lunedì 26 giugno 2017

Le mort qui tue - Louis Feuillade (1913)

(Id.)

Visto in DVD.

Un pittore viene accusato della morte di una baronessa (nella casa della quale viene trovato incosciente) e arrestato; in prigione verrà ucciso da una delle guardie in combutta con Fantomas; si può immaginare quale sorpresa quando saranno trovate le impronte digitali del morto sulla scena di un altro delitto. Intanto il giornalista Fandorin, apparentemente l'unico sopravvissuto dell'incendio compiuto da Fantomas nel film precedente ricomincia a indagare.

Terzo capitolo della saga di Fantomas.
Se le caratteristiche di regia sono omrai consolidate, in questo film si fanno notare alcuni dettagli nuovi. Su tutti la scena del ritrovamento della baronessa e del pittore; una sequenza realizzata con un movimento di macchina da presa orizzontale seguito da uno stacco che mostra la stessa scena da un'inquadratura leggermente spostata in maniera estremamente funzionale (per poter mettere fuori dall'immagine la porta sulla destra e includere invece una porta sul fondo a sinistra).

Inoltre è encomiabile fin dal primo film la pulizia della fotografia; nitidissima nonostante la qualità della pellicola che doveva essere utilizzata, con contrasti ottimi e una cura dei dettagli incredibile.

Cura dei dettagli che si vede anche nella realizzazione dei set, ma soprattutto nelle differenze fra set. Al di là delle inquadrature in esterni naturalistici delle puntate precedenti (semplici, ma reali), la maggior parte degli interni sono case (o palazzi) borghesi, carichi di dettagli e opulenza, a questa fa da contrappunto la costruzione di interni comuni (le celle, i corridoi o gli ingressi di appartamenti comuni o condomini) o di esterni selezionati (il canale di scolo) costruiti in maniera geometrica, molto semplice e lineare; una sorta di contrappunto fra le vittime di Fantomas e tutto il resto del mondo realizzato anche visivamente.
 

venerdì 23 giugno 2017

Rinne - Takashi Shimizu (2005)

(Id. AKA Reincarnation)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

In Giappone piacciono i J-horror, quindi si decide di realizzare un film su una strage (con suicidio finale dell'assassino) avvenuta in un albergo; per la parte di una delle figlie dell'assassino viene scelta un'attrice che però ben presto viene colta da ogni sorta di visioni sempre inerenti a ciò che sarebbe avvenuto nel passato...

La base del cinema horror americano classico è costituita da: gente che dalla città si sposta in una zona isolata e lì viene massacrata da un serial killer/una famiglia di redneck. Una soluzione di minima che rende un servigio enorme agli sceneggiatori; possono lavorare al minimo sindacale senza rischio di mandare tutto in vacca, le motivazioni non sono necessarie, i preamboli anche meno, le spiegazioni finali pure, il twist plot finale è tutto nel sapere se il protagonista principale morirà o no; non serve altro.
Per quanto riguarda i film di fantasmi giapponesi (ma tutti i film di fantasmi in generale così come quelli in cui rientra satana) il lavoro è più complesso. CI vogliono motivazioni, spiegazioni, dettagli; la trama deve lasciare spazio a momenti di ricerca e studio, a situazioni in cui si pensa di trovare una soluzione, e poi lasciare spazio pure a un eventuale twist plot (come in questo caso), nel mezzo però bisogna pure mettere momenti de paura. Un lavoro improbo, che però ai giapponesi tocca fare fin troppo spesso visto che i fantasmi sono il loro equivalente del serial killer redneck.

Questo film vive le stesse dinamiche dei film j-horror con però almeno due storie indipendenti che si intersecano, molti momenti "onirici" che dovrebbero avvicinare alla soluzione finale e anche il twist plot. Chiaro che in una situazione del genere la possibilità di perdersi è facilissima... e qui infatti, Shimizu si perde.
Se in "Ju-on" riusciva a mantenere insieme tutti i pezzi con alcune brillanti idee nel riutilizzo di alcuni elementi base dell'horror orientale (i capelli); se in "The grudge" riusciva ad adeguarsi agli stilemi più occidentali creando un j-horror a tutti gli effetti, ma più coeso, qui sembra invece che non sappia come gestire la cosa.
Mettere in piedi un racconto inutilmente sdoppiato in due storie con inserti di una terza storia del passato che viene mostrata a bocconi mangiando spazio dedicato ai momenti realmente perturbanti che ne vengono anche sviliti.
Inutile quindi lo sfoggio di capacità tecniche o la gustose scene di film nel film (che sono e rimangono la cosa migliore di quest'opera).

lunedì 19 giugno 2017

La battaglia di Algeri - Gillo Pontecorvo (1966)

(Id.)

Visto in Dvx.

Guerra d'Algeria, fine anni '50, un gruppo di rivoltosi combatte una guerriglia tuta dentro Algeri, cercando di coinvolgere i cittadini. La Francia, per resistere, invierà l'esercito a cercare i partigiani ed eliminarli.

Film estremamente politico di Pontecorvo che lo realizza a poca distanza dagli eventi narrati. Lo stile è volutamente documentaristico, con un'attenzione per i personaggi principali che è secondario solo all'evento storico visto con gli occhi di un ricercatore. Per quanto possibile il film cerca di non dare giudizi morali (il generale francese riesce a essere tratteggiato senza partigianeria e ne viene fuori la figura di un uomo pragmatico, cavalleresco, ma che combatte per il lato sbagliato della barricata), anche se le motivazioni dei protagonisti rendono inevitabilmente sfavorevole l'obiettivo francese.

Fotografia nitidissima che esalta una costruzione del film sul modello neorealista (senza esser e vero neorealismo) rendendo ulteriormente il senso di un'opera vicina al reportage, ma con emotività.
Indovinato anche il tono (anzi i toni); inizialmente un film di guerriglia vero e proprio che deraglia verso un poliziesco standard con l'arrivo dei paracadutisti.
Quello che però rimane è un enorme monumento di scrittura, con una galleria di personaggi incredibilmente ampia che riescono comunque ad avere una psicologia mediamente accennata, ma che si percepisce come completa e verosimile.
Ah, dettaglio non secondario, il film appassiona abbastanza e con l'entrata in scena del colonello il passo cambia attraendo anche chi si stanca facilmente delle lezioni di storia.

venerdì 16 giugno 2017

Schiavo d''amore - John Cromwell (1934)

(Of human bondage)

Visto in Dvx.

Studente di medicina dal piede equino si innamora di una cameriera; l'angelica creatura si trasforma rapidamente in una stronza profittatrice che usa i soldi e il buon cuore di lui come riparo dopo ogni disavventura sentimentale (o economica) avuta con altri.

Una vicenda interessante. una storia ben costruita su una magnifica stronza, un personaggio splendido affossato dal protagonista scialbo (decisamente non buono, ma cretino) e da una trama troppo diluita.
Il cast è comunque buono, anche se il povero Howard è stritolato in una parte piuttosto esangue.

A livello tecnico il film è, giustamente, famoso per la ricchezza di primi piani e mezzi busti frontali, spesso con gli attori che guardano in macchina da presa (indimenticabile il campo/contro campo nel dialogo fra Howard e la Davis nel loro primo incontro al ristorante con le coppe di champagne). Ottimi anche i molti carrelli che anticipano gli attori mentre camminano o che li inseguono e c'è anche un'interssante panoramica circolare dentro una stanza che ne mostra il soffitto (costringendo, immagino, la produzione a ricostruire la stanza per intero come verrà fatto quasi un decennio dopo per "Quarto potere").

Certamente il problema del plot troppo confuso e mal sviluppato affossa un film altrimenti magnifico, ma almeno la prima parte e il finale si fanno ricordare positivamente.

Successo di pubblico fondamentale per la Davis, fino a quel momento non molto considerata in quanto non abbastanza bella; dato il rifiuto di altre attrici più quotate (nessuna voleva una parte così negativa) venne selezionata dando vita al suo primo personaggio di donna terribile che tornerà a partire dagli anni '40.

domenica 11 giugno 2017

Corvo Rosso non avrai il mio scalpo - Sydney Pollack (1972)

(Jeremiah Johnson)

Visto in Dvx.

Un ex militare si rifugia nel west inesplorato degli USA per ricostruirsi una vita in un ambiente selvaggio, ma indipendente. Dopo un laborioso apprendistato e la costruzione di una famiglia involontaria (una moglie "regalata" da un capo indiano e un figlio "adottato" dopo averlo trovato in casa con il cadavere del padre e in mano a una madre pazza) sembrerà aver trovato un suo posto nel mondo. La distruzione di tutto quello che si era costruito per mano di un gruppo di indiani lo scatenerà in una follia di vendetta estrema.

Tratto da una leggenda locale (in teoria una storia vera, ma data la distanza temporale e i contorni mitici direi che ormai è più nella leggenda che nei libri di storia) questo è un western che definire atipico è un eufemismo.
Sceneggiato da un Milius muscolare, ma stemperato da (ampi) stralci del plot originale e addolcito dalla regia serafica di Pollack, il risultato finale poteva essere facilmente un'oscenità; invece miracolosamente il film funziona.
La prima metà è un ironico road movie ambientato nel west; la seconda diventa un dramma di vendetta, poco sanguinario, ma molto emotivo. Entrambe le parti sono ampiamente descritte con totali o campi lunghi, con costruzioni sceniche pittoriche (inficiate solo dalla scarsa qualità della pellicola utilizzata in quegli anni).

