lunedì 14 agosto 2017

L'intendente Sanshô - Kenji Mizoguchi (1954)

(Sanshô dayû)

Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Una famiglia di un governatore implicato in una rivolta (ma universalmente considerato buono e onesto) viene rapita da alcuni schiavisti, separata e venduta. I due figli, ancora bambini, saranno comprati dall'intendente Sansho, uomo severo e crudele che fa della rigidità dei mezzi uno scopo di vita. Il figlio maschio, divenuto adulto, fuggirà e gli verrà restituito il posto di suo padre, cercherà quindi di combattere attivamente Sansho per liberare la sorella e cercare insieme la madre scomparsa.

Diciamolo subito; una storia familiare, ma epica; un film drammatico, senza essere melodrammatico; sentimentale, senza essere stucchevole; è una parabola sul male che si accanisce contro i buoni
drammatico senza essere melodrammatico, sentimentale senza essere stucchevole, è una parabola sul male che sia accanisce contro i buoni.
Quello che gli manca è un certo grip; nessuna scena è inutile, ma talvolta salta fuori un certo rallentamento nel mantenere attivo l'interesse.

A livello estetico però è di una clama lussureggiante. Grande cura di ogni inquadratura sempre riempita e bilanciata, con un uso frequente della profondità di campo. La macchina da presa fredda, geometrica, ma estremamente funzionale, non percepibile, ma ricca di piccoli movimenti continui, ma minuti, calibratissimi.
A queste scene fa da opposto la sequenza del rapimento, estremamente dinamica, con la macchina da presa mobile (oppure fissa, ma con i soggetti in movimento davanti a lei), ma soprattutto un montaggio rapido.
Inoltre il film è ricco di dialoghi interni fra le scene, di rimandi e di opposizioni; su tutti, i migliori rimandi (e i più evidenti) sono quelli fra la madre vista nel presente a cui fa da contrappunto il padre nei flashback; così come la presenza della madre viene resa evidente solo dai suoni (la canzone della figlia dei contadini, i loro nomi gridati che diventano suoni della foresta).

venerdì 11 agosto 2017

San Michele aveva un gallo - Paolo Taviani, Vittorio Taviani (1972)

(Id.)

Visto in Dvx.

Seconda metà dell'800, un gruppo di anarchici ormai agli sgoccioli tentano l'ultima spedizione rivoluzionaria in un paesino. L'operazione finirà male, non in senso tragico, ma più sul versante del ridicolo. Il capo verrà condannato a dieci anni di detenzione (in realtà sarà una condanna a morte, commutata in ergastolo con un trasferimento a un altro carcere dopo 10 anni), uscendone troverà un mondo molto diverso da quello immaginato nella clausura della cella; nessuno si ricorda di lui, i suoi ideali sono stati raccolti da dei giovani che però li hanno modificati per adattarli alla nuova realtà e considerano il vecchio leader l'ultima vestigia di un passato anacronistico.

Un lento film dai risvolti politici evidenti, ma che non sono sicuro fossero l'intendimento principale dei suoi autori.
Diviso perfettamente in tre parti di circa 30 minuti l'una, mostra il tentativo fallito di rivoluzione, quindi la detenzione, infine il rapporti con il nuovo. Mostra quindi una parabola umana sul fallimento dell'ideologia (non di una nello specifico, ogni ideologia ha il difetto di essere autoreferenziale e, quindi, superata da altri), anzi, un fallimento umano, di un uomo patetico (la rivoluzione stroncata dalla mancata collaborazione dei paesani, la finta messa a morte, il ritorno tra gli scherzi dei compagni), divenuto tale dal tempo e dal progredire degli eventi.

La parte migliore (tecnicamente più interessante) è quella dentro al carcere. Con la totale unità di luogo e un solo personaggio viene tirato fuori il meglio a livello concettuale e registico. I lunghi monologhi, i dialoghi con se stesso, il percorso sulle strade del paese con i rumori naturali, ma con le inquadrature dei muri della cella; tutta la lunga sequenza dell'internamento è un virtuosismo che riesce a sostenere il momento più immobile del film rendendolo il più pregnante e il più dinamico.

Non un film imperdibile, ma un film ben costruito.

lunedì 7 agosto 2017

Kiss kiss bang bang - Shane Black (2005)

(Id.)

Visto in Dvx.

Un ladro newyorkese viene scambiato per un aspirante attore e inviato a Los Angeles dove rimane invischiato in una doppia storia di cadaveri e persone scomparse, oltre al reincontro con una sua vecchia conoscente di cui è innamorato.

