mercoledì 31 dicembre 2014

Lo hobbit: La battaglia delle cinque armate - Peter Jackson (2014)

(The Hobbit: The battle of the five armies)

Visto al cinema.

Bilbo e i nani hanno scatenato il drago Smaug nel precedente episodio, e ora distrugge tutto quello che può nella città degli uomini. L'eroe locale riuscirà a sconfiggerlo piuttosto rapidamente, ma solo per ritrovarsi accanto degli elfi, tutti uniti nel muovere guerra ai nani... anche se ci si mettono gli orchetti a unire tutti in un fronte comune.

Avevo letto peste e corna di questo capitolo conclusivo; invece è un film dignitoso in linea con i precedenti capitoli. Certamente gli mancano i veri e propri colpi di genio che c'erano nel primo, così come c'è troppo poco drago per soddisfare il mio senso di abbandono da "Jurassic Park". Però il film regge.
Nonostante ci si dedichi quasi esclusivamente alle battaglie non si scade nelle scene da videogioco del secondo film della trilogia del Signore degli anelli. Le scene d'azione di massa della prima metà sono enormi come al solito, ma nella seconda parte ci si dedica di più agli scontri personali, con una sequenza fra Legolas e il capo degli orchetti su una torre abbattuta sospesa nel vuoto che è davvero ben giostrata. C'è coraggio, sacrificio ed eroismo a piene mani con una punta di disillusione e accettazione della morte che da un tocco meno banale alle agnizioni personali che altrimenti sarebbero da melodramma classico.
Non ci sono idee nuove o risoluzioni vincenti delle vicende personali; l'impegno di Jackson sembra quello di chiudere con dignità, spargere tutti i cliffhanger che riesce fra le due trilogie e chiudere del tutto la porta. Io direi che la missione è compiuta.

lunedì 29 dicembre 2014

Maradona di Kusturica - Emir Kusturica (2008)

(Maradona by Kusturica)

Visto in tv.

Maradona intervistato da un Kusturica fan estremista. Quello che ne viene fuori è un mix tra il genio e l'idiota, tra il trascinatore del popolo (anche politicamente) e il tizio che si è perso l'infanzia delle figlie per la droga; il tutto con una serie di sequenze dei suoi gol migliori, interviste dirette, sequenze dei precedenti film di kusturica, animazioni, scene documentaristiche della grottesca chiesa di Maradona.

La question è che questo "documentario" ha tutto già nel titolo; non è un film su Maradona, ma è prima di tutto un film di Kusturica. Il regista ama il calciatore ed il personaggio e cerca di paragonarlo ai suoi personaggi, ma questo solo per paragonare sé stesso all'Argentino (la sequenza iniziale è addirittura sfacciata, con Kusturica sul palco che suona e viene introdotto come "il Maradona del cinema").
In una parola, il regista crea l'ennesimo film sull'ennesimo suo personaggio; un personaggio che è un furbo profittatore e un arrogante, ma è anche un vincente, un duro con grandi sentimentalismi, un buono con molta pervicacia e che, nonostante pregi e difetti, ama ed è amato.
La regia caotica che confonde i generi (ho trovato orribili gli inserti animati), eccede in populismo, mete dentro canzoni, crea situazioni paradossali (costruite ad arte), dà ritmo vertiginoso e regala sentimenti prima ancora di capire cosa sta succedendo e perché, ecco questa regia è quella solita di Kusturica, la sua solita regia quando gli riesce bene.

Kusturica loda sé stesso (perché ritiene di essere lui il protagonista di ogni suo film) e qui dirige un falso documentario sul suo ennesimo personaggio balcanico.

venerdì 26 dicembre 2014

Fantasmi a Roma - Antonio Pietrangeli (1961)

(Id.)

Visto in Dvx.

In una palazzina in centro a Roma vivono un gruppetto di fantasmi, alloggiati presso un anziano nobile decaduto, alla morte di questo si troveranno per casa il nipote. Voglioso di soldi il giovano vorrebbe vendere il palazzo, ma i fantasmi lavoreranno di concerto per non perdere la casa, arriveranno anche a chiedere la consulenza di un pittore del 500.

Questo è un film delizioso. Il termine delizioso di solito non lo uso, neppure per il cibo, neppure per i coniglietti o i cuccioli di foca. Ma questo è proprio un film delizioso. Una commedia delicata, divertente, dal ritmo calmo, ma sempre ben tenuto, una galleria di personaggi che non inventano nulla, ma sfruttano gli stilemi sui fantasmi e i luoghi comuni sugli attori per creare i personaggi e le situazioni; tutto però diluito nella delicatezza. Cast enorme che si muove con grazia incredibile e, come già detto, fa il luogo comune di sé stesso, Mastroianni fa il solito donnaiolo (ma senza gli estremismi di Fellini) e altri due personaggi, Milo fa la ragazza svampita (personaggio piuttosto secondario), Gassman è un sanguigno artista anticlericale, Buazzelli un frate corpulento e bonaccione ed infine De Filippo nelle vesti del nobile (di pedigree e di intenti) decaduto, intellettuale e reazionario (pur avendo l'apertura in solitaria è il personaggio meno sfruttato, si poteva fare di più).
I rapporti tra i morti e i vivi si esauriscono in gag e giochi prevedibili, ma organizzati perfettamente (dato che i vivi non possono vedere i fantasmi); unica scena che si discosta dallo stato di quieta commedia è quella di Mastroianni con la ballerina nel locale, nel mood generale stride, ma alla fine risulta innocua.
Tra gli sceneggiatori Flaiano e Scola.

Non è un capolavoro, ma un film da recuperare di sicuro.

mercoledì 24 dicembre 2014

Dopo la morte - Evgenij Bauer (1915)

(Posle smerti)

Visto qui, grazie a questa recensione.

Un giovane studente universitario vive nella venerazione della madre e nelle cure (esagerate) della zia (strepitosa la vecchietta che di notte va a controllare che dorma o a colazione gli zucchera il te e gli avvicina di 10 cm le brioche così che non debba allungare una mano). Conosce una ragazza, un'attrice, che si innamora di lui, lui la rifiuta e lei si suicida poco prima di uno spettacolo. Venuto a sapere della morte impazzisce e comincia a sognare la donna e a vederne il fantasma che lo perseguita.

Scoperto di recente (da me) questo Bauer fu uno dei più importanti (rimango sul vago perché non so se fosse o meno il principale) regista della Russia zarista, nato nella seconda metà dell'800 e morto proprio nel 1917 per una polmonite non dovette mai affrontare un cambio di registro nei suoi film (chissà che cosa avrebbero pensato l'uno dell'altro Bauer e Eisenstein). Decadente, simbolista, drammatico e fantasy fu un innovatore delle immagini (luci e scenografie per lo più).

Il film ha due enormi talloni d'Achille. Il cast francamente inadatto a recitare (la protagonista ha sempre la stessa espressione enfatica e dolente, il protagonista non riesce ad essere credibile) e la sceneggiatura, scritta in fretta su un canovaccio e tutta tesa a mostrare il fantasma fregandosene del climax; la storia è lenta prima della morte della ragazza e dopo si rende ripetitiva in un insistere di apparizioni tutte uguali che non aumentano il dramma, ma la noia.
Bauer dal canto suo lavora di regia in senso teatrale, gli interni sono curatissimi e muove gli attori con il maggior senso estetico possibile, creando alcune immagine pittoricamente interessanti (la scena del sogno nei campi) e qualche primo piano ricco di emozione).
Il film non mi ha entusiasmato molto, ma considerando l'epoca di produzione è già visivamente ben realizzato; non si può pretendere che siano tutte opere totali come "Cabiria".

lunedì 22 dicembre 2014

Mafioso - Alberto Lattuada (1962)

(Id.)

Visto in Dvx.

Un siciliano lavora come supervisore in una fabbrica del nord, si è sposato con una milanese da cui ha due figlie; finalmente dopo quasi 10 anni riesce a tornare nella nativa Alcamo (portando per la prima volta la famiglia in Sicilia). Il film si dipana nel mostrare lo sconcerto della nordica nei confronti dell'ambiente, le abitudini, i preconcetti e i servilismi del sud. Verso la fine della vacanza però il capo mafia locale chiede un favore che non si può rifiutare al protagonista.

Un film stranissimo che parte come una commedia sulle differenze nord-sud piuttosto carina seppure con alcuni (molti) luoghi comunissimi sfruttati per divertire a colpo sicuro. La mafia viene trattata con sussiegosa ironia, seppure rimane come convitato di pietra in ogni inquadratura.
Nella seconda parte il film vira verso il dramma, con un regolamento di conti e la tragedia di un uomo normale invischiato in questioni immorali più grandi di lui a cui è costretto ad assoggettarsi; il finale normalizzante non è certo consolatorio.
Lo stacco fra le due parti non è improvviso. Lentamente il capo mafia dimostra di avere un piano e pur rimanendo ironico, se non proprio macchiettistico, il concetto aleggiante di mafia si fa sempre più presente, pervasivo ed inquietante. Lo stacco più netto si ha nel bellismo incontro notturno, da li inizia il dramma. Ma anche nel pieno svolgersi della tragedia, l'atteggiamento e la fisicità di Sordi (magnifico protagonista) continuano a puntare sull'ironia.