Ma dove la manona pesante di Milius si riesce ancora a vedere (nonostante le ampie modifiche del testo originale) è dove il film rende di più. I rapporti nel west più selvaggio sono onesti e di virile affetto. La dignità viene equamente divisa fra tutti i conterranei, fra i nativi americani (attenzione però, non c'è una ragione attribuita a loro aprioristicamente e neppure una lacrimevole pietà) che vengono mostrati come popoli guerrieri con regole ed etica; fra gli esploratori solitari, che sono uomini veri che cercano una vita più autentica abbandonando la città; ma anche fra l'esercito degli
USA (la cavalleria che va ad aiutare la carovana bloccata e che per farlo deve passare in un cimitero indiano), un mondo ancora puro, non fatto di ordini, ma di doveri morali e rispetto.

Un film che riesce a essere divertente e profondamente etico, con un finale poetico e dalle pretese enormi che vengono immancabilmente centrate.

venerdì 9 giugno 2017

Moonrise kingdom. Una fuga d'amore - Wes Anderson (2012)

(Moonrise kingdom)

Visto in tv.

Un boy scout, accampato con tutta la compagnia su un'isola, fugge con la figlia di una coppia del posto. La loro sarà una breve fuga d'amore, inseguiti dai genitori, dai capi scout, dal poliziotto locale e dai servizi sociali.

Dopo "Il treno per il Darjeeling" Anderson sembra aver capito che ogni stile pesantemente riconoscibile può essere un pregio (e nel suo caso lo è), ma è anche un limite e può stancare rapidamente dato che vengono riprodotte sempre le stesse dinamiche; ecco dunque che sforna un film d'animazione, poi un cartone animato in live action; nel mezzo c'è questo "Moonrise kingdom".
Questo film si discosta dai precedenti scegliendo di avere due protagonisti, una galleria di personaggi secondari che rendono vivo l'ambiente, ma che non lasciano mai deragliare il film verso la solita trama corale; e poi ci aggiunge una storia d'amore. Ovviamente Anderson non è un deficiente e utilizzando una coppia di preadolescenti riesce a creare una storia d'amore sincera e tenerissima, ma a evitare i cliché del genere, mischiarla d'avventura e a darle un'aria di freschezza altrimenti impensabile.
Lo stile è sempre lo stesso. Colori vivaci per una fotografia patinata impeccabile; recitazione al minimo e spesso macchiettistica; macchina da presa che si muove spesso, ma sempre ortogonale. Un insieme di dettagli che sono la cifra stilistica base di Anderson, ma che qui riescono ad acquisire un significato indipendente, dando un senso di rigidità che fa da allegoria all'ambiente asfissiante dove vivono i due protagonisti con una patina superficiale di felicità di facciata alla Tim Burton.
Complessivamente non è il suo film migliore, ma riesce a ripetere sé stesso acquisendo nuovi significati; una prova di forza epica.

lunedì 5 giugno 2017

Ecco l'impero dei sensi - Nagisa Oshima (1976)

(Ai no korîda)

Visto in Dvx.

Il marito della tenutaria di un bordello si innamora di una delle lavoranti; ovviamente ricambiato, il loro rapporto sarà tutto improntato sulla soddisfazione sessuale (sempre reciproca, mai egoistica) fino ad arrivare all'autodistruzione.

Un film stilisticamente impeccabile (come spesso con Oshima), soprattutto nella costruzione delle scene (nonostante la potenziale ripetitività della trama, la costruzione delle inquadrature riesce a mantenere il ritmo attivo), nei costumi (davvero impeccabili) e nella scelta dei colori utilizzati (colori neutri o terrei per le location, colori sgargianti per i costumi). A detta di Oshima stesso l'impianto estetico fu preso dalle stampe erotiche giapponesi del 1700 (dettaglio che riporto, ma che mi sono premurato di non controllare), ma l'effetto del film è comunque quello di una versione estetizzata del Giappone visto da un occidentale; indubbiamente bello, ma estremamente artificioso.

Se l'estetica è comunque di valore, la trama è un'altra cosa. Indubbiamente il film esplica in maniera perfetta l'ossessione sessuale come obnubilante fino all'autodistruzione; la ricerca del piacere (e del dare piacere) che arriva all'annichilimento (se non fosse un film così scanzonato e solare nel porsi, sarebbe piaciuto a Mishima), una ricerca di amore e morte fatta con il sorriso sulle labbra.
Se anche l'argomento è forte e interessante, quello che lascia a desiderare è la realizzazione, un soft core (con molte scene apertamente hard) non è un problema, anzi mostra di non voler fare ipocrisie, ma imbastire un intero film di rapporti sessuali per avere gli ultimi 10 minuti di significato sa tanto di operazione commerciale che, a mio avviso, viene quasi dichiarata con il simpatico titolo originale traducibile con "Corrida d'amore" (operazione commerciale che, al pari di un porno senza possibilità d'essere fruito nei suoi termini, annoia parecchio). Va però dato atto a Oshima di aver permesso agli intellettuali europei di potersi eccitare guardando un film senza bisogno di sentirsi in colpa.

venerdì 2 giugno 2017

Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa? - Ettore Scola (1968)

(Id.)

Visto in Dvx.

Un imprenditore italiano parte per l'Africa portoghese (!) alla ricerca del cognato apparentemente scomparso mesi prima; accompagnato dal fido ragioniere sarà costretto a un continuo peregrinare in un inseguimento a distanza delle tracce (e dei depistaggi) lasciati dal parente. Trovatolo sarà costretto a valutare se il ritorno a casa sia davvero la scelta da preferire.

Filmetto più simpatico che divertente di uno Scola (ma alla sceneggiatura ci sono pure Age&Scarpelli) che vorrebbe già essere fustigatore degli italici costumi, ma riesce appena a graffiarne la superficie e riempie il resto di luoghi comuni, idee abusate e un Sordi che gigioneggia senza freni (anzi, macchiettistico standard, deve aver impostato il pilota automatico e non aggiunge niente al film).
Quello che viene maggiormente fuori è un film sull'Africa (l'Africa ovviamente, non una nazione specifica) con lo sguardo esotista del provinciale italiano che riempie tutti di buoni selvaggi rinoceronti e struzzi, missioni cattoliche e pasta cucinata in mezzo alla savana (e quasi tutti che parlano un poco di italiano! E tutti i personaggi minimamente utili alla vicenda sono bianchi).
Di positivo si salva solo (ma è grandiosa) la figura del ragioniere; un Blier impeccabile che fa da spalla comica a Sordi permettendogli di strappare qualche sorriso, ma che anche da solo riesce a tenere il film verso il versante della commedia.
Per essere di Scola manca tutto, non c'è cattiveria o cinismo, ma manca anche la poesia.
Direi che è per completisti di Sordi

mercoledì 31 maggio 2017

Das Schloß - Michael Haneke (1997)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un agrimensore viene assunto in un villaggio sperduto tra le montagne; dovrebbe fare riferimento a un qualche superiore che lavora nel castello; una struttura più metafisica che fisica, vista l'impossibilità d'entrarvi e la maggiore difficoltà nel capirne le dinamiche.

Haneke realizza un film per la tv prendendolo da Kafka, scelta ovviamente ghiotta (e totalmente in linea con la sua passione per i supplizi inflitti ai suoi personaggi), ma decide di effettuare un'operazione tanto cinematografica quanto intellettuale; mette in scena non los tesso ambiente del libro, ma l'intero libro. Tutta la vicenda segue pedissequamente l'opera originale (l'ho letto ormai un decennio fa, sono possibili alcune differenze) utilizzando anche la voice off per inserire alcuni commenti dell'io narrante del libro che altrimenti dovrebbero essere spiegati con dialoghi. L'intento è tra il lodevole e il paraculo, soprattutto nell'ottica di aver scelto un libro incompiuto. L'effetto finale è quello di riuscire a rendere la vicenda kafkiana con un cinismo che dal libro risulta meno comprensibile e che ne aumenta l'effetto surreale.

A livello estetico l'algido Haneke ci sguazza in un mood kafkiano e si muovo con una freddezza impressionante. Frequenti campi medi con carrellate laterali (per gli esterni), primi piani nei dialoghi, ambienti scarni e senza tempo (con una gamma di colori dal bianco al terreo). Tutto è concertato e concorre a creare un mood perfetto. Se si aggiunge un'inquadratura nera a interrompere bruscamente le sequenze si avrà la cifra base di tutto il film.
Il cast ottimo, tutto di livello con un paio di facce che in quell'anno fecero di meglio.
Complessivamente abbastanza gradevole, ma senza un significato convincente.

lunedì 29 maggio 2017

L'arpa birmana - Kon Ichikawa (1956)

(Biruma no tategoto)

Visto registrato dalla tv.

Alla fine della seconda guerra mondiale un gruppo di soldati giapponesi di stanza in Birmania attenda di poter tornare in patria, nel mentre uno di loro si separa, apparentemente scomparso in realtà si è travestito da monaco buddhista per muoversi liberamente a cercare i morti delle battaglie rimasti insepolti e dare loro una degna cerimonia funebre.