Sceneggiato e diretto (opera prima!) da un redivivo Shane Black dopo anni di silenzio è, di fatto, un ritorno alle origini (per tema e tono) in versione postmoderna. Siamo dalle parti della commedia pulp, del noir comico con la giusta dose di buddy movie. A essere totalmente sinceri è un film fuori tempo massimo, utilizza tecniche e tattiche di regia che risultano già usurate, tuttavia se un film funziona, funziona lo stesso, sarà riciclato, ma è sufficiente che il riciclo sia fatto con stile.

La storia è totalmente inverosimile con una trama che deraglia e sbava continuamente sotto il peso delle troppe fighetterie messe in campo; tuttavia il ritmo è ottimo e tutto scorre nella giusta direzione facendo funzionare alla perfezione il complicato meccanismo.
Il vero punto a sfavore è l'eccesso di wanna be Shane Black in qusta sceneggiatura di Shane Black, si fosse contenuto un minimo il film ne avrebbe giovato; ovviamente riesce comunque a costruire un paio di ottimi personaggi (piuttosto scontato il protagonista, di molto migliore la "spalla", più articolata e meno calcata).
La regia è, come si è detto, vecchia di una decina d'anni. Fotografia carica e patinata, colori fluo, protagonista che parla allo spettatore interrompendo il film e altri articoli anni '90. Ripeto, è il festival del già visto, ma in questo film quasi tutto sembra funzionare a dovere, giusto qualche interruzione in meno e sarebbe stato perfetto. Diciamo che Black ha voluto fare il suo film postmoderno (senza eccessi di macchina da presa che già è qualcosa).

Downey Jr è perfetto per la parte, ma viene lasciato libero di gigioneggiare quanto vuole, pure troppo, cogliendo perfettamente il personaggio e riuscendo comunque a non essere (sempre) fastidioso. Val Kilmer è la spalla, rimane sempre in secondo piano rispetto alla storia principale, ma si giova di una parte migliore e la sa usare a dovere uscendone come il migliore in campo.

venerdì 4 agosto 2017

Ghost in the shell 2. L'attacco dei cyborg - Mamoru Oshii (2004)

(Innocence)

Visto in Dvx.

A quasi 10 anni dal precedente, viene realizzato dallo stesso Oshii questo seguito (dal titolo italiano piuttosto fuorviante... sembra un episodio di "Star Wars").
Il film parte da dove terminava il precedente, con il sopravvissuto del primo episodio che, assieme al compagno umano dell'androide scomparso, viene incaricato di scoprire cosa c'è dietro un attacco coordinato da parte di alcune unità cyborg. L'indagine li porterà a doversi scontrare con mondi virtuali, alterazioni della realtà, ma soprattutto sfruttamento di vittime innocenti

So che, dalla descrizione che ho fatto, questo film sembra il fratello sfortunato del primo. Eppure questo seguito è contemporaneamente qualcosa di più e qualcosa di meno di "Ghost in the shell".

Le componenti migliorative sono essenzialmente contenute nella maggiore cura all'estetica (decisament epiù influenzata dalla fantascienza di quegli anni, quella figlia di "All is full of love" o della Apple) nel dettaglio direi ch....
Mantenuti gli stilemi minimi (un tratto noiresco) viene itnrodotto la CG (che usualmente non amo), utilizzata in maniera intelligenti e non troppo invasiva, riesce, nonostante i limiti dell'epoca, a essere efficace. Il tratto poi si è molto raffinato, è più adulto, più ricco di ombre, più realistico.
La fotografia è decisamente più curata, maggiore la tridimensionalità grazie al computer, un uso maggiore e più cinematografico della profondità di campo (si pensi al colloquio iniziale nel laboratorio).
La componente action è aumentata, il livello sempre buono, anche se non ci si deve aspettare che sia la parte preponderante.
Inoltre il tema assume un respiro più ampio pur mantenendo la medesima profondità. C'è un discorso maggiore sul rapporto fra realtà e finzione  (la lunga sequenza nella magione dell'haker è un topos di Oshii, fissato con l'alterazione dei piani della realtà)  e nel finale anche una considerazione molto calzante sul rapporto tra ciò che viene percepito come vivo e ciò che lo è (aumentando il discorso già efficace iniziato nel primo capitolo)

Le componenti peggiorative sono tutte legate all'enfasi...
I dialoghi sono sempre pregnanti, ma sembrano scritti da un parvenu, declamano più che suggerire e lo fanno con eccessiva retorica. Di fatto l'elemento centrale del primo capitolo diventa ipertrofico (e stupidamente ipertrofico) in questo, eccessivo, con troppe citazioni fighette.
Siamo chiari, non è un problema insormontabile, ma è l'elemento che fa scadere questo film dall'essere migliore dell'altro; direi quindi che i due si trovano alla pari.

lunedì 31 luglio 2017

Fantômas contre Fantômas - Louis Feuillade (1914)

(Id.)

