekhanicheskogo pianino)

Visto in VHS.

Il terzo film di Michalkov è ancora una volta un film in costume, e come al solito è un film di sentimenti ed emozioni contrastanti, che inevitabilmente esploderanno nel finale…

Ma come spesso succede nelle sue prime opere l’obbiettivo è troppo alto, vuol filosofeggiare dei massimi sistemi con poche carte in mano e s’illude di riuscirci senza annoiare. Ovviamente fallisce.

Il film inizia e finisce in maniera fascinosa per il repertorio umano che mostra, ma nel mezzo si perde troppo, in troppi scontri, in troppe banalità.

lunedì 3 gennaio 2011

Il mistero dell'acqua - Kathryn Bigelow (2000)

(The Weight of water)

Visto in VHS.

La Bigelow è una grande regista, e le piace dimostrarlo. Lo fa vedere con un montaggio rapido, immagini virate in blu, in bianco e nero, o dai colori pieni intercalate le une alle altre; con la realizzazione di un film umidissimo e malato già con 2 inquadrature, o con l’occhio sempre intento a mostrare squarci di vita di 4 personaggi senza significato, ma che sommati insieme fanno un’intera galassia di vite e psicologie… però non basta.

Una fotografa deve fare un servizio su un delitto avvenuto un secolo prima su delle isole da qualche parte negli USA, e decide d’andarci con il marito alcoolista e poeta con cui ha dei grossi problemi, il cognato giovane ed ininfluente e la nuova, sexy, compagna di lui che già conosce il di lei marito… peccato che lei, al di la dei problemi personali, abbia anche la malaugurata idea di interessarsi troppo a quell’antico delitto (scoprendo pure come sono andate realmente le cose) e di immedesimarsi troppo…

Il film sarebbe interessante, ma dopo solo mezzora sembra di essere davanti allo schermo da 2 ore. Il film è lento, ma peggio ancora, è pesante e freddo; distaccato e completamente anempatico. Dispiace ciò che succede nel film, ma si rimane indifferenti, non si viene mai coinvolti.

La Bigelow regala classe da vendere, ma dimentica completamente il calore.

PS: sorprendente come il background culture identifichi delle idee come totalmente connesse con determinati ambienti; dopo una sola inquadratura dall’alto sulla nave a vela mi è venuto in mente “Il coltello nell’acqua” anche se è evidente che la Bigelow non ci stesse pensando (non c’è una sola scena costruita in maniera affine al film di Polanski), ma soprattutto ogni volta che vedo un film umido come questo, possibilmente con il mare inquadrato e donne sull’orlo di una crisi di nervi che zampettano sulla spiaggia sento immediatamente suonare la musica di Nyman.

domenica 2 gennaio 2011

The human centipede (first sequence) - Tom Six (2009)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.

Questo è veramente un bel film. Ma attenzione, non è quel genere di bel film da vedere con mamma e papà per cementare il legame famigliare dopo essersi fatti i pop corn in padella… e non è quel genere di bel film da vedere con la morosa dopo una cenetta a due come preludio di qualcosa di meglio… e non è quel genere di film da vedere dopo il pranzo di natale a casa della nonna assieme a tutti i parenti giusto per non dover conversare del fatto che non sei ancora sposato… e non è quel genere di film da vedere coi bambini come ripiego visto che al blockbuster era già fuori il DVD de “Il re leone”… e, buon dio, non è quel genere di bel film da far vedere nell’ora di religione alla 3C delle scuole medie di Piubega perché non hai proprio voglia di continuare con il programma visto che tutti se ne fregano. Signore iddio no, in queste situazioni non è un bel film…

La storia è quella di un chirurgo pazzo che vuole creare un super uomo abboccando (chirurgicamente) in una serie orofecale 3 esseri umani 3… ecco la storia è tutta qua…

Il film però non è solo il festival del grottesco, ma prima di tutto è un horror; e un gran horror per giunta (ok, durante la visione del film si è accesa una discussione piuttosto accademica sul fatto che il film fosse un horror con qualche lieve venatura slash oppure un torture movie a tutti gli effetti… ma essendo tutti e due sottogeneri dell’horror il problema non si pone). Il film infatti crea un ambiente inquietante, dona qualche spavento (pochi in verità), ma soprattutto crea tensione; la crea per davvero; rende completamente partecipi degli eventi e ti costringe a tifare per i buoni anche se non vorresti, anche se non ci sei portato e anche se ti sta simpaticissimo il cattivo!

E poi il film disgusta. Non mostra praticamente nulla, eppure crea un disgusto tutto psicologico difficilmente ripetibile (durante la visione, la prima persona che ha smesso di guardarlo se ne andata durante la spiegazione dell’operazione, realizzata solo con disegni abbozzati di quello che succederà; niente più). A livello pratico il sangue è poco, i morti abbastanza, ma quello che si vede è pochissimo, viene raccontato, viene spiegato e viene immediatamente capito (la terrificante scena in cui il ragazzo giapponese cede a impellenti bisogni fisiologici è grottesca e agghiacciante, ma non fa vedere nulla).

Poi ci si può sommare pure una regia precisa che inquadra ciò che deve senza nessun voyerismo, una fotografia eccellente (anche se non credo che in molti ci baderanno) e un cast azzeccato (Dieter Laser è la miglior faccia da chirurgo pazzo e tedesco dall’epoca di Peter Lorre, e comunque mi sa pure che lo batte).

Il film, infine, non fa sconti, non è indulgente e il durissimo finale lo dimostra; non conta chi vinca effettivamente, non conta l’eventuale punizione del cattivo; il film inizia spietatamente e finisce spietatamente.

sabato 1 gennaio 2011

Anatomia di un omicidio - Otto Preminger (1959)

(Anatomy of a murder)

Visto in DVD.

Un omicidio, causato dalla voglia di vendetta di un marito cui hanno violentato la moglie è il motivo per questo lungo legal movie. Qui però, come già in “Tempesta su Washington” l’istituzione non è vista dal punto di vista idilliaco ufficiale, ma è presentata come un sistema sostenuto da rigide formalità di facciata che devono essere aggirate e prese in giro per poter avere la meglio; il processo si sviluppa come un duello di lingue molto simile ad un battibecco infantile.

L’occhio clinico e spietato di Preminger anatomizza in primo luogo il sistema giudiziario ed in secondo luogo le personalità dei personaggi principali, il tutto senza mai un giudizio, l’intera vicenda rimane in un’assoluta ambiguità e sta allo spettatore decidere a chi credere (una scelta che dimostra una precisa filosofia di vita, ma anche un assoluto rispetto negli spettatori del film). Ancora una volta il regista sfida la censura trattando di un tema adulto (la violenza sessuale) senza giri di parole, in maniera diretta e reiterata, e pure con un poco di sarcasmo (la scena in cui vengono nominate per la prima volte le mutandine durante il processo ad esempio).

Qui le gesta della macchina da presa sono meno enfatizzata che ne “L’uomo dal braccio d’oro”, ma le capacità di regia di Preminger sono indubbie nella gestione di un film di avvocati di 2 ore e mezza senza neppure un momento di stanca.

Anche in questo caso bellissime le musiche, adatte al mood del film, firmate da Duke Ellington (che compare in una comparsata, suonando il piano assieme a James Stewart).

PS: Preminger deve avere un feticismo tutto particolare nel far bere alcoolici ai cani…