Un film antimilitarista, ma con grazia; con un cuore e una tenerezza molto più efficace di molte trovate efferate.
Ancora più interessante è che in questo film la musica è la vera protagonista, è il mezzo di comunicazione fra le persone. Una suonata d'arpa è l'allarme in caso di pericolo o l'avvertimento di un via libera, un arpeggio suonato da un ragazzo significa che il commilitone perduto non è morto, il modo per cercarlo è cantando una canzone, mentre l'inno sacro cantato dagli inglesi per il giapponese ignoto li denota come esseri umani e non più come nemici. La musica in molti casi si sostituisce ai dialoghi rendendo questo film poco parlato, ma egualmente emotivo.
Indubbiamente pecca d'ingenuità in molti punti, ma è figlia di una positività dolce che non chiude gli occhi di fronte ai fatti negativi, ma li accetta.

Finale molto parlato, stranamente visto che il film non lo è, ed enfatico, ma anche le ultime scene riescono, nonostante tutto, a essere incredibilmente dolci e commoventi.

venerdì 26 maggio 2017

Chaharshanbe-soori - Asghar Farhadi (2006)

(Id. AKA Fireworks wednesday)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Una ragazzza che lavora per una ditta di pulizie viene ingaggiata per tre gorni di lavoro per aiutare una coppia appena trasferitasi. Quando arriverà si troverà nel bel mezzo di una crisi in cui la moglie sarà folle di gelosia per una pretesa relazione del marito con una vicina di casa. La ragazza sarà presa in mezzo, utilizzata d tutti per avere informazioni.

Il film precedente ad "About Elly" è già completamente in linea con la filmografia successiva di Farhadi; anche qui, infatti, la trama gira attorno a una verità da svelare, si basa su fatti di difficile interpretazione, nel suo svolgersi si avvale di continue bugie e omissioni. A differenza dei successivi film, qui lo spettatore verrà a sapere cosa è successo in realtà e anche la protagonista avrà i mezzi, per capire da che parte sta la ragione.
In ogni caso l'effetto non è meno efficace; ancora una volta gli eventi del mondo sembrano semplicemente insondabili e la realtà troppo complessa per poterla conoscere con sicurezza e obiettività.

Come nella trama anche la forma è in linea con quello che verrà, anche se in versione più grezza. Fotografia semplice, ritmo rilassato, macchina da presa mobile; quello che manca è la capacità di rendere un narrazione scorrevole e di mantenere l'interesse per tutta la durata del film come fossimo in un thriller; doti che verranno dopo, intanto ci si può godere un film intelligente anche se un pò goffo.

mercoledì 24 maggio 2017

Rapacità - Erich von Stroheim (1924)

(Greed)

Visto in Dvx.

Al solito von Stroheim si presentò alla MGM tutto azzimato con le sue 48 bobine di film completato, per un totale di 8 ore. Credo che neppure lui si stupì quando gli chiesero dia accorciarlo, anche considerando com'era finita con "Femmine folli". Lo ridusse a 4 ore che la MGM tagliò ulteriormente a 3 e poi a meno di due ore.
La versione attuale (da me vista) è quella finale allungata con foto di scena e cartelli (tratti dalla sceneggiatura originale) aggiunti per cercare di avvicinare l'opera all'idea originale per un minutaggio complessivo di di circa 2 ore 3 mezza... Operazione simile era stata fatta proprio per "Femmine folli" dove venivano aggiunte alcune scene girate e poi tolte e, all'opposto, per Browning venne ricostruito "Il fantasma del castello" utilizzando solo le foto di scena; discutibile la prima operazione, per completisti folli la seconda (che gli passo solo per aver tentato di dare una forma al film muto più iconico di Browning/Chaney). Questa via di mezzo riesce a essere inutile e dannosa nello stesso tempo. Non da alcun vantaggio che dei cartelli con le spiegazioni non potrebbero già dare (come è stato fatto per le scene mancanti di "Metropolis"), non si avvicina minimamente all'idea originale né per minutaggio né per regia (che non è certo fatta di immagini fisse), ma in questo caso riesce anche ad ammazzare il ritmo e stornare l'attenzione rendendo pèiù indegesto il film.

A livello di contenuti è certamente uno dei film epici del periodo del muto con quel misto di realismo sociale (con critica all'arrivismo capitalista) e allegoria che renderebbe la storia al contempo chiara e interessante; dal punto di vista tecnico si fa apprezzare moltissimo l'uso intelligente della profondità di campo come mai nessuno prima (estremamente nota la scena del funerale che passa dietro al finestra durante il matrimonio; ma ancora di più l'inquadratura dal basso del primo piano del marito che se ne va e la moglie in cima alle scale... beh sembra predire le soluzioni di "Quarto potere"). La creazione d'immagini efficaci è certamente encomiabile (i soldi sporchi di sangue), ma quello che rende di più è l'efficacia delle intere sequenze; quella del finale nella valle della morte è decisamente il momento più efficace e riuscito dell'intero film.
Ottimo anche il cast, con una recitazione che sembra già di passaggio fra muto e sonoro, cosa impossibile ovviamente, che si deve intendere come una modernità di linguaggio.

lunedì 22 maggio 2017

Jungle fever - Spike Lee (1991)

(Id.)

Visto in Dvx.


 Un architetto (mi pare...) si innamora della sua segretaria e inizia una relazione che lo porterà ad allontanarsi dalla moglie (con la quale era felicemente sposato)... storia banale se non fosse che lui è nero e lei italoamericana. Un problema per la New York dell'epoca. I rispettivi ambienti sociali reagiranno alla cosa, per lo più in maniera violenta o scomposta fino a influire sulla relazione; fra i due si insinuerà il dubbio di un problema razziale anche all'interno della coppia.

Tagliamo la testa al toro; nell'Italia d'inizio anni '90 il milkshake era un concetto inesistente ed è stato, assurdamente, modificato in zabaione... come se si potesse realmente bere 4-5 bicchieri da litro di zabaione.

Detto ciò il film è abbastanza nettamente diviso in tre parti. Quella ambientata ad Harlem è una commedia upper class molto chiacchierata, una sorta di Woody Allen con meno ironia; quella nel quartiere italoamericano è un dramma familiare di tutti i personaggi; a questi due emisferi si insinua fino a diventare preponderante nel finale il dramma sociale sulla tossicodipendenza.
L'idea meglio gestita è quella di mostrare il razzismo delle due comunità, vive di pregiudizi ognuno nei confronti degli altri, ma anche il pregiudizio interno rivolto a chi tradisce, alle varie gradazioni di carnagione o quello fra i generi. i caratteri descritti sono piuttosto luogocomunisti ed esagerate, ma l'effetto finale è buono.
Quello che sfugge è la necessità d inserire, non una, ma due storie; quella dell'amico della protagonista (il cui padre è interpretato da un Anthony Quinn vestito esattamente come mio nonno) e quella del fratello del protagonista che introduce la questione della droga. Quest'ultimo è chiaramente una sorta di necessità morale di Spike Lee, vista l'emergenza sociale dell'epoca; ma entrambe queste storie non fanno altro che rendere dispersivo il film e allungare in maniera artificiale una trama indipendente, dando il là a un finale obiettivamente brutto.

La regia è ottima e più rilassata del solito anche se piena di carrelli circolari, macchina da presa che pedina i personaggi e, per la prima volta, il personaggio che si muove di concerto con la macchina da presa entrambi posti sullo stesso carrello (cifra stilistica di Lee, qui utilizzata in mnaiera lenta e delicata con un effetto straniante particolare).
Il cast all'altezza da il destro a un grandissimo Snipes (attore che di solito fatico a sopportare), ma soprattutto permette a Jackson di dare vita a quella che, credo, possa essere considerata la sua migliore interpretazione.

venerdì 19 maggio 2017

La leggenda di Narayama - Keisuke Kinoshita (1958)

(Narayama bushikô)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

In un villaggio nel Giappone medievale, la tradizione prevede che, raggiunti i 70 anni, gli anziani debbano essere portati sul monte Narayama e lì essere abbandonati a morire. Una donna, amata dal figlio, ma disprezzata dal nipote (disprezzata per l'egoismo del nipote, ma in fondo solo perché lei è vecchia), si prepara al viaggio con una luminosa rassegnazione.

La trama del film viene da una leggenda tradizionale a cui, in questo film, viene data la cadenza (e la crudeltà) della fiaba. Il tema è trattato quindi con una leggerezza invidiabile, la remissività attiva della protagonista, la sua accettazione serena come di qualcosa di logico e inevitabile sono spiazzanti; così come sono alternativamente tenere o irritanti le reazioni dei parenti riuscendo, con pochi personaggi, a costruire una parabola sul rapporto umano con la morte (enorme l'idea del personaggio dell'anziano vicino di casa che non vuole morire e pertanto viene vessato dal figlio) e con l'età avanzata; non c'è un filo di intellettualismo in questa visione, ma un poco di cinismo anche nei sentimenti migliori.