Visto in Dvx.

La polizia è messa sotto processo dall'opinione pubblica per la sua disfatta nel perseguire Fantomas; Juve viene accusato d'essere lui il vero Fantomas, mentre l'originale approfitta del caos per continuare con i suoi crimini.

La serie di Fantomas non ebbe solo un grande successo di pubblico, ma fu considerato un capolavoro anche dagli artisti dell'epoca. Su tutti il movimento surrealista (su tutti ovviamente Magritte) ne rimase entusiasta per quel misto di verosimiglianza (le scene in esterni sono prese dal vero, spesso con "comparse" involontarie)  e follia rocambolesca, oltre che per la commistione di fantastico e utilitaristi di alcune scene (di cui la più famosa è la sparatoria tra i barili del secondo capitolo).
In questo nuovo capitolo si fa sfoggio di alcune idee ancora più interessanti a partire dal costume di Fantomas (che lo trasforma in una specie di fantasma oscuro), come anche del fantastico muro che sanguina (forse l'idea che preferisco di tutta la serie); quest'ultimo non è fondamentale ai fini della trama (in questo modo viene ritrovato un cadavere, ma poteva essere fatto in ogni altro modo), è inverosimile dal punto di vista tecnico, ma entusiasmante dal punto di vista cinematografico.
In questo nuovo capitolo inoltre viene esplicitato in maniera evidente il tema del doppio (toccato un pò in tuta la serie, come nel capitolo precedente in cui il protagonista faceva ricadere la responsabilità dei suoi crimini su un morto) con un Fantomas sdoppiato in due personaggi distinti, con i continui scambi di persona (come il commissario che si finge Fantomas nel finale) fino all'incontro dei due Fantomas alla festa in maschera.

venerdì 28 luglio 2017

Ghost in the shell - Mamoru Oshii (1995)

(Kôkaku Kidôtai)

Visto in Dvx.

In un futuro distopico dove tutti sono connessi e robot e umani sono convivono con una serie di vie intermedie, due detective androidi sono sulle tracce di un sabotatore estremamente intelligente che manipola le coscienze delle persone per utilizzarle per i suoi scopi. Quando finalmente scopriranno chi c'è dietro, uno dei due cercherà di sconfiggerlo/entrare in contatto nella realtà virtuale.

Siamo davanti a uno dei vertici intellettuali della fantascienza giapponese; un hard boiled fantascientifico  che, per tema macroscopico oltre che per mood, fa subito pensare a "Blade runner", ma di fatto rappresenta uno delle svariate variazioni su un tema molto amato in Giappone.

ma andiamo con ordine; perché questo film è un insieme di eccellenze.
Il tratto, piuttosto canonico, è comunque molto elegante (e molto noir) e l'animazione di livello (e questo in realtà è il minimo che ci si possa spettare), non mi sento di definire ogni inquadratura un capolavoro (come leggo in giro nell'internet), ma certamente le scene sono accuratamente ragionate (ma dopotutto il film è in gestione a Oshii).
I dialoghi sono l'epicentro del film, densi, complessi, estremamente interessanti e mai scontati, rappresentano il piano dove si scontrano i personaggi e sono il motivo per cui quest'opera potrebbe ancora essere utilizzata come base per lo studio filosofico sull'intelligenza artificiale (il concetto di vita e di esistenza esposto in maniera impressionante, il limite fra essere umano e macchina nel momento in cui gli uni si scambiano pezzi di fisico o competenze, ma anche un breve accenno al concetto di memoria e di percezione che verrà poi esploso con "Matrix"). E tutto questo viene fatto senz amai annoiare, magari confondendo parecchio (siamo comunque in un noir e i noir sono complicati), ma annoiare mai.
Il finale che, bisogna ammetterlo, è filosoficamente limitato (e la cosa si nota visti i discorsi tirati in ballo per tutta la durata del film), ma di sicuro effetto, che riesce a essere conclusivo e amaro, tanto quanto aperto e sincretico.
Un ritmo rilassato (che, ripeto, non annoia mai), che si dilunga in sequenze non fondamentali per lo sviluppo della trama, ma che caratterizzano l'ambiente; il tutto senza mai andare a scapito del mood da thriller o delle (poche) sequenze d'azione.
Un'opera di sicuro interesse, di base per molto del cinema distopico venuto dopo e che rimane ancora impressionante. Da vedere.


lunedì 24 luglio 2017

Cane mangia cane - Paul Schrader (2016)

(Dog eat dog)

Visto al cinema.