Mix incredibile di generi che si fondono in maniera impeccabile. Effetto straniante che colpisce davvero molto. Il mash up nasce dalla fusione di due sceneggiature una di Marco Ferreri e una di Age e Scarpelli (guess who è per il dramma grottesco e chi per la commedia regionale?), nate indipendentemente ed immotivatamente unite. Beh l'unione delle due crea un film particolarissimo.
Il comparto artistico è però meritevole degli encomi e credo sia proporzionalmente investito dalla responsabilità della riuscita perfetta.
Sordi macchina comica molto fisica (che solitamente non amo troppo per la tendenza alla caricatura e per essere un caratterista esagerato) qui è bravissimo nella prima parte (il suo entusiasmo all'arrivo in nave in Sicilia è così veritiero da essere contagioso) e nella seconda riesce ad essere credibile nel dramma divenendo necessario per garantire quel trait d'union con la commedia precedente.
Lattuada invece è solido e concreto, inquadra con gusto per la composizione, utilizza alcuni panfocus molto belli, costruisce tutte le scene (almeno nella prima parte) su più piani, gioca molto con il bianco accecante della Sicilia per controbilanciarlo con le ombre del dramma; inoltre il ritmo dell'incipit è enorme tutto tenuto in piedi da una macchina da pesa che si ferma solo per inquadrare i personaggi in movimento. La scena dell'incontro in notturna con Don Vincenzo è un capolavoro di primissimi piani, silhouette, luci crude ed ombre vicino all'espressionismo o al noir classico. Il viaggio stilizzato con una schermata nera, due spiragli di luce in movimento e la voce fuori campo di Alberto Sordi che prega e pensa alla famiglia è un altro colpo di genio.
Un film da recuperare assolutamente. Locandine tutte fuorvianti.

venerdì 19 dicembre 2014

Hellraiser 5: Inferno - Scott Derrickson (2000)

(Hellraiser: Inferno)

Un poliziotto sul modello del cattivo tenente herzogiano viene in contatto con la scatola di Lemearchand sulla scena di un crimine, da quel momento sembra che una serie di omicidi prendano di mira le persone a lui vicine; mentre una serie di visioni, di sogni dentro sogni, di messaggi diretti e di mostri grotteschi lo perseguitano.

Buffo che il miglior film della saga finora sia il 5° capitolo, ancora più buffo se si pensa che questo è il primo film fato per andare direttamente al videonoleggio e con trama riciclata da un progetto precedente; buffissimo se si pensa che comunque è un filmetto mediocre.

La parte di trama che compete ai cenobiti è ridotta all'osso, attaccata malamente ad un film che vive per conto proprio e sono proprio buttati a caso. Il concetto di scelta (il volere scoprire cosa c'è nella scatola) e il sadomasochismo dei film precedenti (l'idea che siano demoni per qualcuno, angeli per altri) viene completamente violentato in favore della più banale idea demonologica di traghettatori verso l'inferno, di angeli del male che colpiscono il poliziotto per le sue colpe (cosa di per se carina, ma che svilisce il concetto precedente decisamente migliore e che si affianca a decine di altri film dello stesso stampo). Unica nota positiva il ritorno (in versione 2.0) di Chatterer.
Il film che sarebbe venuto fuori senza cenobiti è comunque l'idea vincente. Un thriller soprannaturale senza satana, zombi o fantasmi, ma con una vena di surrealtà presa direttamente da Lynch (il locale pieno di cowboy, la soggettiva sulla strada, il filmato dato al detective, la madre del protagonista che io pensavo essere la signora del ceppo...) ed un gioco di sogni a scatole cinesi che sembra Nightmare. Non inventa nulla, ma nella prima metà funziona. Nel finale invece non si riesce a tirare le somme, le idee vengono affastellate senza una struttura chiara e tutto quello che si riesce a capire è che c'è un gran casino ed una supponenza pure superiore.
Cast irritante.

mercoledì 17 dicembre 2014

Il sale della terra - Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado (2014)

(The salt of the Earth)

Visto al cinema.

Wenders percorre la vita di Salgado, dalla giovinezza in Brasile alla fuga a Parigi, la scoperta della fotografia fino all'ultima mostra, passando per l'impegno ecologista nel rimboschimento della sua terra natale.
Tutto questo viene fatto con pochissime immagini di repertorio, diversi filmati girati dallo stesso Wenders (o per lui dal figlio del fotografo) e con tantissime foto.

Diciamolo subito, il film è un film parlato; un pò perché è un documentario su una persona (per altro ancora viva) e quindi è ovvio che il protagonista sia invitato a spiegare il suo lavoro, localizzare nel tempo e nello spazio le sue foto; ma in parte perché le immagini sono la poesia e le parole la prosa. Secondo me Wenders vince proprio perché riesce a unire le immagini statiche (che follia voler girare un documentario su un fotografo per proiettarlo in un cinema; contemporaneamente figlio e nemesi della fotografia stessa) al volto invecchiato dell'autore e alle sue parole. Le immagini mostrano un concetto, un sentimento, un moto dell'animo, mentre le parole descrivono il contesto e spiegano ciò che forse non si coglierebbe del tutto.
Wenders sceglie, saggiamente, di farsi rapidamente da parte (credo che avrebbe addirittura fatto meglio a non inserirsi direttamente nel film, come invece fa all'inizio) per lasciare spazio alle immagini; quando però decide di riprendere il suo protagonista lo fa con una cura maniacale; dovendo rapportarsi con delle foto magnifiche decide fin da subito di porsi al loro livello; spesso usa il bianco e nero, lavora enormemente sulle luci e (quando può) sulla composizione dell'inquadratura, eseguendo alcuni degli shot esteticamente più appaganti della sua carriera, pur essendo solo immagini di raccordo.
Poi ovviamente ci sono l'impegno civile e umanitario di Salgado, un autore che si è ritrovato in mezzo ai peggiori massacri degli anni '90 e li ha mostrati senza censure, ma si è anche rapportato con civiltà distanti e antiche entrandone in contatto diretto e, infine, si è scontrato con la potenza della natura documentandola in maniera maniacale. Tutto questo suo percorso umano è raccontato magnificamente in turbine di emozioni esposte, ma esposte in maniera talmente empatica che non si può non provare tutto ciò che Salgado racconta.

Infine ci sono le foto. Per chi già apprezza Salgado niente di nuovo; ma per chi, come me, lo conosce poco o nulla sono una vera epifania; alcune delle immagini più belle mai impresse su pellicola, dalla brutalità della morte nel Sahel alla zampa di un'iguana, dal fuoco che si sprigiona da un pozzo di petrolio incendiato ai ritratti di etnie andine fino alla banalità di due pappagalli in volo, tutto è magnificato da una capacità incredibile di giocare con la luce e la messa a fuoco, con un bianco e nero che da spessore e densità a ogni scena.

lunedì 15 dicembre 2014

Magic, Magia - Richard Attenborough (1978)

(Magic)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un aspirante mago da di matto alla sua prima esibizione (il pubblico era francamente irritante); capisce quindi che i trucchetti con le carte, per quanto sudati per ottenerne il meglio, non possono reggersi da soli. Si inventa quindi un pupazzo da ventriloquo, un personaggio rozzo e divertente che prende in giro il mago stesso, con questa distrazione riesce a fare trucchi sempre più elaborati e raggiunge il successo... o almeno, lo raggiungerebbe. Il suo agente gli procura un accordo con la tv, ma prima deve sottoporsi ad un controllo medico; il mago fugge, cerca rifugio nel passato, ma la sua casa dell'infanzia è ormai un rudere; decide quindi di tornare nella casa di alcuni suoi vicini la cui figlia fu la sua prima infatuazione. Gli anziani genitori si sono ormai ritirati in Florida, ora li c'è solo la donna di cui era innamorato; il di lei marito è a caccia; figurarsi cosa non può succedere. Però c'è sempre il pupazzo, che da una parte risulta utile a stemperare le situazioni di tensione, dall'altra sembra crearle... anche perché il mago parla con il pupazzo anche quando si trova da solo con lui...

Più che un horror, come viene spesso definito, direi che siamo dalle parti del thriller. Un film solido ed inquietante, sostanzialmente impeccabile (tranne che per l'inizio, ben condotto con le scene mute e il protagonista che sembra doppiarle mentre racconta cosa sta succedendo; ben condotto, ma inutile) che riesce a tenere alta la tensione continuamente. Dovendolo contestare probabilmente avrei fatto a meno della scena finale, lo scioglimento che c'era stato poco prima l'avrei trovato sufficiente.

In ogni caso questo misconosciuto gioiello si può far vanto di due prestazioni particolarmente buone. Il protagonista ed il regista.
Anthony Hopkins è qui ad una delle sue più strambe interpretazioni di sempre; ma soprattutto ad una delle migliori interpretazioni. Se nella parte iniziale, dove si limita ad essere il timido maghetto è bravo, ma niente di più; nel graduale andare fuori di testa da lustro ad una serie di prestazioni da urlo (la scena in cui gattona per terra, poi si alza e gira su sé stesso perché glielo ordina il pupazzo è pazzesca), specie nelle discussioni con il nulla. Da sottolineare che Hopkins da la voce anche al pupazzo.
Il regista è il nostro amato Hammond, prima di interpretare Hammond e prima di realizzare quel biopic senza guizzi, ma ricco di pathos (e acchiappapremi) di "Gandhi". Qui si trova per le mani una sceneggiatura da urlo e decide di buttare tutto nel cesso; organizza un film magistrale, dai colori grigi o terrei, umido e sporco, con una tensione continua (una volta giunto nella baita direi che non c'è tensione solo per un paio di scene d'amore... ma forse neppure li il film ne è privo del tutto); ma soprattutto decide di giocare pesante e, dalla metà in poi, mantiene una gustosa ambiguità nella gestione della trama, tra la follia ed il soprannaturale. Bravissimo.