Il film è strutturato come uno spettacolo di Kabuki, con canzoni che fungono da voice off (personalmente le canzoni le ho odiate quasi tutte, ma è fuori discussione che l'accompagnamento musicale quasi costante dato dal shamisen sia perfetto e calzante); addirittura la messa in scena si prostra al teatro realizzando una entusiasmante commistione fra cinema e kabuki (che è la cifra vincente di un film quasi perfetto).
Il film alterna scorci realisti a fondali palesemente dipinti, magnifiche scenografie mobili (con gli edifici che si aprono o la vegetazione che si fa da parte) per alcuni cambi di scena, luci irreali che virano il colore dell'intero ambiente e alcuni occhi di bue a isolare i personaggi; oltre a un'evidente gestione teatrale nella disposizione e nei movimenti di alcuni attori (si pensi al concilio degli anziani del villaggio). La macchian da presa si tuffa in questo ambiente così complesso con ampie carrellate (soprattutto circolari ad abbracciare personaggi e scenografie), molti piani medi, mentre i primissimi piani vengono tenuti per i momenti più emotivi. La costruzione delle immagini, dato il controllo totale permesso dalla ricostruzione in studio, è assoluta con inquadrature sempre belle che si fanno d'impatto notevole nel finale sul monte Narayama coperto di scheletri.

mercoledì 17 maggio 2017

Juve contre Fantômas - Louis Feuillade (1913)

(Id.)

Visto in DVD.

Un cadavere misterioso costringono l'ispettore Juve e il giornalista Fandorin a pedinare un sospettato che li porterà a bordo di un treno che verrà sganciato dalla motrice e fatto schiantare contro un altro treno in transito. E questo sarà solo l'inizio dell'inseguimento dei due.

Secondo capitolo della saga cinematografica (in pezzi) di Fantomas by Feuillade. Fantomas era già noto al grande pubblico francese come un personaggio apertamente engativo, violento e brutale, ma per cui non si poteva non parteggiare. In questo secondo capitolo, molto più che nel precedente, questo aspetto esce completamente. Pur di poter mettere a segno una rapina, Fantomas non esita a causare un incidente ferroviario senza averne alcun rimorso e nel cercare la fuga farà saltare un intero edificio pieno di poliziotti. Ovvio quindi che, nonostante la fama già ben consolidata, una figura così dark ricevette parecchie critiche sull'amoralità del prodotto filmico (forse una delle prime volte), nonostante neanche il cinema in quegli anni sfruttava la moda del criminale affascinante.

A livello estetico tutti i film successivi riprenderanno completamente le idee del primo; tuttavia questo capitolo risulta molto più improntato verso l'action. L'uso dei modellini dei treni; l'utilizzo degli esterni per quasi metà del minutaggio (con molte sequenze prese dalla strada o dalla metro con le persone del luogo a fare da comparse). Inoltre vengono esacerbate alcune delle idee del precedente, su tutte la profondità (nella strepitosa sequenza della sparatoria fra le botti, una delle più belle del serial, o nella scena ambientata nel locale in cui si balla), oppure il viraggio utilizzato in maniera molto intelligente cambiandolo dal blu al seppia (o viceversa) per rappresentare l'accensione della luce in una stanza o il suo spegnimento.

lunedì 15 maggio 2017

Iron man - Tod Browning (1931)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua orignale.

Un pugile dalla buone capacità, ma dalla scarsa disciplina non riesce a sfondare; affidandosi a un allenatore competente raggiungerà la vetta, ma una volta arrivato si monterà la testa e smetterà di seguire i consigli del mentore (anche quelli, inopportunamente dati, in ambito sentimentale), la disfatta sportiva e sociale è dietro l'angolo.

Mi sembra chiaro non sia un film di supereroi nonostante il titolo più sfigato della storia dopo l'infelice "Frozen" di Green.
Questo è il film di Browning realizzato tra il successo di "Dracula" e la disfatta di "Freaks" e, spiace dirlo, non riesce a essere interessante al pari delle due opere che lo circondano.
Un film in cui la boxe non ha ancora una componente drammatica intrinseca, ma è solo il MacGuffin per azionare la vicenda che rimane un dramma sentimentale con un triangolo amoroso che comprende lui, lei e l'allenatore. Sono state lette diverse sottotracce, soprattutto quella che considera un amore omosessuale fra l'allenatore e il pugile; teoria a mio avviso non completamente aderente, ma che rimane possibile trovandosi in un comodo anno pre codice Hays.

Le seuqenze di pugilato vero e proprio vengono per lo più inquadrate dalla distanza, con un ring in piena luce circondato dalle tenebre dove, gli unici, essere umani sono i due che combattono e l'arbitro; una visione intimistica piuttosto originale, ma che lascia l'estetica fuori dalla porta.
Il cast l'ho trovato imbarazzante, con un Ayres che non ha proprio il fisico per il ruolo e una Harlow al suo minimo storico.

Se la trama ha indubbiamente diversi spunti interessanti (tutte le storie con un tradimento morale sono sempre affascinanti) il ritmo latita spesso e il risultato è incredibilmente scialbo... duole dirlo ( ma prima o poi doveva succedere) è il primo film di Browning che vedo a non lasciarmi nessuno sentimento positivo, nessuno spunto d'interesse. Non è brutto, è inutile.

venerdì 12 maggio 2017

Un uomo a nudo - Frank Perry, Sydney Pollack (1968)

(The swimmer)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un impresario teatrale (Lancaster) va da alcuni vicini (spieghiamo che stanno su una serie di colline, ognuno con la sua villa, ognuno con la sua piscina), fa un bagno in piscina e gli viene voglia di tornare a casa nuotando. Ovviamente non può farlo in maniera continuata, ma in un senso più da arte contemporanea, decide di recarsi di casa in casa, fare un tuffo in piscina fino a giungere alla propria magione. Lungo il percorso incontrerà persone che faranno affiorare ricordi o che smuoveranno sentimenti in maniera del tutto inaspettata.

Un film on the road... ma fatto di piscine, ma anche un bildungsroman in negativo, dove lo svolgersi degli eventi rende più chiaro lo squallore della vita attuale del protagonista, di fatto aumenta in consapevolezza, ma diviene una persona peggiore.

La trama mostra come a ogni step la vita del protagonista  cambi di prospettiva: sul proprio passato (i fatti del passato i rapporti ormai finiti), la propria famiglia, i propri rapporti sociali e anche su sé stesso. Il tutto in un climax quasi perfetto di tensione fra Lancaster e i personaggi che incontra oltre a una rappresentazione allegorica del tempo atmosferico che si modifica con il cambiamento del personaggio. Climax intenso che cambia radicalmente il mood portando il film da un ambiente leggero, solare e spensierato a uno sempre più tragico e psicologicamente pesante.
La cosa ancora più interessante è che il film scandaglia il passato e i sentimente di una persona senza mai bisogno di rifugiarsi nel flashback o in scene madri (ok, a parte quella con l'ex amante, oggettivamente utile, sinceramente troppo lunga), realizzando proprio quello che il (brutto) titolo italiano esprime, l'anatomia della vita di una persona messa completamente a nudo.

La regia si muove bene, senza enfasi, nelle scene principali gioca un po’ con il dinamismo dell’epoca (diversi movimenti, specie circolari e qualche inquadratura costruita in maniera complessa), ma senza mai strafare. Mentre nelle scene di raccordo fra una piscina e l'altra si sbizzarrisce in idee sempre nuove di messa in scena, per evitare la noia della ripetitività.

Dopo essere stato girato venne messo in un angolo per due anni prima di uscire e, una volta portato in sala, fu un fiasco. DI fatto è un film molto interessante e ben realizzato, ma troppo intelligente per avere successo all'epoca con un protagonista di traino come Lancaster che poteva promettere tutto un altro genere.

PS: regia non accreditata anche di Sydney Pollack che conclude il lavoro iniziato da Perry, ma fatto fuori prima della fine delle riprese.

mercoledì 10 maggio 2017

Il passato - Asghar Farhadi (2013)

(Le passé)

Visto in DVD.

Un uomo torna dalla moglie (lui viene dall'Iran, lei abita a Parigi) per poter firmare le carte dle divorzio e permetterle di risposarsi. Tornando andrà ad abitare da lei per poter stare vicino alla figlia adolescente; li trova anche il figlio di primo letto del nuovo compagno che però, per prudenza, preferirà non stare nella stessa casa. I rapporti sono tesi per alcuni dettagli del passato della coppia, ma soprattutto per lo spettro della prima moglie del nuovo compagno che risulta ancora in coma dopo un tentato suicidio.

Questo film inizia dove finiva il precedente "Una separazione"; inizia con un divorzio, inizia con una serie di eventi già avvenuti che, pertanto, non saranno mostrati. Ma anche qui (anzi, qui soprattutto) Farhadi porta avanti la sua teoria dell'insondabilità della verità.
Anche in questo film tutti mentono, tutti omettono,  ma anche quando confessano ciò che sanno, e anche se sono stati i diretti interessati o gli esecutori di quanto confessato, sbagliano, danno supposizioni anziché fatti accertati o si scopre che sono stati a loro volta ingannati; ma anche quando, finalmente, tutte le carte sono in tavola le responsabilità non possono essere distribuite, moralmente tutti possono essere colpevoli, ma nessuno può essere accusato di aver schiacciato il grilletto. Per la struttura di base sembra un giallo, in cui ognuno apporta un pezzo di verità che cambia tutto ogni volta per poi giungere in un vicolo cieco.
A questo poi si deve aggiungere un'emotività maggiore rispetto alle opere precedenti; i sentimenti per lo più trattenuti (ma che talvolta esplodono) sono costanti e si gonfiano lentamente.