Tre ex detenuti, diventati amici, si trovano a fare piccoli lavoretti per un boss per poter arrotondare. L'occasione di una vita arriverà quando dovranno rapire il figlio di un rivale, ma tutto quello che potrà andare male ci andrà.

Una storia classicissima con personaggi ben strutturati che avrebbe potuto essere un ottimo e durissimo film di genere, ma Schrader aveva altri piani.
Ormai di rado questo sceneggiatore e regista (e non il contrario) si mette dietro la macchina da presa per un suo plot; ma sempre, in tutti i film diretti da lui, le sue ossessioni sono le vere protagoniste della vicenda. In questo caso è proprio l'ossessione a essere protagonista in un film dove i personaggi sono secondari alle loro stesse paure, calati in un mondo che sembra divertirsi a renderle reali ad una ad una.
Esemplare in questo senso la scena d'apertura, dove uno psicotico drogato è immerso in una casa che sembra uscire dal suo trip più che dal cattivo gusto della proprietaria e dove la televisione sottolinea l'ossessività dell'ambiente che lo circonda. Scena d'apertura tecnicamente eccessiva ed esemplare che rimane la cosa migliore del film.
In una sceneggiatura del genere non stupisce quindi vedere i tre protagonisti svanire dietro la vicenda, ma spiace veder sprecare degli attori decisamente ben scelti (Dafoe è semplicemente perfetto, Cage e Cook hanno il fisico e la faccia giuste per i personaggi); anzi, è strano vedere attori di rilievo che sembrano tutti comprimari di nessun protagonista.
Perchè il problema è tutto nello sviluppo della storia; non sembra essere sicura di dove vuole andare a parare, è confusa e si muove per scene madri splendidamente realizzate (Schrader si conferma regista magnifico con una messa in scena inventiva che gioca al meglio nell'uso delle luce e nella messa a fuoco), ma assolutamente disgiunte le une dalle altre.
Il risultato finale è terribile, noioso e insensato; uno spreco di tecnica e recitazione.

venerdì 21 luglio 2017

L'altro volto della speranza - Aki Kaurismaki (2017)

(Toivon tuolla puolen )

Visto al cinema.

Un profugo siriano arriva, fortunosamente, in Finlandia, dove decide di autodenunciarsi per poter chiedere asilo e recuperare la sorella persa da qualche parte nella mittel Europa. Al rifiuto dello status di rifugiato (perché il rischio di morte ad Aleppo non è così alto) tenta la fuga e trova rifugio in un ristorante appena aperto da un ex venditore di camicie. Le loro storie si uniranno.

Sono anni che non vedo un film di Kaurismaki e gli ultimi visti sono di oltre 20 anni. Di fatto, da allora poco è cambiato. La fotografia è migliorata e la regia sembra leggermente più dinamica; i silenzi forzati (tutto l'incipit è senza dialoghi) sembra più una presa di posizione che non un gesto di stile, come sembra una presa di posizione la musica dal vivo e le sigarette costantemente fumate da tutti. Kaurismaki quindi si conferma un regista che fa quello che vuole, per quanto sciocco o superficiale possa apparire.
I temi e i toni però non sono cambiati affatto. Un'umanità dolente che si muove con incredibile leggerezza su tutto; uno stato (una società forse) ottusa e negativa le cui singole parti sono personaggi sempre di grande empatia e bontà. Uno stile asciutto, anche troppo e una semplicità di messa in scena che fa il paio con quella della storia; questo è un film dove per cambiare da locale finlandese a sushi bar basta volerlo e una comitiva di giapponesi si fermerà davanti al locale, dove una scazzottata (risolta da un pugno dato e uno ricevuto) è il miglior modo per entrare in contatto; un film semplice e schietto che ama perdere tempo con i silenzi, ma non con le azioni che sono sempre immediate.
Insomma, se piace Kaurismaki qui ci troviamo davanti al classico; tuttavia c'è un problema in più; se la seconda parte si slava con un guizzo della storica ironia impassibile del regista finlandese (anche se piuttosto sottotono), la prima parte, completamente seria ammazza il flusso di immagine regalando autentici momenti di noia... Noia che mai prima d'ora avevo provato davanti a un film di Kaurismaki.

lunedì 17 luglio 2017

Angst - Gerald Kargl (1983)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.