Infine una nota va fatta per la partecipazione di un Meredith magnifico nella parte del vecchio, ricco, mestierante; giuro di non averlo riconosciuto vestito così bene (nonostante questo film sia quasi equidistante fra "Rocky" e "Rocky 2"); una faccia da schiaffi bellissima con un paio di scene impeccabili che lo fanno catalogare direttamente fra i migliori caratteristi del cinema americano (la scena nel pranzo dove con il suo sorriso sempre in faccia maschera il disappunto per la testardaggine del mago e quella dello scontro nella baita, dove conduce lui il gioco per almeno 10 minuti, mostrando preoccupazione, sangue freddo e, verso la fine, la rabbia di chi non ha più voglia di discutere con un pazzo).

venerdì 12 dicembre 2014

Addio alle armi - Frank Borzage (1932)

(A farewell to arms)

Visto in Dvx.

Dal libro di Hemingway viene presa solo l'ambientazione italiana durante la grande guerra e la storia d'amore fra un soldato e un'infermiera; il resto è la classica storia hollywoodiana di un amore contrastato da fattori esterni, separazione, ricongiungimento... ma siamo negli anni '30, talvolta l'happy ending non è scontato...

Questo è un film breve ricco di motivi d'interessa, ma narrato malissimo. La storia è terribilmente banale e mal scritta, noiosa nella sua linearità, senza idee particolari e, se solo avessero osato farlo durare oltre l'ora e venti minuti (circa), probabilmente l'avrei abbandonato o l'avrei "guardato" mentre facevo dell'altro. La guerra (che viene mostrata in diversi momenti) è in realtà un McGuffin; non c'è tragedia, non c'è dramma militare; è solo una storia d'amore in un ambiente militaresco (ma neppure troppo).

Quello che il film non ha nella sceneggiatura lo recupera tutto nella regia. La macchina da presa è dinamica, si muove spesso soprattutto con carrellate laterali bevi, ,a anche in inseguimenti alla Arnofsky (che per me sta diventando un aggettivo) per non parlare della lunga sequenza in soggettiva dalla barella con gli ampi soffitti che si aprono mentre le voci fuori campo parlano (poi i visi delle persone in primo piano). Ma anche le inquadrature cercano di non essere scontate, spesso vengono incorniciate (da delle finestre, dalle zampe della cavallo di bronzo, i soldati in marcia mostrati attraverso l'apertura di una tenda , ecc...) Borzage poi si diverte con gli intermezzi, quello con le marionette per il mostrare il passare dei mesi; quello più espressionista con i soldati in marcia (con un attacco aereo che sembra un mash up di Picasso e Eisenstein) nonché un piccolo gioiello di surrealtà per feticisti nella breve scena in cui Cooper chiacchera da ubriaco con il piede di una donna.

Infine la scelta degli interpreti è contestabile. Bravi entrambi, ma Cooper è un gigante, la Hayes no, e la scena del bacio a Milano, dove fanno fatica a raggiungersi, è abbastanza ridicola.

In sostanza un film molto più interessante che bello.

mercoledì 10 dicembre 2014

Interstellar - Christopher Nolan (2014)

(Id.)

Visto al cinema.

In un futuro bloccato in una stasi per assenza di ricerca della conoscenza (a parte l'agricoltura, le scienze sono scomparse) la terra sta morendo a causa di una piaga che distrugge le colture. La NASA si è fatta segreta e cerca una soluzione nella fuga nello spazio alla ricerca di mondi abitabili. Un padre di famiglia, ex ingegnere NASA, viene scelto per l'ultima missione, quella che dovrebbe selezionare definitivamente il piante. Dovrà abbandonare la famiglia consapevole che potrebbe non rivederla più.

Sinceramente trovo fantastico che si possa assistere al cinema a dei film del nuovo Kubrick; un regista che con Kubrick condivide l'arroganza di tematiche, la forza produttiva e il rigore formale; per questo film però viene aggiunta anche una sonora dose di sentimentalismo degno di Spielberg che nei precedenti non c'era. Per chi ha amato i film precedenti di Nolan e la loro glaciale bellezza, questo potrebbe essere il difetto principale. Se a questo ci si aggiunge che "Interstellar" è il suo film più pretenzioso, ma non il più riuscito, l'inevitabile paragone con i precedente lo potrà rendere ancora più inviso.

Comunque "Interstellar" è uno splendido film. Oltre due ore senza noia parlando di amore, fisica quantistica e family drama non è cosa facile.
Le scene sulla terra sono un perfetto connubio di modernariato e tecnologia (non in versione fumettistica, ma tutto rigorosamente verosimile) con una morte che aleggia inquietante in ogni inquadratura.
Lo spazio è un mondo pericoloso, ma affascinante, pieno di umanità.
Per tutto il film c'è una corsa verso la salvezza per evitare una minaccia invisibile; perché questo è un film leggermente miyazakiano, non ci sono cattivi, tutti sono buoni o hanno buone ragioni per fare ciò che fanno (o quantomeno sono comprensibili), come viene detto nel film la natura non è maligna, al massimo è spietata e, per la prima volta, lo spazio profondo viene presentato per quello che è, una porzione della natura.
In un film così sentimentalmente buono anche la tecnologia non può più essere quella kubrickiana; qui la tecnologia è benigna, quasi organica (il drone che vola da solo da dieci anni e di cui la figlia chiede che venga liberato; o il rapporto con i robot e la tristezza per doverne sacrificare uno), a dispozione dell'uomo, ma viva e completa in sé stessa (e viene creato un nuovo robot da inserire nella galleria degli androidi cinematografici).
Ovviamente anche qui c'è un ampio discorso sul tempo che da diversi film a questa parte (praticamente dall'inizio della carriera) Nolan sembra portare avanti, sulla percezione alterata e diversa da persona a persona.

Come sempre ottimo il lavoro sugli attori che danno il massimo e l'ancor più sensibile lavoro sui corpi che diventano parte integrante del film (incredibile come gli attori più famosi in questo film non compromettano la sospensione dell'incredulità).

Ci sono parecchi errori e diverse ingenuità, ma tutto senza conseguenze evidenti; giusto il finale è caotico ed eccessivo, giusto lì l'arroganza di Nolan si fa altissima e difficile da seguire, ma se non si rimane troppo a fare gli schizzinosi il risultato è comunque piacevole.

lunedì 8 dicembre 2014

The hole - Joe Dante (2009)

(Id.)

Visto in tv.

Madre con figlio regazzino e figlio adolescente a carico si trasferiscono in una cittadina del menga; nello scantinato, i pargoli, trovano una botola con una voragine apparentemente senza fondo. Dopo averla aperta cominciano a a mostrarsi personaggi inquietanti; una bambina che piange sangue, un clown demoniaco, un uomo gigantesco che lascia impronte infangate...

Horror luminosissimo che si permette diversi momenti de paura in pieno sole (gesto di un coraggio incredibile), mandando a quel paese anni di luoghi comuni. La storia è piuttosto confusa e lo spiegone finale (pur nel suo fascino) eccessivo, come lo showdown estremo (anche se l'ambiente dello scontro finale è una perfetta riproposizione moderna dell'espressionismo tedesco).
La paura di questo film è qualcosa di molto superficiale che può facilmente non colpire affatto...
Tuttavia bisogna essere consapevoli di che cosa si sta guardando; questo è il graditissimo ritorno di Joe Dante all'horror per regazzini dagli anni '80! Certo, non è nemmeno paragonabile a "Gremlins"; tuttavia è una leggera deviazione alla norma anni '90 di fare horror solo per teenager ipersessuati. Anche qui il teenager è il vero protagonista e la tipa che gli sta dietro è decisamente... importante... ma si comincia a tornare ad una buona abitudine ormai perduta.
Non un film fenomenale, ma un buon segno.

PS: il film uscì originariamente in 3D, così a pelle direi utile solo per farti lanciare addosso gli oggetti in caduta libera nella botola.

venerdì 5 dicembre 2014

Tigre reale - Giovanni Pastrone (1916)

(Id.)

Visto qui.

Una contessa (sposata) è una vamp che attira a sè gli uomini solo per respingerli, su di lei si addensano storie di suicidi per amor suo o per disperazione causata da lei. Un uomo (un borghesuccio senza particolare appeal) riesce a farsene innamorare... o forse no, il comportamento di lei appare schizofrenico. Allontanatisi e reincontratisi in una notte si chiariranno tutte le ombre, lei è stata innamorata, ma a causa di un trauma ora allontana da sè gli amati... ed è tisica. Allontanatisi di nuovo, lui si fidanzerà con un'altra donna. Reincontratisi lei appare morente, mentre si danno l'addio l'albergo in cui si trovano va a fuoco, il marito di lei li sorprende e preso dalla rabbia li chiude a chiave nella stanza; riusciranno a fuggire e lei (ritemprata dall'amore) guarirà anche dalla tisi...