A livello estetico è magnifico, sontuoso, come sempre impeccabile nella regia e, come sempre, parte come un diesel, lentamente, per poi far dilatare le emozioni fino al parossismo, per poi chiudere con delicatezza.
Uno dei registi più coerenti di sempre, uno che porta avanti sempre e solo lo stesso concetto con una capacità e un gusto incredibili.

lunedì 8 maggio 2017

Fantômas. À l'ombre de la guillotine - Louis Feuillade (1913)

(Id.)

Visto in DVD.

In un hotel parigino Fantomas riesce a rubare (con l'astuzia) una preziosa collana a una principessa; nel contempo scompare un lord. Dei due casi viene incaricato l'ispettore Juve che saprà collegarli entrambi al misterioso ladro.

Primo film dedicato al personaggio di Fantomas estremamente famoso in quegli anni grazie alla numerosissima serie di romanzi. Ma è anche il primo episodio di una serie cinematografica a firma di Feuillade, veloce e ingegnoso regista che riuscì a rendere il film un fenomeno di massa (proprio con questa serie). Questo primo episodio è un serial già di per se in quanto il lungometraggio venne distribuito in 4 spezzoni indipendenti; a questo film fecero seguito, in un anno, altri quattro lungometraggi (dalle storie in perfetta sequenza anche se autoconclusive), a loro volta suddivisi in episodi, realizzando un unico, lungo serial.

La cosa che più impressione di questo film è che, pur essendo in presenza di un film con tutti gli stilemi del proprio decennio (camera fissa in sola posizione, attori rivolti verso la macchina da presa, ecc..), la regia riesce a utilizzare tutti gli elementi a disposizione ottenendo un risultato in anticipo sui tempi.
Enorme l'uso della profondità dei set, paragonabile e superiore a quella di Pastrone per la sua "Caduta di Troia" (si pensi soltanto alla scena del teatro dove il palco è visto dalla balconata), una profondità spesso utilizzata per creare coreografie con i corpi degli attori (un personaggio entra in una stanza dal fondo mentre un altro è in primo piano, i due si incrociano nel mezzo per disporsi di nuovo in primo piano ai margini dell'inquadratura).
Uso del montaggio limitato, ma d'effetto, utile a rompere la monotonia delle scene fisse con una ricchezza di dettagli che riesce anche a dare ritmo.
Viraggio delle immagini sempre presente con colori adeguatamente intonati all'ambiente o all'illuminazione.
Le inquadrature sempre perfettamente bilanciate, con personaggi posti centralmente sulla scena che si spostano ai lati per equilibrare l'entrata in scena di un altro personaggio; un'ossessione per il bilanciamento che serve a dare concretezza a delle scenografie realizzate spesso in maniera asimmetrica (per dare più dinamismo all'immagine) con punti di fuga quasi mai centrali
Inoltre la recitazione degli attori che risulta piuttosto contenuta, per quanto lo possa essere quella di attori degli anni '10, e che Feuillade sembra volerlo sottolineare mostrando una attore di teatro che si sbraccia sul palco.
Interessante anche qualche scelta di messa in scena, come l'inquadratura dell'ascensore che sale, mostrando riproponendo lo stesso set per rappresentare i vari piani dell'hotel con la macchina da presa leggermente spostata a ogni piano; una delle prime volte che vedo utilizzare questa soluzione.

venerdì 5 maggio 2017

Bellissima - Luchino Visconti (1952)

(Id.)

Visto in DVD.

Una madre di borgata della Roma dei primi anni '50 si lascia tentare da alcun provini per partecipare a una produzione di Blasetti. Porta la sua bimba che passa la prima selezione; da li entrerà in un vortice di ossessione e personaggi ambigui che cercheranno di favorirla o lucrarci o entrambe le cose.

Partiamo dalle cose fondamentali. Questo film è, prima di tutto, un monumento alla Magnani; recita con una naturalezza che fa sembrare la stessa cosa personaggio e attrice; si mangia ogni scena, tiene banco anche solo con il suo continuo bofonchiare sconclusionato. Forse il film dove l'ho notata e apprezzata di più (mi sa che devo riguardare "Roma città aperta").

Poi dietro alla Magnani c'è un ottimo film. Un film sentimentale, ma con ironia; per 3/4 è divertente, con la protagonista caciarona che si prodiga per far diventare qualcuno la figlia meno che decenne e, senza rendersene conto, si prosegue dentro a una storia di riscatto social attraverso (o per) la figlia (che già di per sé sarebbe da lacrime agli occhi) e che si conclude con un finale agrodolce che è compendio di tutte le attese, esagerato e adatto ad un melò, ma credibile e calzante.
Anche se per me la scena emotivamente più riuscita è il litigio finale fra moglie e marito che richiama tutto il palazzo.

Dietro la macchina da presa, Visconti, si muove con la consueta delicatezza, da vita a una storia dalla cadenza neorealista, ma con quel melodramma in più che fa piacere realizzandola con una fotografia impeccabile.

mercoledì 3 maggio 2017

Sotto l'ombra - Babak Anvari (2016)

(Under the shadow AKA L'ombra della paura)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Pochi anni dalla rivoluzione khomeinista e durante la guerra con l'Iraq, una donna vive in una Teheran bombardata quasi quotidianamente; con una figlia e il marito che viene spostato vicino al confine attaccato. Lei, dal canto suo si vede rifiutare il re-ingresso all'università di medicina a causa delle sue contestazioni negli anni iniziali della rivoluzione. Intanto nel suo condominio gli abitanti se ne vanno ad uno ad uno mentre la figlia comincia a vedere persone che le chiedono di andarsene con loro.

Il film non è esattamente un horror, ma più un dramma che flirta con la paura e crea tensione con i jinn (spiriti della tradizione pre-islamica, nominati anche nel Corano). Ma quello a cui si assiste è, in realtà, il disvelarsi dell'orrore che sta dentro la protagonista, come in "The Babadook"; emblematica la scena iniziale in cui la donna, velata in nero da capo a piedi, si vede rifiutare l'ingresso all'università e, dall'ampia finestra in quella stanza, si vede alzarsi un fumo nero di cui lei sola si accorge. Il film è un horror che mostra esternamente le reazioni di questa donna a un ambiente oppressivo sotto ogni punto di vista, dove l'isolamento e l'abbandono sono protagonisti, un mondo popolato solo da donne (gli uomini sono inutili voci telefoniche o si limitano a morire o rimangono in disparte senza capire la situazione come i poliziotti che contestano la mancanza del velo) in cui lo spirito più inquietante è una donna coperta da un lungo chador.

Alla sua opera prima Anvari costruisce un dramma inquietante e gestito benissimo nel suo peggiorare costantemente, ma riesce anche a costruire un horror da camera assolutamente efficace (di scene che inquietano ce ne sono), ma riesce anche a metterci dentro tutta la critica sociale a un regime teocratico oscurantista mettendolo però come (costante) sottotesto. Infine, alla sua opera prima, Anvari riesce perfettamente a costruire scene affascinanti e originali, giocando di fotografia terrea e mettendo la protagonista in ambienti sempre più cadenti fino a uno scontro tutto giocato dentro al velo della donna misteriosa.

Il cinema iraniano si arricchisce di un nuovo, notevole, autore.

lunedì 1 maggio 2017

Incantesimo - George Cukor (1938)

(Holiday)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Una ragazza di una ricca famiglia newyorkese si innamora di un uomo del popolo, uno che ha sempre dovuto lavorare per vivere. Lo porta a casa per presentarlo come futuro marito ricevendo l'entusiasmo della sorella e del fratello, ma i dubbi del padre. Quando finalmente tutti saranno convinti l'uomo avvertirà che vorrebbe smettere di lavorare per trovare sé stesso (la vacanza del titolo originale) ricevendo gli strali della futura sposa e del suocero, ma l'amore della cognata.

Remake di un film del 1930 è una commedia romantica che non ha nulla della screwball comedy come, invece, ho letto in giro sull'internet (òe quattro capriole di Cary Grant non riescono, da sole, a cambiare il genere di un film) e, pur essendo ambientato nell'upperclass  newyorkese, non è una commedia upper class; al massimo, nella prima parte, riprende il ritmo sostenuto e alcune dinamiche della commedia sei sessi.
Scritto divinamente scorre via con facilità muovendosi nell'angusto spazio di una pura commedia sentimentale (come già detto), ma con una vitalità incredibile che rende la prima parte una delle cose migliore che abbia visto fare da Cukor finora. Nella seconda viene tirato il freno a mano e il film deraglia nel melò perdendo molto, ma pur se sfocia nel sentimentalismo più spinto riesce comunque a mantenersi ad un certo livello. Un insieme di generi ben mescolati che riesce completamente digeribile anche a chi non ha dimestichezza nel sentimentalismo.

Cukor dirige il cast con mano invidiabile rendendo perfetti tutti gli attori e senza lasciare che la coppia centrale sfoci in un mix fra "Susanna" e Romeo e Giulietta.
Non sarà un capolavoro, ma è una delle poche commedie sentimentali che consiglierei senza alcuna esitazione.

venerdì 28 aprile 2017

Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) - Ettore Scola (1970)

(Id.)