Uno psicotico esce di carcere dopo aver scontato una lnga pena per omicidio (tecnicamente ne ha compiuti due), i suoi pensieri ci rendono noto che non è soddisfatto dei due omicidi compiuti e che lui uccide per il piacere di farlo. Appena fuori infatti cerca subito delle vittime; il film segue il suo lungo lavoro fatto di ricerca effrazione e omicidio multiplo.

Il film è un'opera prima piuttosto grezza, tutta fatta con voce fuori campo del protagonista (piuttosto didascalica nelle frasi) che spiega la sua logica e i suoi sentimenti. Il regista fa tutto quello che un regista farebbe alla sua opera prima, macchina da presa molto mobile, frequenti inquadrature dall'alto o dal basso, ampio uso dei primissimi piani e dettagli, panoramiche circolari (spesso con la macchina da presa unita alla personaggio inquadrato affinché si muova di concerto) e una profusione di dolly; attori che guardano in camera con fare d'attesa, scarsa recitazione, assenza di dialoghi.
Non un film sperimentale, ma un film volutamente scarno nella storia, abbastanza pesante nell'argomento trattato per poter lasciare il segno e una regia in primo piano. Beh direi che l'idea funziona, perché è davvero una festa per gli occhi; almeno per tutta la prima parte il lavoro d'autore eccessivo è sempre ben condotto e gioca adeguatamente con la suspense e il montaggio (perfetta la scena del protagonista al bar che mangia un wurstel; il dettaglio di lui che mangia, il dettaglio della bocca della ragazza e le parole fuori campo del protagonista che racconta di avere una voglia folle di uccidere sono perfettamente coordinate con il montaggio).
Il difetto del film è il voler fare una cronaca minuto per minuto della vicenda. Avendo scelto il distacco come tono, l'apatia come mood, il ritmo dovrebbe essere mantenuto dalla macchina da presa di concerto con una storia che riduca i tempi morti; purtroppo, per quanto bravo alla regia Kargl non riesce a rendere interessanti tutti i momenti del trasporto dei cadaveri e fa incartare il film in una serie di sbadigli.
In ogni caso una splendida opera prima che, purtroppo, rimane anche unica.

venerdì 14 luglio 2017

Tavolo 19 - Jeffrey Blitz (2017)

(Table 19)

Visto in aereo.

Una ragazza partecipa al matrimonio della sua migliore amica nonostante sia appena stata lasciata dal fratello di lei (e testimone). Partecipa, ma viene spostata al tavolo 19, quello delle persone invitate per forza, ma che sarebbe stato meglio non fossero arrivate.

Commediola romantica esile ed esangue che porta avanti uno stanco compitino assolutamente senza nessuna fantasia o voglia di fare qualcosa di nuovo (c'è un momento in cui c'è la reale speranza che si concluda in maniera non canonica... ma dopo pochi minuti di non suspense anche l'ultima possibilità cade sotto i colpi della banalità). Tutto si muove tra i sentieri del già visto e della routine commerciale.
La banalità però non è il suo unico difetto; si può essere banali, ma brillanti, banali, ma divertenti, banali nel plot, ma originali nei personaggi; in questo film fatto tutto di personaggi spalla e dialoghi si riesce a fallire anche in questi due campi da gioco.
I vari caratterini che fanno parte del tavolo 19 dovrebbero essere una rappresentazione empatica e condivisibile di alcuni emarginati non per colpa loro; dovrebbero essere tutti portatori di un segreto; dovrebbero essere due su cinque spalle comiche, una drammatica e gli ultimi due (una coppia) la seconda linea romantica. Purtroppo nessuno di loro è costruito con un minimo di decenza, solo la vecchia bambinaia ha un accenno iniziale di psicologia, ma viene presto perduto in favore di un drammetto spicciolo e alcune parole sagge dette in mezzo al bosco. Gli sceneggiatori non si preoccupano di dare spessore ai personaggi o di costruire archi narrativi completi; si limitano a fargli dire le cose che dovrebbero caratterizzarli e fargli fare delle azioni nel finale che dovrebbero spiegare l'intero arco intermedio; un lavoro fallimentare e fastidioso che non è solo inutile, ma denota una pigrizia incredibile.
Infine i dialoghi. Questo è un film tutto chiacchierato, dove poco o nulla è lasciato alle immagini (più nulla che poco) e allora almeno sui dialoghi dovrebbe essere data maggiore attenzioni; ma questa parte se ne esce zoppa, senza forza, banale e risibile; un lavora che chiunque, con un'esperienza di 10 minuti di "Dawson's Creek" avrebbe potuto replicare. Addirittura la dichiarazione finale risulta più impalpabile della seconda versione (che dovrebbe esserne la controparte buffa).