Due anni dopo "Cabiria" (e a poca distanza da "Il fuoco"), Pastrone interrompe la collaborazione con D'annunzio per girare questo film supervisionato da Verga (no per dire chi lavorava nel cinema italiano all'epoca)... Eppure la differenza non si vede, un ambiente ed un tema dannunziano tale che il vate non avrebbe potuto far diversamente.
Pastrone va sul sicuro ricorrendo di nuovo alla Menichelli nella parte principale (attrice lanciata in Italia proprio dal suo film precedente) della vamp mangiauomini. La Menichelli che Borelleggia più della Borelli con i suoi sguardi sempre in tralice, il mento sempre alzato, gli occhi supertruccati, la bocca bloccata in una smorfia, i capelli pettinati a gufo e le articolazioni del braccio sempre, costantemente piegate tutte insieme... beh è magnifica nel suo eccesso.
La regia decisamente più canonica del Kolossal del 1914 si concentra più nella costruzione degli spazi e negli arredi opulenti, si concede qualche immagine grandiosa solo nel rogo finale (con delle scene di una certa potenza) e si diletta nei movimenti di macchina (che in "Cabiria" erano all'ordine del giorno) solo in un paio di scena (anche se quello nel teatro, grazie alla prospettiva del palco in secondo piano ha un effetto potentissimo).

Il film decisamente più canonico del capolavoro precedente esiste solo nella versione per i paesi anglofoni; amanti dell'happy ending costringe la sceneggiatura al volo pindarico della guarigione miracolosa; la versione originale (molto più in linea con D'Annunzio) prevedeva una morte per tisi della Menichelli, da sola, abbandonata dall'amante respinto ormai fidanzato.

mercoledì 3 dicembre 2014

Wake in fright - Ted Kotcheff (1971)

(Id. AKA Outback)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
 Un insegnante assegnato in una cittadina persa nel nulla dell'outback australiano vuole tornare dalla sexy fidanzata a Sydney per le vacanze di Natale. Per tornare dovrà prendere un treno fino all'anonima cittadina di Bundanyabba, dove perderà tutti i suoi soldi in un insulso gioco d'azzardo (una forma minimamente più elaborata di testa o croce); per fortuna a Yabba tutti i cittadini sono sì dei campagnoli, ma sono anche molto cordiali, disponibili ad aiutare e a condividere... però l'outback australiano non è Buckingham palace; gli uomini passano il tempo a bere alcolici, andare a caccia di canguri e fare altre cose da maschi, mentre le donne si concedono random.

Detta così la storia sembra noiosa e patetica, eppure il film è spesso (ma a torto) considerato un horror. Perché la cittadina di Yabba, fatta di abitanti compagnoni è un girone infernale da cui è impossibile fuggire nonostante nessuno ti trattenga; tema caro ad un certo cinema horror (si veda "Il seme della follia"), qui però, l'ubriacatura, la mancanza di soldi e l'essere in mezzo al deserto sanno essere più determinanti di qualunque demonio. L'inferno dantesco è condotto da un Virgilio sui generis, un medico alcolista che si fa mantenere dalla comunità facendone parte, giudicandoli e giudicandosi, ma rimanendo comodamente nella propria nicchia da parassita e condividendo la ferocia insita nel sistema. Si perché la moralità del giovane insegnante sarà continuamente messa alla prova, dalla disponibilità sessuale, dalla mancanza di freni inibitori, dalla selvaggia carica omicida che viene dimostrata nella cruenta caccia ai canguri.
Il film è veramente eccezionale a trasmettere il senso di malattia morale che pervade quella che, a prima vista, sembra essere solo una comunità di persone semplici; riesce perfettamente a rendere il paradosso dell'impossibilità della fuga in una città con una stazione dei treni (senza bisogno di utilizzare mezzi sovrannaturali); lo spaesamento e la lenta discesa nella follia del protagonista sono seguiti passo a passo (il gesto estremo nel finale sarà assolutamente comprensibile) ed infine il personaggio del dottore interpretato da un luciferino Pleasence che sembra non aver mai fatto altro in vita sua che bere ed inquietare.
Film particolarissimo impossibile da incasellare (o lo si butta nel cestino della definizione Dramma o bisognerebbe coniare una definizione tipo "Persona a modo diventa matto in una cittadina normale che tutti potremmo incontrare a causa delle buone intenzioni dei suoi abitanti che vivono in una società più violenta del previsto, ah già, dalla cittadina non riesce a fuggire"). Merita, almeno, una visione.

PS: che poi questa è solo la storia, ma anche la regia è interessantissima, fotografata in colori caldissimi, splendida nel rendere questo un film polveroso e sudato, riesce anche a dare un continuo senso di  movimento con una macchina da presa che continua a fare brevi carrellate quando non si impegna a girare in tondo ai personaggi; le scene di caccia infine sono autentiche (anche se le più cruente non sono state messe nel film), ma hanno il dinamismo di una realizzazione di fiction (se la caccia al canguro sembra troppo violenta, si veda come reagisce Chatwin quando segue un gruppo di aborigeni).

PPS: più bella la locandina in testa, ma la rielaborazione qui sotto contiene tutto il film.

lunedì 1 dicembre 2014

Suicide club - Sion Sono (2001)

(Jisatsu sâkuru AKA Suicide circle)

Un'ondata di suicidi (spesso di gruppo) sta gettando Tokyo nel caos. La polizia viene indirizzata verso un sito dove si tiene il conto dei morti con anticipo sulla diffusione delle notizia; l'informatrice della polizia viene rapita da un buffo gruppo di punk giapponesi con un capo che tenta di imitare il Dr Frank'n'Furter, canta canzoni pop inneggianti alla morte e ha come quartier generale un bowling. Sgominata quella banda di scialbi disadattati il capo della polizia comincia a ricevere le telefonate di un bimbo con la tosse....

Film giapponese che comincia come un inquietante thriller con una scena iniziale con un suicidio in metropolitana di 54 studentesse; incipit epico e davvero ben condotto che padroneggia da dio i tempi, la suspense e pure lo splatter. C'è anche una scena con dei ragazzi che per gioco si incitano l'un 'altro a buttarsi dal tetto di una scuola che è anch'essa encomiabile per il lavoro visto il pugno nello stomaco che vorrebbe dare ( e che in parte dà). Detto questo il resto è un noioso casino.
Non c'è un finale comprensibile; cosa di per sé non fondamentale; ma punta tutto sull'allegoria/surrealismo ed ottiene di non far capire un cazzo, far irritare la gente e dare la sensazione di aver buttato via del tempo; l'idea di fondo inoltre non è neppure così potente da giustificare così come la regia di Sono che da sola non basta ad appassionarmi. L'intermezzo idiota con la band Frank'n'Furter poi non ha nessun motivo se non tentare d'acchiappare i favore di qualche darkettone che esce alla luce del sole solo per vedere i film di Burton.

venerdì 28 novembre 2014

Al di là della vita - Martin Scorsese (1999)

(Bringing out the dead)

Visto in tv.

Tre giorni nella vita di un paramedico distrutto da sei mesi di lavoro senza successo; immancabilmente chi soccorre muore, per sfiga o per destino. Questo periodo nero (che si riflette sulla sua salute mentale e sulla sua capacità di dormire) nasce dalla morte di una ragazza, causata dalla sua incapacità nell'intubarla correttamente (per tre volte). Ora lo spirito di questa ragazza lo perseguita (niente di gotico eh, il discorso va inteso in senso morale). L'unico che riesce a salvare è l'anziano padre di una ragazza che sarebbe stato meglio lasciar morire. Alla fine di questi tre giorni arriverà la tanto agognata pace.

Film incredibile; il mio preferito nella filmografia di Scorsese... e considerando che Scorsese è uno dei più grandi registi di sempre direi che è uno dei miei film preferiti in assoluto. Incredibile anche la sua disponibilità quasi nulla; non più distribuito in DVD, addirittura difficile da rintracciare su internet, ultimo passaggio televisivo in Italia circa un decennio fa... ritrovarmelo in prima serata su RaiTre è stato un regalo inaspettato.

Detto ciò il film si pregia di riunire di nuovo la coppia Scorsese Schrader e si vede. Ambientato nella New York d'inizio anni '90 (una New York più dura di oggi, ancora simbolo di malavita generalizzata prima dell'intervento di Giuliani) i due mettono in scena una classica storia di colpa e di redenzione; di senso di colpa che perseguita e distrugge. Una trama condotta a ritmo di tre, tre nottate di lavoro (con relativi, brevi, giorni), tre colleghi di lavoro diversi (che si rapportano con un lavoro al limite in maniera molto diversa, con la volontà di fare carriera, con la fede in Dio e facendosi contagiare dalla follia generalizzata), tre possibilità di riabilitazione salvando delle vite.
Incredibile poi che con una trama del genere ci sia posto per un umorismo (nero) bestiale (tutte le scene introduttive al Pronto soccorso non fantastiche).