Visto in Dvx.

Una donna si innamora perdutamente di un uomo allo sbando; lui ritornerà in se grazie all'amore, ma quando la coppia sembrerà ben affiatata fra i due si aggiungerà un loro comune amico. Per la donna non sarà questione di essersi innamorata di un altro, ma anche di un altro; amerà tutti e due senza saper scegliere.

Film articolatissimo dalla messa in scena gustosa e ragionata. Qui niente è casuale e nella sua apparente semplicità risulta facilmente fruibile, ma tutto qui è pensato, dagli sfondoni linguistici ai dettagli della messa in scena. La regia dinamica, ma con moderazione che da vita ad alcuni momenti perfetti con i personaggi che parlano direttamente in macchina mentre sullo sfondo la scena prosegue (magistrale in questo senso il primo soliloquio sulla spiaggia di Mastroianni), oppure con i personaggi illuminati dall'occhio di bue con la scena attorno a loro che si blocca (cosa che anticipa "C'eravamo tanto amati").

Il film però non si limita a questo; ma gioca con le aspettative del pubblico per poterle infrangere, come nella magnifica scena della sorella della protagonista mentre va al lavoro (ma il film è  pieno di dettagli del genere, dai capelli di mastroianni, allo starnuto della vitti dopo l'addio all'amante).

Il cast è fatto da attori magistrali, che non solo sanno recitare magnificamente, ma si trovano a loro agio nella commedia; direi che non c'è un vincitore, forse Mastroianni leggermente inferiore agli altri due, ma parlo di una vittoria di misura.

Forse, però, il vero fiore all'occhiello del film è il tono, un dramma (come pretende il titolo) che è vestito da commedia ironica, ma con il passo della farsa; spesso i piani sono concomitanti, ma non si smorzano a vicenda, anzi, l'effetto nel finale viene enfatizzato dai vari mood embricati; un capolavoro di equilibrismo poche volte raggiunte.

mercoledì 26 aprile 2017

Solaris - Andrei Tarkovsky (1972)

(Solyaris)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in italiano.

Uno psicologo vieen inviato a valutare un gruppo di scienziati preposto allo studio del pianeta Solaris dopo una serie di comportamenti quantomeno strani. La stazione risulta abbandonata, anche se due membri del gruppo sono ancora vivi. Presto si renderà conto che il pianeta è vivo e rende reali pensieri o ricordi; per lui, farà tornare in vita la moglie morta.

Un film elegante e algido che cerca, intellettualmente, di parlare di memoria, di affetti e di rapporto con il proprio passato (cercando di dimostrare come il tentativi di fissare per sempre alcuni momenti della propria vita, o anche di cercare di ricrearli, sia impossibile e i tentativi sono destinati al fallimento). Gestito con uno stile incredibilmente pacato, con una regia dinamica, ma meno espressiva rispetto ai precedenti film del regista (ci sono diverse panoramiche circolari e uso dei colori ragionata, una fotografia gradevole inficiata solo dalla scarsa qualità della pellicola).
Il film gioca spesso sul simbolismo, sul suggerimento e mai sulla dichiarazione; tenuto tutto sui colori terrei (che richiamano le lunghe inquadrature autunalli della prima metà ambientata sulla terra) cerca di costruire immagini, mai esotiche, ma sempre ricercate (raggiungendo il punto più alto nel momento di assenza di gravità, che rappresenta anche il massimo degli effetti speciali del film). Interessante anche l'attenzione per la natura; se tutta la prima parte sulla terra vengono continuamente mostrate immagini naturalistiche, una volta giunti sulla stazione spaziale c'è un continuo tentativo di ricreare la natura (la piantina del finale, la carta sul condizionatore per imitare le foglie), come il pianeta fa con i ricordi.

Un film molto denso e molto cerebrale (come sempre in Tarkovsky) che sfrutta la fantascienza per ricreare un luogo dell'anima distante da tutto per interpretare il lavoro quotidiano nella mente delle persone. A mio avviso, più che capito, il film va goduto.

PS: edizione italiana tagliata di 40 minuti introduttivi e distrutta da una sceneggiatura realizzata dalla Maraini e scientemente peggiorata da Pasolini.


lunedì 24 aprile 2017

La signora in bianco - Nicolas Roeg (1985)

(Insignificance)

Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.

In un albergo di NEw York si incrociano quattro personaggi (mai chiamati per nome, ma chiaramente sono) Einstein, il senatore McCarthy, Joe DiMaggio e la Monroe. Tutti alla ricerca di qualcosa, tutti attratti da uno degli altri quattro senza che ci sia la corrispondenza desiderata. In una notte si consumeranno, lezioni di fisica, fiolosofeggiamenti, ricordi del passato e violenza.

Al suo settimo film Roeg appare più dimesso. Si confronta con un dramma da camera vero e proprio (è tutto ambientato in camere d'albergo) gestendo una regia sicuramente buona, superiore alla media dei film contemporanei, curata quanto basta, ma inferiore rispetto alle capacità che Roeg ha dimostrato in precedenza.
L'impianto del film è teatrale, cosa che non rappresenta un problema di per sé, ma il risultato rimane troppo teatrale, con personaggi macchiettistici che vorrebbero essere universali pur essendo molto specifici (è per questo che non dichiarano mai il loro nome? no, perché se mette la Monroe con il vestito iconico e Einstein come da foto classiche, perché non chiamarli con il loro nome? pensavano di ingannare? no, perché l'universalità del personaggio è già tradita dal travestimento); il risultato è che i personaggi a fatica riescono a rappresentare sé stessi, figurarsi tutta l'umanità. Quando poi il film punta sull'allegoria spinta sfocia nel fastidioso (su tutto l'insistito uso dei flashback che dovrebbe dare più significato ai comportamenti dei personaggi).

Il massimo dei complimenti lo può ricevere il tentativo di crare qualche bella immagine, ma l'unica che mi sia rimasta in emnte è quella (brevissima) di Marilyn Monroe con la gonna in fiamme.
In definitiva un film verboso piuttosto godibile, ma che non va da nessuna parte.

PS: Theresa Russell è bellissima, ma non ha niente della Monroe e per assomigliarle deve usare tutti i tic eccessivamente didascalici che la contraddistinguono.

venerdì 21 aprile 2017

Bijitâ Q - TAkashi Miike (2001)

(Id. AKA Visitor Q).

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un uomo va ad abitare con una famiglia allo sbando (figlia che si prostituisce, marito incestuoso con problemi di eiaculazione precoce, madre sottomessa al figlio violento), e ci va ad abitare senza un motivo e senza aver chiesto nulla a nessuno. La semplice presenza di quest'uomo cambia i rapporti fra le persone e le sue scarse azioni determinano un nuovo assetto familiare, non meno weird di quello di partenza, ma decisamente più felice.

Ripreso da "Teorema" di Pasolini (non mi si dica di no), ma con un tema che in Giappone è presente (la famiglia allo sbando, le dinamiche modificate da un estraneo). Ma alla gestione del film c'è Miike e le cose prendono pieghe impensabili.
La regia è piuttosto sotto le aspettative, macchina a mano e una cura dell'inquadratura inferiore alla media dei film di Miike visti finora, una fotografia adatta alla macchina a mano che, personalmente, non amo.
La storia è una cavalcata nel grottesco attraverso tutte le perversioni che si possano pensare (incesto, violenza, necrofilia e un accenno di coprofilia) più qualcuna inaspettata (lactofilia); essendo grottesco tutto è dichiarato senza mezzi termini, ma spesso stemperato con un'ironia talvolta estremamente stupida.
Se è ovvio che il film verrà ricordato per le scene di "mungitura" (che ritorneranno in "Gozu" denotando un certo interesse per la questione da parte di Miike), tutta la seconda parte è un susseguirsi di momenti WTF.
In definitiva non è un ottimo film ( cui Miike ci ha più recentemente abituati), ma è talmente singolare da essere un piccolo cult.
Elegantissima locandina minimal

mercoledì 19 aprile 2017

Come un uomo sulla terra - Andrea Segre, Dagmawi Yimer (2008)

(Id.)

Visto in DVD.

Il documentario si muove attraverso i racconti di alcuni richiedenti asilo a Roma. Attraverso i loro racconti viene delineato il loro arrivo in Italia concentrandosi sul buco nero rappresentato dalla Libia. Quel pezzo del viaggio spesso negletto, la compravendita di persone tra trafficanti e forze dell'ordine libiche, lo stazionamento in carceri nel deserto, le privazioni e le violenze.

Il documentario ha un doppio pregio; racconta un sistema sconosciuto ai più (e alle responsabilità più o meno dirette di Italia e UE) e lo fa senza troppi pietismo (vengono raccontate alcune violenze, ma sempre senza voler calcare la mano sull'orrore per rendere la materia più empatica).
Altra nota interessante è la presenza, come coregista e come soggetto centrale del documentario (è la voce narrante, ma anche l'intervistatore, ma anche personaggio della vicenda), dell'etiope Yimer, richiedente asilo approdato alla regia, già conosciuto (per me) per un cortometraggio sulla strage di Lampedusa (anche se è successivo a questo film, sua opera prima).
I lati negativi sono essenzialmente due. Lo scarso interesse per le immagini mostrate che lo rendono un discreto prodotto televisivo, ma un pessimo prodotto cinematografico (nell'epoca post-Moore, ma anche prima onestamente, non è più accettabile che un documentario cinematografico viva solo di contenuto); l'altro dettaglio negativo è il fatto che le vicende storiche hanno superato il documentario, se il suo pregio era mostrare una vicenda enorme e sconosciuta, guardandolo c'è da chiedersi quanto ci sia di ancora attuale dopo la caduta del regime libico; un dettaglio solitamente secondario, ma per un documentario che punta tutto sullo svelare un lato oscuro ignorato, questo dettaglio è determinante.

lunedì 17 aprile 2017

Lo scapolo - Antonio Pietrangeli (1955)

(Id.)

Visto in Dvx.

La vita di uno scapolo di trentanni, allergico ai rapporti stabili, da cui si defili appena si sente l'imminenza di un'idea di matrimonio. Vive la sua condizione con una felicità che presto si dimostra di facciata.

Un film fantastico che, ammantato da un'aura di commedia (sostenuta molto dalla presenza di Sordi all'epoca al picco della fama, ma sceneggiata anche dallo stesso Pietrangeli), mostra una realtà amara. A conti fatti non è un commedia, al massimo un simpatico film sulla solitudine; una solitudine che assomiglia a quella del successivo "Io la conoscevo bene"; una solitudine che qui è fortemente voluta, almeno all'inizio, pretesa e poi sofferta, ma ormai l'abitudine all'isolamento rende difficili i rapporti personali duraturi.
Ma questo è anche un film magnificamente anticonformista; nell'Italia cattolica anni '50 un film su uno scapolo fiero di esserlo che combatte contro una società che lo vorrebbe obbligare al matrimonio è di per se sovversiva, ma Pietrangeli non ama gli eroi (figuriamoci Scola; anche lui cosceneggiatore), e il suo protagonista non combatte con fierezza e per nobili ideali, è un omiciattolo infantile che combatte per il diritto a un edonismo che diviene zavorra nel momento in cui il tempo gli toglie il manto di splendore della gioventù.

Sordi è centrale e mattatore, spesso in scena da solo, spesso pure in eccesso. Protagonista di lunghi monologhi, molti borbottii privati e diversi pensieri esposti. Questo film è totalmente su Sordi, che non solo non smette di interpretare il suo italiano medio, ma stavolta lo azzecca in toto; pochi momenti realmente buffi, i suoi tic e i suoi istrionismo da caratterista sono tenuti a bada e riesce splendidamente in una parte che di buffo ha poco e di malinconico molto.

Alla regia Pietrangeli ci mette soggettive e un bel piano sequenza iniziale, ma principalmente lavora di attori con una regia parca e precisa e la costruzione di diverse sequenze densissime di significato pur nella loro essenzialità. Su tutte si fanno ricordare la cena solitaria (e il triste dopo cena) a parlare con un altro scapolo di mezza età o il ritorno a casa, dopo una serata finita mala, con il tentativo di ammazzare il tempo lungo la strada.

venerdì 14 aprile 2017

Il silenzio - Ingmar Bergman (1963)

(Tystnaden)

Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Due sorelle sono i viaggio in un paese straniero dove parlano una lingua a loro sconosciuta; con loro il figlio di una delle due. Il film segue la permanenza del terzetto in un grande hotel, con la malattia di una delle donne, le avvenuture sessuali dell'altra e l'incuriosito peregrinare del ragazzino per l'enorme hotel.

Terzo capitolo della "Trilogia del silenzio di Dio" dopo l'angoscioso "Come in uno specchio" e il gelido "Luci d'inverno".
Come si può intuire dal titolo, un film silenzioso, parlato per lo più in una lingua incomprensibile, dalla trama praticamente inesistente che gira intorno al concetto di incomunicabilità, con l'uso continuo dell'allegoria dal significato sempre criptico (si, ok, l'assenza di Dio, ma nel dettaglio è difficilmente scandagliabile). Quello che ne risulta è un film che è cinema puro (come è stato spesso accusato di essere "Psycho"), una regia essenziale e perfetta (con diversi movimenti di macchina, ma soprattutto con giochi fatti sui piani dell'inquadratura), una fotografia estremamente nitida, un'architettura del film che fa spavento; e credo che sia proprio per questo "cinema puro" che il film riesce a costruire perfettamente il mood, trasmettendo il messaggio di fondo (il silenzio di Dio) in maniera anche più efficace che nei due capitoli precedenti (anche se "Luci d'inverno" era già molto efficace).
Silenzioso e algido, imperscrutabile quando diventa ciarliero, non è un film facile, ma è un film bellissimo.

mercoledì 12 aprile 2017

REC 2 - Jaume Balagueró, Paco Plaza (2009)

(Id.)

DVD lingua originale sottotitolato in inglese.

Il film parte dove si è interrotto il precedente. Il condominio di Barcellona è stato isolata e la squadra di pompieri è scomparsa all'interno. Un gruppo di militari viene mandato all'interno capeggiato da un ieratico medico. La missione della squadra si rivelerà piuttosto ardita e complessa e finirà in un prevedibile macello.

Il film a livello estetico è la copia del precedente; anzi lo copia proprio in tutto. Intelligentemente i registi partono esattamente dal minuto successivo alla fine dell'altro per poter sfruttare un ambiente e una storia già collaudata; purtroppo non riescono a fare il salto e a rendere questo secondo capitolo indipendente.
Per prima cosa raddoppiano i punti di vista, con due gruppi indipendenti che si sfiorano e si inquadrano a vicenda quasi senza interagire in maniera significativa. Un'idea tutto sommato negativa, ammazza il mood con un ritorno a zero a metà film; e l'idea che raddoppiando i punti di vista dovrebbe raddoppiare la paura è quantomeno risibile.
Inoltre nel tentativo di cambiare qualche carta in tavola vanno a far saltare le idee migliori del primo capitolo; su tutte il lento muoversi da spazi più ampi a quelli sempre più angusti con l'aumento di claustrofobia e d pericolo percepito, il vero fiore all'occhiello dell'opera precedente; qui è tutto un muoversi sguaiato nel condominio, lanciando strizzatine d'occhio a chi ha visto la storia precedente, ma senza riuscire a bissarne il terrore.
Un secondo capitolo che mantiene i luoghi comuni dei seguiti, sembra fatto solo per aumentare gli incassi non le idee. Comunque ancora un film guardabile con qualche momento WTF.

lunedì 10 aprile 2017

Nick mano fredda - Stuart Rosenberg (1967)

(Cool hand Luke)

Visto i Dvx.

Un giovane Newman viene arrestato per una bravata. Inizialmente sembra sottomettersi alle regole del carcere e si guadagna lentamente l'amicizia e la stima degli altri carcerati. All'improvviso decide di tentare la fuga... che durerà poco; ma abbastanza per avere un aumento della pena e un inasprimento delle condizioni di vita. Proseguirà, testardamente, come se niente fosse successo, continuando a tentare la fuga.

Sinceramente non sono molto documentato sulla questione, ma credo sia uno dei primi film di tema puramente carcerario (c'erano già stati "Io sono un evaso" o "La parete di fango" o le derivazioni sui campi di concentramento come "Stalag 17", ma tutti questi sono film di prigionieri, per lo più durante la fuga; non c'è una proposizione della vita all'interno del carcere con la stessa determinazione e per tutta la durata dell'opera).
Il film è una godibile descrizione della vita carceraria con una fotografia calda e precisa e una regia standard che riesce in alcuni acuti (bella la sequenza delle uova con inquadrature sempre diverse, immagini in avvicinamento e montaggio rapido); la trama è eccezionalmente fluida nonostante la monotonia del racconto e la narrazione viene sempre resa facilmente.
L'argomento mi è sembrato più la testardaggine contro un ambiente rigido e il rimanere uguali a sé stessi nonostante le avversità, piuttosto che l'anelito alla libertà; in questo senso vedo poche basi per il futuro "Le ali della libertà" con cui l'ho visto spesso paragonato.
Ottimo Newman che timbra il cartellino con stile in un bel personaggio che avrebbe meritato di essere sfruttato di più.
Un film estremamente godibile, talmente godibile da essere apprezzabile più che memorabile.

venerdì 7 aprile 2017

Ichi the killer - Takashi Miike (2001)

(Koroshiya 1)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un killer, Ichi (ma va?), efficacissimo quanto efferato sta creando il panico fra le compagini di un gruppo di yakuza; il rapimento del boss metterà al comando del gruppo un uomo ancora più violento del killer, il suo obiettivo sarà quello di trovare il boss e Ichi.

Film cult di Miike che presenta un personaggio perfetto per estetica, presenza scenica, psicologia e percentuale di weirditudine... e curiosamente non è Ichi, ma Kakihara.
Al netto della coolness malata che viene diretta dal manga originale questo film è una eccezionale discussione sul rapporto con il dolore. Tutti i personaggi principali si rapportano in maniera quotidiana con il dolore che di volta in volta rappresenta la punizione, l'espiazione, una forma di giustizia, ma anche il piacere (anche sessuale) e un veicolo d'amore (sia nei panni del carnefice sia della vittima).
La violenza quindi diventa quasi necessaria, ma è talmente eccessiva da risultare solo al pari di una coreografia ben realizzata perdendo molto dell'effetto shockante che potrebbe avere altrimenti. Questo è un film brutale quanto lo può essere un fumetto o un cartone animato. E credo gli vada riconosciuto di unire allo splatter del dramma (e vabbé, mi pare facile), ma anche del grottesco e un'ironia nera magnifica.