E poi c'è Scorsese...
Scorsese mette in campo tutto sé stesso; i movimenti di macchina (mai così agitata), la musica rock (mai così stordente) e la cura per la fotografia (colori acidi, luci ed ombre crude per le scene in notturna, luci incredibili e filtri che ammorbidiscono le immagini per la scena finale che incornicia una versione della Pietà di senso opposto a quella michelangiolesca) sono quelle che già si conoscono; qui però ci aggiunge un gusto più stoniano nella messa in scena (non a caso alla fotografia c'è Richardson), con accelerazioni, alcune sequenze con un montaggio delle attrazioni, una sequenza onirica centrale piuttosto in acido ed un personaggio distrutto e perso oltre ogni dire (molto più fuori, più strano, del povero matto-perdente di "Taxi Driver"). La cura per le immagini e la voice off di un personaggio allucinato in certi momenti mi ha ricordato le parti più serie di "Paura e delirio a Las Vegas"... ma qui probabilmente esagero io a trovare punti di contatto fra film che amo.

E oltre a tutto questo c'è ancora molto altro; a livello di contenuti il film butta sul fuoco decine di idee e concetti di perdizione e tentativi di uscirne (o di farne parte del tutto). A livello del cast ci si trova davanti ad uno dei Nicolas Cage più credibili di sempre e tra i comprimari non intendo citare nessuno perché sono tutti grandiosi e non sarebbe corretto farne una classifica.

...per le scelte di regia ci sarebbero ancora decine di idee enormi, a volte geniali (il flashback sulla morte della ragazza reso straniante con movimenti meccanici dei personaggi e la neve che sale in cielo facendo recitare gli attori a ritroso e poi avendolo messo nel film in reverse... va visto per capire cosa intendo), a volte poetiche (Cage che tira i fantasmi fuori dalla strada), a volte neppure utili (le tre inquadrature del primo piano della Arquette prese in tre punti ortogonali in sequenza rapida mentre parla in Pronto soccorso), ma splendidi colpi di pennello la cui assenza non sarebbe stata notata, ma la cui presenza dà un impatto enorme.

Di fatto un film larger than life terribilmente sottovalutato che chiude quello che è stato il decennio (volendo il decennio lungo) più interessante di Scorsese. Merita almeno due visioni per poterlo comprendere meglio; è un film che può piacere fin da subito o può crescere a distanza di tempo.
Poi c'è l'ovvia possibilità che annoi e basta... che devo dire, mi spiace davvero per quelle persone che non riusciranno ad apprezzarlo.

mercoledì 26 novembre 2014

The raven - Lew Landers (1935)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un chirurgo ormai ritiratosi in favore della ricerca viene richiamato per intervenire sulla giovane figlia di un giudice resa moribonda da un incidente d'auto. Il chirurgo accetta e, dopo aver salvato vta e bellezza della donna, comincia a frequentare la famiglia, il giudice, la figlia ed il fidanzato di lei. Ovviamente lui ne è innamorato e scopertosi dal giudice viene minacciato di interrompere ogni rapporto con loro. Ottenebrato dalla follia decide di vendicarsi, costringendo un fuggitivo (a cui promette di sistemargli il viso deturpato da un itnervento fatto da lui stesso) ad affiancarlo nella sua idea omicida... solo che è pure un appassionato di Edgar Allan Poe e per vendicarsi vuole uccidere i protagonisti della vicenda con macchine di tortura pensate dallo scrittore.

Confusa e folle opera horror senza orrore (nè paura) che punta tutto sulla solita coppia Lugosi/Karloff per ottenere l'effetto e l'affetto del pubblico. Ma la storia è assurda e mal diretta, non si capisce perché rendere tutto così inutilmente complicato con il pendolo di Poe e tutte le altre macchine inutili; pure il personaggio di Karloff è li solo per dare all'attore la possibilità di recitare la parte di un Frankenstein sotto mentite spoglie.
Il film riesce invece ad essere irritante molto velocemente.

Da ricordare solo alcune sequenze dove il regista insegue gli attori con camera a mano (è evidente che non sono carrelli) come un Aronofsky ante litteram (sequenze molto brevi, per carità, ma considerando l'anno, le attrezzature dell'epoca erano mastodonti ben diversi da quelli di oggi).
Bravo Karloff nelle poche scene dove può recitare, indecente invence Lugosi che recita in maniera sguaiata peggio che se si trovasse in un film muto.

lunedì 24 novembre 2014

Lamerica - Gianni Amelio (1994)

(Id.)

Visto in Dvx.

Caduta del regime albanese, due italiani vogliono creare una finta fabbrica di scarpe per drenare soldi pubblici italiani, la vogliono costituire con sede in Albania per approfittare del caos e per sperare che l'Italia non faccia controlli. Per firmare il contratto con il ministro albanese viene scelto un prestanome locale, un anziano trovato in un ospizio fatiscente che, all'apparenza, sembra catatonico. Il vecchio fugge e uno dei due dovrà andare sulle sue tracce attraversando uno stato allo sbando. Una volta trovato il ritorno sarà più complicato dell'andata ed il passaporto italiano non sarà di molto aiuto.

Il film, realizzato a due anni dal periodo raccontato, non ancora con il distacco dovuto, fotografa benissimo un ambiente, reale, ma anche sociale; e con fotografa lo intendo in maniera letterale, la fotografia polverosa e terrea, gli ambiente bui o gli spazi aperti desolati, i vestiti usurati tutto descrive una situazione che (forse anche reale) diventa comunque simbolo del caos e del degrado morale di una nazione allo sbando così come dei singoli protagonisti di questa storia.
La trama funzionale nella prima parte si incarta nella seconda in un eterno viaggio che si compiace di mostrare situazioni al limite senza nessun costrutto; si incarta anche sul personaggio del vecchio che si rivela essere un italiano finito in Albania durante il fascismo ed ora, vittima della demenza, pensa di esser ancora nella seconda guerra mondiale tratteggiando un parallelo fra guerra albanesi e italiani (fra fuga dall'Italia e fuga dall'Albania) molto ideologico, ma che al film fa bene in misura limitata, a lungo andare il personaggio irrita più che creare empatia e diventa un peso enorme a fronte di una trama che potrebbe rimanere in piedi da sola. Molte delle scene finale sono realizzate con l'idea di mostrare che "una faccia, una razza" (l'italiano che deve tornare in Italia con uan nave della speranza, gli albanesi che cantano "L'italiano" di Cutugno, ecc..), messaggio lodevole che, probabilmente, all'epoca poteva dare un importante contributo sociale, ma sulla distanza rendono il film un'opera troppo impegnata ad essere politicamente corretta  per essere anche interessante.
Bello invece (e ben recitato) il personaggio del traduttore albanese all'inizio del film, così come altri personaggi minori costruiti molto meglio e con molto meno rispetto ai piatti protagonisti.

venerdì 21 novembre 2014

Anija (la nave) - Roland Sejko (2012)

(Id.)

Visto in tv.

La storia delle due ondate migratorie dall'Albania di inizio e di fine anni '90 con interviste ai diretti interessati e la descrizione del crollo dello stato e degli assalti ai porti e alle navi, con immagini di repertorio che, credo, non si vedevano da 20anni.

Documentario interessante per il taglio dato, ovvero lo sguardo albanese sulla questione. Al di là della descrizione dello stato comunista e del suo crollo, il film si concentra più sull'emigrazione interna verso Durazzo e sull'assalto alle navi (cosa che non sapevo) più che sul loro approdo in Italia; anche l'"alloggio" allo stadio della vittoria, fatto rilevante, viene trattato brevemente per poi essere messo da parte; non è l'arrivo in Italia ad interessare, ma i motivi, le intenzioni, i metodi, di fuga dall'Albania.

Nella prima parte, quando si concentra sull'esodo del 1991-92 il ritmo ed il pathos reggono bene, danno il senso del dramma e della commedia nello stesso tempo (per molti la fuga dall'Albania era spinta da un sentimento positivo) mostrano bene le dimensioni bibliche del fenomeno e chiariscono le aspettative e le impressioni una volta giunti al di là del mare.
Affascinaante e(in parte) commovente l'assalto alla Legend, d'impatto emotivo il racconto della Vlora (ma credo potesse essere decisamente migliore), incredibile l'arrivo del MIG.

Nella seconda metà il discorso si sposta sull'ondata migratoria del 1997-98 e poi un breve accenno sull'Albania attuale (talmente breve da essere obiettivamente risibile). Questa seconda parte è molto più rapida e più superficiale, ci si limita a raccontare velocemente cos'è successo e a fare un paio di domande ad un paio di testimoni e niente di più. Un peccato perché aggiunge poco a quanto detto, devia l'attenzione, fa calare il ritmo e svacca un finale che riuscirebbe molto commovente se strettamente legato ai fatti raccontati all'inizio (gli intervistati presentati con nome e cognome e la nave con cui sono giunti in Italia ed in ultimo il regista presentato allo stesso modo).

PS: dello stesso periodo (dato il ventennale) è stato realizzato anche il documentario di Daniele Vicari "La nave dolce" sullo stesso argomento.

mercoledì 19 novembre 2014

Clown - Jon Watts (2014)

(Id.)

Visto al cinema.

Un uomo, per la festa di compleanno del figlio, indossa un vestito da clown maledetto e lentamente si trasforma in un demone scandinavo affamato di bambini.

Se il clown nel cinema horror è diventato un instant classic con "IT" (nonostante poi ne sia stato tratto un film tv mediocre), c'è anche da dire che, nonostante diverse riproposizioni con alcune variazioni sul tema (qui una lista, incompleta, ma molto carina sull'argomento), l'argomento si era già esaurito con il film capostipite (anche se i fratelli Chiodi hanno dimostrato d'essere dei grandi dribblando il problema e buttandola sulla comicità). Risulta quindi incredibile che nel 2014 si possa discutere ancora di un film di clown, per di più in modo positivo!