Regia molto buona, con macchina da presa spesso instabile od obliqua, ma dalla gestione asciutta, che indugia in qualche ottima costruzione delle inquadrature, ma si impegna soprattutto a dare slancio e ritmo.
Effetti speciali molto buoni che indugiano poco su un brutto CG (che comunque ci stava con l'anno d'uscita; mica avevano tutti i soldi di "Matrix")

Un film ben riuscito e ottimamente realizzato in cui, curiosamente, il personaggio di Ichi è il più banale del gruppo e il cui sentimentalismo è l'unico tallone d'Achille del film.

mercoledì 5 aprile 2017

Femmine folli - Erich von Stroheim (1922)

(Foolish wives)

Visto in Dvx.

Un nobile russo che vive a Montecarlo con le cugine, sottomette psicologicamente la propria cameriera con la promessa implausibile di un matrimonio mentre seduce la figlia di un falsario. Quando arriverà un diplomatico americano cercherà (con successo) di sedurne la moglie per avere da lei del denaro.

Esempio classico del titanismo smisurato di von Stroheim che arrivò a quasi 10 ore di girato complessivo, da cui tirò fuori una versione definitiva di 8 ore (dimostrando, a mio avviso, di non conoscere perfettamente il linguaggio cinematografico, ma di ignorarne la funzione e la fruibilità). Per fortuna il produttore accorciò in due riprese il film arrivando al minutaggio finale di quasi due ore. La versione da me vista è una via di mezzo, dove veniva ricostruita in parte la versione originale arrivando a 2 ore e 20 minuti... Sinceramente non comprendo le ragioni di questa ricostruzione sicuramente non si avvicina che di pochissimo a quella pensata dal regista (solo 20-30 minuti in più rispetto alle quasi 6 ore perdute) e ipertrofizza quella uscita nelle sale che ne determinò il grande successo di pubblico; l'operazione mi suona tanto di nostalgia canaglia, ma che non dona molto all'opera così come la si è conosciuta finora.

Il titanismo di von Stroheim però non si ferma al minutaggio, ma si esemplifica nella messa in scena. La città di Monaco venne ricostruita in studio (tutte le scene in esterni del film sono in realtà delle ricostruzioni), scene in esterni continue e comparse a uso ridere (un titanismo che, bisogna ammettere, è efficace e rende tutte le ambientazioni iperrealistiche e ricche di dettagli). A livello economico fu uno sfacelo per lo studio.

Dietro la macchina da presa von Stroheim si dimostra estremamente moderno, sopratutto nella gestione dinamica del montaggio con alcuni picchi creativi che riescono a rendere l'emotività della vicenda in maniera molto convincente (c'è, a esempio, un dialogo con un campo-controcampo in cui i due personaggi parlano guardando dritto nella macchina da presa).
Infine si nota un uso creativo dei cartelli, spesso portatori di frasi spezzate o anche solo di liste di parole che rendono un mood e un ambiente più che veicolare un dialogo; una sorta di variazione poetica sul tema delle parole nel cinema muto.
Infine von Stroheim mi ha impressionato per la naturalezza nella recitazione superiore ad alcuni suoi colleghi dello stesso periodo.
Un film non semplicissimo da abbordare, ma incredibilmente appagante per l'alta qualità generale e per una storia di decadenza sempre affascinante.

lunedì 3 aprile 2017

Ricky, una storia d'amore e libertà - François Ozon (2009)

(Ricky)

Visto in tv.

Una donna con già una figlia si innamora di un uomo con cui decide di convivere; avranno un figlio, ma presto due lesioni sulla schiena del bimbo porranno dubbi alla donna per quanto riguarda l'affidabilità del compagno che verrà cacciato. Le lesioni però si dimostreranno essere due ali in nuce che si svilupperanno con incredibile rapidità...

Il film si mostra fin da subito come un'opera di Ozon, non tanto per i contenuti, quanto per l'estetica; una fotografia impeccabile (dai colori più contenuti rispetto a quanto ci ha abituati il regista francese, ma sempre scelti con cura) e una regia geometrica; le inquadrature sempre dense con immagini sempre riempite dalla presenza dei personaggi o dagli oggetti di contorno.
A livello estetico quindi, seppure con le ovvie differenze dovute al tono del film, siamo sempre dalle parti dell'ottimo cinema di Ozon ed è un piacere.
Ancora una volta poi, il regista si diverte a realizzare un film in cui i generi si fondono e i canoni vengono sbaragliati; il film inizia come un'opera drammatica intima, ma dai risvolti sociali e, a metà, devia verso il fantastico, con brevi accenni di verosimiglianza (le reazioni dei familiari, dei medici e dei giornalisti) per poi sfociare in un finale da commedia (in senso letterale), un relief dalle brutture precedenti dato da una speranza non meglio giustificata.
Il problema non è il cambio in corsa (che anzi, è un momento ben riuscito), quanto che dalla seconda metà in poi il film sembra girare a vuoto; incredibilmente il dramma sociale dell'inizio regge bene, ma i fantastico sembra presto pretenzioso e senza alcuna utilità che non sia la scena finale.

venerdì 31 marzo 2017

Piccole donne - George Cukor (1933)

(Little women)

Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Una famiglia composta dalla madre e dalle quattro figlie (il padre sta combattendo la guerra di secessione) dovrà affrontale l'amore, l'amicizia, la malattia e la povertà, ma lo farà rimanendo sempre unita e amorevole.
Il semplice concetto che sta alla base del libro originario mi da l'orticaria, pertanto ho guardato questo film solo per i nomi in elenco e perché sull'internet viene considerato la versione cinematografica migliore.
Per come immagino il libro direi che il film rispecchia le aspettative: un film zuccheroso e scaldacuore dallo svolgimento lasso e scontato. La sceneggiatura si completa di alcuni scambi di battute che farebbero arrossire chiunque e imbarazzano lo spettatore.
D'altra parte siamo nell'epoca d'oro di Hollywood e la costante minima garantita viene rispettata con una messa in scena curatissima e molto bella e una fotografia di livello.
Il cast è ottimo, con una Hepburn sopra le righe che vince per vitalità più che per credibilità, ma illumina ogni scena in cui compare (nonostante sia proprio lei ad avere alcune delle battute più peregrine e alcuni dei momenti più stucchevoli).
Da dietro la macchina d apresa Cukor si muove senza enfasi, soccombendo alla trama e a un ritmo rilassato.
Di fatto trovo che questo film sia solo per completisti del regista o della protagonista (che riesce comunque a uscirne bene)

mercoledì 29 marzo 2017

Elle - Paul Verhoeven (2016)

(Id.)

Visto al cinema.

Una porzione di vita di una donna a partire dallo stupro che subisce a casa propria. Da quell'evento non sembra essere minimamente toccata, continua a incontrare l'amante, vedere il suo ex amico di cui è ancora innamorata, litigare con il figlio per via dell'arrogante nuora, lavorare con il pugno di ferro nella ditta che crea videogiochi violenti.
A quasi ottant'anni, Paul Verhoeven, crea un film atipico per struttura (quasi assenta una trama vera e propria), per genere (inizia come un thriller raffinato e ben giocato e continua come una commedia nera frigida) e per tema. Anzi il tema no, è un pò il solito tema di Verhoeven, la violenza, ma qui è declinato in maniera particolare e molto intelligente.
La lunga cavalcata nella vita di questa irritante e fortissima donna è un bignami della violenza nella vita; a partire dagli eventi più eclatanti (lo stupro e un massacro) si arriva ai rapporti famigliari (genitori e figli, coniugi, amanti), a quelli sociali (colleghi, sottoposti e vicini di casa), fino agli sconosciuti per la strada, tutto è giocato sulla violenza e sulla prevaricazione arrogante. Niente viene salvato, tutti i mezzi sono mostrati, l'atto fisico, le parole o i semplici sguardi, i rapporti sessuali e affettivi, i ricordi e i progetti futuri, tutto è intriso di rabbia e violenza.
Di fatto è un manifesto di un modo di percepire la vita che mostra che non l'atto violento non è una scazzottata in "Total recall", ma si annida in ogni ambito della vita senza possibilità di scampo.
Interessante e ben condotto, con una regia che rende tollerabili le oltre due ore di film e una fotografia e un gusto per gli interni e i vestiti alto borghesi assolutamente fantastici. Brava la sempre ottima Huppert che qui, e mi rendo conto di essere uno dei pochi, mi appare né più né meno ai suoi livelli standard, semplicemente si nota di più la sua arte dato che viene inquadrata in ogni singola scena essendo lei il centro di ogni vicenda.
Un film intelligente e ben realizzato che soffre solo per una ipertrofia e una tendenza alla non linearità che lo possono rendere, facilmente, indigesto (cosa che la visione nella sala cinematografica, per me, mitiga molto).