Il presupposto è stupido, ma d'altra parte deriva da un finto trailer di cui è innamorato Eli Roth e ha deciso di produrlo... Eli Roth è quel personaggio del cinema contemporaneo che funziona molto meglio come produttore che come regista, quindi, contro ogni pronostico, anche stavolta ci azzecca.
Al di là dell'idiozia dell'idea di base il film si muove per la prima mezzora come il più classico del film horror anni '80-'90, un oggetto demoniaco, una maledizione risvegliata per sbaglio, un vecchio che sa tutto e che diventa rapidamente l'Achab del film (come ci ha insegnato "Behind the mask"), una scream queen (che dato il modificarsi della società, in questo caso è una scream milf); nella seconda mezzora però il film si modifica, l'horror classico si sposta verso il body horror con la trasformazione fisica e psicologica del mostro, il suo ubbidire sempre di più agli appetiti demoniaci e il suo cercare di fermare tutto quello che sta succedendo; nella parte finale del film (qui si in realtà entra in azione la scream milf) il film diventa altro ancora, sempre dalle parti del body horror, ma più verso "La mosca" con la moglie che cerca di aiutare il marito e, proprio per questo, con una serie di scene e uno  showdown particolarmente efficaci.
La cosa bellissima del film è come vengano di volta in volta utilizzati tutti gli stilemi classici dell'horror e vengano riproposti in maniera serissima, senza voler rompere nessuna regola, ma volendo realizzare un credibile film di genere. Il semi esordiente Watts poi sa gestire benissimo la tensione che viene mantenuta quasi costantemente sfruttando lo spaesamento che ogni location può offrire uniformando tutto con una fotografia dai colori neutri. Il film potrebbe e dovrebbe essere ricordato per la scena dentro ai tubi colorati, una sequenza da film horror classico con dei colori in più e dei bambini come protagonisti anziché degli adulti.
Se tutto va bene stiamo entrando in una fase in cui le idee cazzare alla Tarantino/Rodriguez si metteranno sempre in scena con l'iperrealismo alla Nolan... Per l'horror non si può chiedere di più.

PS: il film è uscito in Italia prima che in qualunque altro paese, se rimanesse nei cinema per più di mezzora sarebbe motivo sufficiente per pagare un biglietto.

lunedì 17 novembre 2014

Godzilla - Ishirô Honda (1954)

(Gojira)

Visto in DVx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Test nucleari nel pacifico sembrano aver risvegliato una creatura preistorica, modificandola e rendendola resistente e mortale. Questa creature si avventa su Tokyo mettendola, letteralmente, a ferro e fuoco. Per poterla sconfiggere bisognerà utilizzare una nuova arma, potenzialmente peggiore delle armi atomiche con conseguenze non prevedibili.

Ad inizio anni '50 negli USA venne riproposto al cinema "King Kong", il successo di pubblico indusse le case cinematografiche a riproporre dei film sul tema "mostro gigante distrugge città" e venne realizzato "Il risveglio del dinosauro". Questo film venne esportato con successo all'estero, dove, soprattutto oltre oceano (Pacifico) ottenne un consenso di pubblico enorme, tanto da indurre i giapponesi a fare il loro risveglio del dinosauro. Il risultato fu il primo capitolo di una saga sessantennale (finora).

Il risultato è un film estremamente serio, un horror apocalittico scifi decisamente buono per l'epoca. I mezzi a disposizione sono adeguati con una manovalanza di livello. Ishirô Honda, qui al suo primo film, fu collaboratore di  Kurosawa e nel cast corale hanno parti predominanti attori di film drammatici come Takashi Shimura (il vero attore feticcio del solito Kurosawa, prima e più di Mifune).
Gli effetti speciali sono certamente buffi, considerando l'epoca della realizzazione questo era all'altezza di un blockbuster moderno, niente passo uno male realizzato (la stop motion fatta da un incompetente è la morte della credibilità), ma un pupazzone ben costruito, evidente, ma non troppo (il bianco e nero e le lunghe scene in notturna aiutano) e modellini di palazzi e mezzi di trasporto.
La regia buona, con qualche intuizione carina, si lascia però sfuggire delle occasioni ghiottissime (la silhouette del mostro contro lo skyline di Tokyo in fiamme).
La storia horror è commistionata col dramma (il pietismo delle vittime della tragedia, ma anche il tradimento e la lotta morale dello scienziato che utilizzando l'arma contro il mostro la rende nota al mondo). Ma la storia è anche e primariamente figlia dei suoi tempi, a meno di dieci anni da Hiroshima e Nagasaki e nello stesso anno dell'incidente alla Lucky dragon. Il film è una presa di posizione anti-nucleare, un ammonimento e getta le basi dell'ambientalismo dei film successivi; la chiosa finale di Shimura, più che un cliffhanger per un seguito, sembra davvero la morale della fiaba.

La versione amerigana prevedeva di ridurre le parti con giapponesi in favore di Perry Mason come protagonista; personalmente non l'ho vista e non intendo; nel mio cuore rimmarrà sempre il sacrificio di quello sfregiato del Dr. Serizawa.

domenica 16 novembre 2014

L'esclavage moderne de Fatou - Pepiang Toufdy (2013)

(Id.)

Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso), in lingua originale sottotitolato.
Una ragazza del Ciad va ad abitare con alcuni conoscenti indiretti della sua famiglia a Parigi per ptoer studiare; ma una volta arrivata le verranno tolti i documenti e sarà costretta a lavorare per la moglie del ricco proprietario.

Film di denuncia di questa schiavitù moderna, come spesso nei film di denuncia, specie se opere prime, specie se senza molti mezzi, la qualità è bassissima. Il vero problema è la sceneggiatura, ovvia, piatta, senza psicologie, ma soprattutto con frasi ripetitive, concetti urlati, scene troppo lunghe; in mano a qualcuno di più competente il film sarebbe potuto essere un cortometraggio di denuncia.

Data la disfatta totale, al regista si può imputare l'incompetenza nel gestire i tempi e il ritmo, ma niente di più.
Certo, è un'opera prima di un paese che non ha un'industria cinematografica e la cosa deve far piacere, ma come tale deve essere giudicato.


Il film è stato anticipato da un corto "Jonah" di Kibwe Tavares. In una Zanzibar con turisti, ma mai abbastanza, due giovani riescono a fotografare un pesce gigantesco, attireranno un turismo selvaggio e una volta invecchiati uno dei due tornerà a cercare la creatura. Film che non ho capito fino in fondo (la lunga sequenza finale in rewind?), ma che è eccezionalmente bello; come in molti casi quest'anno, una fotografia molto curata, un buon uso delle inquadrature, ma soprattutto (cosa che non succede sempre) un uso esteticamente impeccabile degli effetti speciali.

sabato 15 novembre 2014

La marche - Nabil Ben Yadir (2013)

(Id.)

Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso), in lingua originale sottotitolato.
Tratto dalla vera storia di un gruppo di ragazzi, nati da genitori algerini, che si misero in marcia dalla periferia di Marsiglia fino a Parigi dove furono ricevuto da Mitterand e ottennero seguito ad alcune delle richieste fatte.

Il film è uscito l'anno scorso in Francia per il trentennale della marcia; e pare abbia suscitato più critiche che elogi dato che sono stati inseriti personaggi inesistenti nella realtà e sono stati aggiunti eventi mai accaduti. Beh questo sinceramente non è il difetto peggiore.
In questa furia drammatizzante viene fatto tutto quello che si può per essere giovanilistico ed enfatico. Una serie di personaggi carini, il protagonista che è già moralmente come Gandhi fin dalla prima scena, amore fra noi ggiovani, un prete che combatte di fianco a noi senza mai parlare di religione, una serie di background dove chi è stato in prigione c'è stato per motivi condivisibilissimi, una ragazza a cui incidono una svastica sulla schiena e una che è lesbica; ah già c'è pure Debbouze che fa il simpatico e  tenero picchiatello e un anziano razzista che darà una mano più di tutti gli altri.
A questo ci si può aggiungere che la psicologia dei personaggi si limita alla copertina, il pallido tentativo di evoluzione si limita alla superficie dei due personaggi più in vista; i problemi incontrati che si superano tutti senza mai mostrare come.... e non intendo citare la fotografia hipster desaturata.

Yadir però non ha dimenticato come si fa a dirigere un film (dopo aver fatto quel piccolo film impeccabile e molto tecnico di "Le barons"), rimane più invisibile del solito, ma mettendoci comunque in mezzo una serie di idee molto personali e autoriali, semplicemente ben diluite (la carrellata alterale rasoterra in palestra, la carrellata a circondare il personaggio che parla alla folla, ecc...); l'unica cosa che gli si può obiettare è che al massimo è uno spreco di tecnica, non avendo, in molte occasioni, un utilità pratica.

Quello che ne vien fuori è un film commercialissimo e giovanilistico, che scalda il cuore senza mai mettere in pericolo la tranquillità o le certezze dello spettatore, dove per ogni lacrima c'è sempre un sorriso (o due); tutto questo però intrattenendo benissimo, con un ritmo ben bilanciato e facendo passare due ore nette con una facilità impressionante.
Un film poco interessante, ma molto godibile; Yadir ne esce bene nonostante dimostri fosse un'operazione alimentare (o forse lui ci credeva a tal punto da accettare ogni condizionamento?... massì dai, vogliamo crederci).


Il film è stato anticipato dal corto "Afronauts" di Frances Bodomo, tratto dalla vera storia di Nkoloso, direttore dello Zambia space academy e dei suoi tentativi di battere URSS e USA nella conquista della luna... praticamente tutto quello che c'è nel film è vero, tranne il finale.
Questo corto è bellissimo. Fotografato con un impeccabile bianco e nero e giocato molto su questi due colori (la pelle nera degli attori e quella bianca della protagonista albina; il nero del cielo e il bianco della sabbia) mostra semplicemente una serie di inquadrature bellissime. Praticamente ogni fotogramma è costruito in maniera tale da essere almeno bello, quando non arriva a essere magnifico.
Bellissimo.

venerdì 14 novembre 2014

Teza - Haile Gerima (2008)

(Id.)

Visto al Festival di Cinema Africano (fuori concorso).

1991, un etiope torna a trovare i parenti sul Lago Tana dopo anni di emigrazione in Germania. Tornato dovrà affrontare l'astio del fratello rimasto, lo stato di tensione generalizzata in cui è caduta l'Etiopia per la guerra e la dittatura, i rapporti con una donna ripudiata, ma soprattutto i ricordi del passato (il periodo tedesco, il suo ritorno in Etiopia senza avvertire la famiglia, la fuga di nuovo in Germania).
La trama è un pò tutta qua, ma è anche molto di più, il film è complesso mischiando insieme seuqenze disgiunte, momenti onirici e flashback ai fatti principali. Per tutta la prima parte non racconta quasi nulla, ma mostra il ritorno di quest'uomo e una sequenza di scene di quello che succede, senza soluzione di continuità; non c'è una trama, ma un accumulo di immagini, una serie di fatti che danno una sensazione più che raccontare qualcosa, e questa parte gli riesce benissimo. Nella seconda parte quando i flashback prendono il sopravvento la storia acquista struttura e perde i poesia.

Le immagini non sono patinate, ma la fotografia è evidentemente ragionata date le differenze di stile fra le sequenze ambientate in ambienti e periodi diversi; c'è una cura dell'immagine soprattutto nelle ampie scene in esterni in Etiopia; c'è anche un pò di gestione espressionistica delle luci con il viraggio in rosso in alcuni momenti (per lo più di profondo stress, ma non solo).
A questo si somma una regia decisamente buona, con inquadrature molto variegate per le stesse sequenze e un uso del montaggio che è il vero fiore all'occhiello del film: ci sono montaggi secchi e scarni per dare velocità; c'è del montaggio rapido per dare ritmo (le domande che incalzano il protagonista durante la festa per il suo ritorno); c'è il montaggio delle attrazioni (l'omicidio dell'amico montato con l'abbattimento di una mucca); c'è la sostituzione/sovrapposizione, tramite stacchi rapidissimi (sostituzione/sovrapposizione di un ragazzo in fuga con il protagonista bambino o dell'amico morto con suo figlio).

In più c'è una serie di intenti e di significati piuttosto variegato. Forse l'argomento principale è sul concetto di identità; il protagonista torna per cercare una propria identità che gli viene continuamente negata dal fratello, quando torna nell'Etiopia degli anni '80 gli viene contestata la sua identità di comunista, quando torna in Germania subisce un'aggressione a causa della sua identità di nero; il discorso di identità e appartenenza è quello che segna la moglie tedesca ed il figlio dell'amico, ecc...
Ma c'è molto di più.
Inoltre nei lunghi flashback si riesce a mostrare un pezzo della storia recente dell'Etiopia senza scadere troppo nel classico film storiografico.

Il minutaggio è importante (circa due ore e venti) e il ritmo è altalenante, ma se ci si lascia prendere la noia non arriva mai.

Da sottolineare l'incipit che, come sempre nei film di Gerima, mostra un pezzo d'arte (in questo caso dei dipinti) con una voce fuori campo che declama.
Questo è un film che ha vinto a Venezia (ma ha vinto pure al FESPACO), quindi si può trovare pure in DVD. Un peccato che siano difficilissimi da recuperare gli altri film di questo autore.

PS: il titolo significa rugiada o rugiada del mattino, perché la rugiada è qualcosa di estremamente labile, ma anche pervicace e per quanto scompaia velocemente il giorno dopo torna sempre.

giovedì 13 novembre 2014

Deweneti - Dyana Gaye (2006)

(Id., AKA Osumane)

Visto qui.

Poi mi sono pure recuperato un cortometraggio della filmografia (non proprio vasta) della Gaye di cui ho appena visto il primo lungometraggio.
La storia di un ragazzino senegalese che gira per la città a chiedere l'elemosina in cambio promette preghiere per i più grandi desideri delle persone che gli donano soldi.
Quando avrà guadagnato abbastanza investirà i soldi per far scrivere una lettere a Babbo Natale per chiedere di esaudire i desideri delle persone che gli hanno fatto l'elemosina.

Fiaba sull'infanzia leggera, veloce, talvolta anche divertente, girata con semplicità senza particolare cura sulla fotografia (che invece ci sarà dall'opera successiva).
Vedendola senza conoscere la regista si direbbe che è un buon cortometraggio senza infamia e con qualche lode; sapendo cosa verrà fuori dopo si può giocare a trovare i punti di contatto con la filmografia successiva (un pò come si fa con "The big shave" adesso... anche se siamo su un altro livello).

L'unica cosa che si può obiettivamente aggiungere è che siamo davanti ad un corto che mostra l'Africa della miseria senza nascondere nulla, ma con un tono leggero.

Ascmat, Nomi: Lampedusa 3 ottobre 2013 - Dagmawi Yimer (2014)

(Id.)

Visto al Festival di Cinema Africano (fuori concorso), in lingua originale.

Sulla carta era stato chiesto un documentario sulla strage dei migranti del 3 ottobre 2013 di Lampedusa, lasciando carta bianca al regista.
La scelta è caduta su una sorta di ricostruzione dell'accaduto in via indiretta, dapprima con inquadrature a fior d'acqua con macchina da presa storta che riprende le onde e una nave, passa poi a mostrare alcuni acquerelli ispirati a quegli avvenimenti a descrivere quanto accaduto, mentre una voce fuori campo lancia strali (frasi molto belle). Poi passa a mostrare il flashmob organizzato quest'anno per l'anniversario con 368 persone immerse nel mare di Lampedusa con un lenzuolo bianco a coprirli (la macchina da presa sta soprattutto sott'acqua anche in questo caso); intanto la stessa voce di prima elenca i nomi di tutti i morti dando la traduzione di quelli meno usuali (quasi tutti quelli in amarico).
Quello che vien fuori, più che un documentario (della strage come del flashmob), è un'opera d'arte visiva che ha gli stessi pregi e gli stessi difetti di questo tipo di opere; riesce nella prima parte a rendere piuttosto bene un mood, non quello della strage, ma quello di chi si imbarca; verso la fine, con l'elenco dei nomi e il flashmob in retroscena, si ottiene solo molta noia. Certo i nomi ripetuti riescono anche a rendere i numeri della strage, ma la ripetitività può facilmente disinteressare.

PS: l'immagine è una foto del regista, al momento non esistono foto decenti del corto.

Lazare - Zelalem Woldemariam (2009)

(Id.)

Visto al Festival di Cinema Africano (fuori concorso), in lingua originale sottotitolato.

In un villaggio dell'Etiopia tutti gli uomini utili al lavoro vengono precettati per piantare degli alberelli che negli anni aiuteranno a evitare, o almeno a rallentare, la desertificazione. tra loro si aggiunge un bimbo povero, che viene convinto a partecipare in cambio dei soldi necessari per comprare del pane. Grande successo per il villaggio, ma il bimbo tornato davanti alla bancarella del pane si accorge di aver perso i soldi... SPOILER sradicherà tutti gli alberi per cercare la moneta perduta.

Cortometraggio esteticamente bellissimo, con una fotografica dai colori molto carichi e dalla macchina da presa molto dinamica che si muove molto; fa soggettive, inquadrature dall'alto, si muove alla ricerca dei soldi assieme al bambino; vengono costruite inquadrature buone e colorate. Data la massa di idee spiace che non ci sia stato più coraggio, si immagini la scena finale spinta di più sull'estetica e di un campo lungo...

Anche il contenuto vince; con un ritmo buono e un tono leggero e ironico veicola uno (o anche un paio) concetto elementare piuttosto amaro: non si può fare ecologia con la pancia vuota. Il titolo infatti, se non sbaglio, significa "per oggi", non c'è progettualità dove le esigenze sono altre e più importanti.

Da sottolineare che il Woldemariam ha avuto la fantasia (o la grande sfortuna) di far uscire il suo unico lungometraggio lo stesso anno e con lo stesso titolo di un documentario prodotto e doppiato da Leonardo Di Caprio...

mercoledì 12 novembre 2014

Des étoiles - Dyana Gaye (2013)

(Id.)

Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso), in lingua originale sottotitolato.

Una donna senegalese lascia, per la prima volta in vita sua, il paese per andare dal marito a Torino; il marito però ha lasciato l'Italia per cercare fortuna a New York, città che vede per la prima volta, dove conta di farsi aiutare per l'alloggio dalla zia della moglie; la zia però è partita per il Dakar per il funerale del marito che aveva lasciato e si porta dietro il figlio 19enne che va in Senegal per la prima volta in vita sua.

Dopo aver visto il bellissimo corto di Dyana Gaye, "Un transport en commun", qualche anno fa ci si chiedeva quando e come avrebbe realizzato il suo primo lungometraggio; ed ora eccoci, con un'opera stilisticamente agli antipodi dal cortometraggio (anche se alcuni contenuti sono in comune).
Fotografia desaturata, ambienti sui toni del grigio e dell'azzurro per Torino e New York, colori più terrei per Dakar; una macchina da presa tranquilla, che segue i suoi personaggi senza insistenza (d'altra parte è un film corale e seguirne uno alla Aronofsky sarebbe impossibile).
Si impegna di più sul montaggio lavorando di rimandi continui fra le tre storie separate, unendole (al di là con il legame emotivo fra i personaggi) con stacchi sul marito a New York quando questo viene nominato a Torino o con montaggio concettuale o per azioni contrapposte, su tutte sottolineo (perché è forse l'esempio il più scontato, ma anche il più evidente) il ragazzo statunitense che guarda l'oceano attraverso la porta del non ritorno mentre dall'altra parte l'uomo senegalese guarda lo stesso oceano in direzione opposta.

Nel film gli argomenti trattati sono diversi, è di fatto un film sull'immigrazione e il ritorno e mostri modi diversi di affrontarlo e nel farlo non scade mai nel cliché usurato del migrante come uomo che fugge dall'inedia e trova l'inferno dove pensava di trovare il paradiso; mostra invece diverse versioni e diverse possibilità mosse da motivi e necessità diverse. Costruisce il film con un linguaggio misto che si scambia continuamente, dal francese, all'italiano, dall'inglese al wolof (se non sbaglio). Si muove con un ritmo costante, ma costantemente rilassato, si prende i suoi tempi senza rallentare mai troppo, con scene forse non necessarie, ma che non affossano mai il film.
La cosa veramente affascinante però è come questo film parli di tute queste cose (l'immigrazione, il ritorno a casa, i contatti fra persone distanti, i legami personali, il rapporto con un paese sconosciuto, ecc..), ma lo fa con una trama inesistente, descrive di fatto un pezzo delle vite di tre personaggi principali, e una decina di secondari, caratterizzandoli tutti in maniera ottimale, ma senza far succedere niente di enorme; descrive semplicemente delle vite. Due di queste finiranno bene, una finirà in maniera amara, ma il tono generale riesce ad avere una leggerezza e una positività invidiabile.
Unico vero momento patetico è quando viene motivato il titolo nel dialogo fra i due italiani, dove compare, in un cameo, un Dente particolarmente supponente e radical chic; del cantate sono state usate un paio di canzoni durante il film.

Il cast è decisamente buono, ma sembra che gli attori protagonisti abbiano avuto l'ordine di mantenere una certa impassibilità (o tristezza forzata) ammazzandone un poco la recitazione; difatti riescono a spiccare molto di più alcuni dei comprimari.

Un film tanto bello quanto interessante che fa sperare ancora di più per le opere future della Gaye.


Il film è stato anticipato dal corto "Soko sonko" (AKA The market king) della regista kenyota Ekwa Msangi.
C'è la partita di calcio in tv, ma un uomo già organizzato ad andare dagli amici si ritrova fra la mani la figlia; la madre è malata e dovrà essere lui ad accompagnarla al mercato delle parrucchiere per sistemare i capelli; il giorno dopo sarà l'inizio delle scuole e tutti i ragazzi sono a quel mercato. Dovrà fronteggiare parrucchiere agguerrite, poliziotti, commercianti che lo rincorreranno come un ladro e pessime acconciature, ma riuscirà a portare a termine la missione.
Commedia leggera e ben ritmata nella prima parte, meno impegnata nel sostenere il tono nella seconda (anche se avrebbe diverse opportunità); ben recitata da tutti e dai colori vividi molto belli con una fotografia curata.
Niente di geniale, ma un'ottimo corto per idea e fattura.



martedì 11 novembre 2014

O espinho da Rosa - Filipe Henriques (2013)

(Id.)

Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso), in lingua originale sottotitolato.

Un avvocato viene avvicinato da una donna misteriosa, se ne innamora la porta a casa, a metà della notte però la donna vuole essere riportata a casa propria. Il giorno dopo le cosa viste la sera prima cambieranno prospettiva e l'avvocato si ritroverà incastrato in una caccia all'uomo soprannaturale dove dovrà, contemporaneamente, fare luce su un crimine del passato.

Basterebbe la faccia da schiaffi del protagonista (non in senso simpatico, ma proprio che prenderei a pugni) per spiegare perché odio questo film. Invece c'è molto di più.
Inizia come una storiella non particolarmente impegnata di questo leguleio tombeur de femmes; ma fin da subito le venature del perturbante si fanno sentire. O è il perturbante o è l'estetica da "presa diretta" da soap opera italiana (forse dovuta all'utilizzo della red camera).
Poi il film vira, si butta sulle tette; viene mostrato a lungo il rapporto sessuale tra i due protagonisti; e questo è uno die pochi momenti non noiosi del film. Poi si ricomincia con un thriller soprannaturale pieno di simbologie esasperate (la coppia di sposi che non si incontra mai!); un gusto notevole nel voler toccare ogni tema scabroso possibile (la pedofilia, l'incesto, l'aborto indotto, il sesso sotto le immagini sacre, Radio Maria in portoghese); un'intelligenza particolare nel far succedere le cose senza che ci sia un buon motivo (il poliziotto che va a casa dell'avvocato, perché? gli racconta tutto per 30 minuti, perché? il poliziotto che viene ucciso, ma poi no non è vero, va la che stavolta facendo le stesse cose lo uccido davvero; e tante altre); un ingarbugliamento di piani narrativi e per finire una lentezza esasperante.
A questo si può aggiungere che il regista decide che un finale non è abbastanza e ne attacca dieci in fila.
Inoltre il cast sembra oculatamente scelto per essere fastidioso nella pochezza della recitazione e la sceneggiatura enfatica ed esagerata.
...e dire che qualche momento lo azzecca, 5 secondi di inquietudine ad un certo punto e... ho già parlato della scena di sesso?
Terribile... e ha vinto pure un premio allo ZIFF... tra l'altro un premio cristiano...


Il film è stato anticipato da un corto, Twaaga di Cédric Ido.
Il corto mostra un bambino del Burkina Faso (durante il governo di Sankara) immedesimarsi sempre di più nei panni di un supereroe (preso da pezzi di fumetti americani, tradizioni locali, i discorsi del fumettaro e il presidente stesso); questa sua immedesimazione lo porterà ad aiutare il fratello maggiore senza considerare le conseguenze.
Per l'andamento della storia questo corto sarebbe un dramma, ma il tono è quello della commedia. Ritmo giusto, ironia (soprattuto all'inizio), qualche ripetizione di troppo, ma un'ottima fotografia, qualche buon uso della macchina da presa e l'inserto di diverse sequenze animate (quelle più fumettose sono molto efficaci, quelle fatta al rotoscopio hanno il difetto del mezzo espressivo utilizzato, cioè una maggiore sensazione di finzione). A questo poi va aggiunto anche un incipit serio e curato nei dettagli
Non un corto perfetto, ma un ottima realizzazione per una bella storia.

lunedì 10 novembre 2014

Mandela: Long walk to freedom - Justin Chadwick (2013)

(Id.)

Visto al Festival di Cinema Africano (fuori concorso), in lingua originale sottotitolato.

La vita da Mandela dagli inizi come avvocato all'associazionismo per i diritti dei neri, la sferzata verso il terrorismo, la prigione, i contatti con de Klerk, la scarcerazione, la lotta contro la violenza e l'elezione.

Quando si fa un biopic il rischio è sempre essere didascalici; quando poi bisogna farlo di un personaggio larger than life il rischio diventa una garanzia (se non ci si chiama Sorrentino).
Il film è assolutamente ben costruito e scorrevole, impreziosito da una fotografia curatissima (tutto l'incipit nell'infanzia di Mandela rimane in mente a lungo); ma è decisamente didascalico.
A favore ha il fatto di non fare sconti al personaggio che incensa, mostra i suoi tradimenti ai danni della prima moglie e il rapporto burrascoso con la seconda, mostra gli attentati fatti da lui (a danni di strutture, mai di persone... almeno così appare dal film), l'estremizzarsi della violenza dell'ANC, la guerra civile ecc...
A fronte di questo l'aura del mito traspare fin da subito e il film non lesina in scene enfatiche e in momenti di grande sentimento o saggezza da parte del personaggio principale.
Ma quello che mi ha dato più fastidio è stato che nelle quasi 3 ore di film, la solita ansia di condensare tutto, ha fatto in modo che molte parti risultino frettolose, accelerate, se non addirittura che si muovano a salti con personaggi che reagiscono in maniera eccessiva o eccessivamente precipitosa.

Elencati tutti questi difetti il film rimane piacevolissimo, ben fotografato e può dare qualche delucidazione importante su una porzione della storia sudafricana.

PS: il protagonista è uno di quei rari attori che mi fanno dire, questa faccia non l'ho mai vista eppure dovrei conoscerla.