PS: ammetto di averlo voluto vedere per la presenza di diversi caratteristi che trovo simpatici e rispetto (ma vedo molto poco), come Lisa Kudrow, Craig Robinson e Stephen Merchant. Purtroppo, anche loro, non ne escono bene.

lunedì 10 luglio 2017

L'atlantide - Jacques Feyder (1921)

(Id.)

Visto in Dvx.

Un soldato francese viene ritrovato in mezzo al deserto algerino; la storia che racconterà sarà quella di un amore folle per la regina di un regno perduto che si innamora/fa innamorare di sé gli uomini per poi lasciarli morire una volta stanca di loro.

Kolossal francese ideato per fare il doppio a "Cabiria"... ovviamente non ci arriva neanche vicino, il titanismo del film di Pastrone rimane lontano; ma lo sforzo per rendere grande questo film viene in parte ripagato.

Il  minutaggio è importante, con almeno 40 minuti di intro prima di entrare nel vivo della vicenda. La struttura narrativa è moderna, realizzata tramite un flashback preceduto da altri due salti indietro che si intersecano; il problema è che tutti questi movimenti di tempo non solo utili alla vicenda, vi attaccano storie parallele non fondamentali e rendono più pesante un film pachidermico.

Le scene sono costruite con intelligenza (si pensi alla sequenza dell'aggressione con il martello; molto ben realizzati e ancora credibile), le scenografie sono buone, con fantasie molto geometriche come imponeva l'estetica dell'epoca; ma quello che determina il vero colpo d'occhio vincente sono i paesaggi. L'inutile prima parte girata realmente nel deserto algerino supera in bellezza i complicati interni della reggia; se per costruzione e trama non può competere minimamente con "Cabiria" i suoi esterni potenti vincono senza sforzo.

venerdì 7 luglio 2017

I sospiri del mio cuore - Yoshifumi Kondô (1995)

(Mimi wo sumaseba)

Visto in Dvx.

Una ragazza insegue un uomo immaginario tramite il nome scritto nei cartellini dei libri presi in prestito in biblioteca. Intanto, seguendo un gatto, si ritrova in un negozia di antiquariato quasi magico. Nello stesso momento è impegnata a scrivere una versione giapponese di "Take me home, country roads". Tutte queste cose confluiranno nel farle scrivere un romanzo, il cui risultato, non sarà eccezionale. Solo alla fine di tutto il percorso ci sarà anche l'amore.

Un film quasi senza trama, dove le cose avvengono con caotica indipendenza le une dalle altre (come nella vita). Un po' romanzo di formazione e un po' storia d'amore adolescenziale. Di fatto una trama scontata senza particolari guizzi. Il punto di forza di tutta la vicenda narrata però si trova nel tono; nella levità e nella delicatezza nel trattare temi banali, ma impalpabili; sentimenti trattenuti ed emozioni fatte di niente. Il tutto con un tocco di realismo magico (il gatto) e un sentimento complessivamente positivo nonostante non tuto finisca per il meglio (la storia dell'incontro fra l'uomo giapponese e la donna europea).
In una parola un film per adolescenti che vengono trattati come esseri senzienti e non come dei cretini; un film dove la dichiarazione d'amore sarà goffa e stupida, come deve essere, ma assolutamente sincera (e prima di arrivarci ce ne vorrà davvero tanto).

Ovvio che sapendo chi c'è a scrivere si sente il tocco miyazakiano in una vicenda del genere (riesce pure a inserire qualche sequenza di volo!) e che la cosa rende il tutto più gustoso. Ma quello che si ha davanti è comunque un piccolo film gentile e godibile il cui nei principale è il minutaggio, forse eccessivo per la storia messa in scena.

PS: la versione giapponese della canzone di Denver si può sentire cantata integralmente nei titoli di coda.

lunedì 3 luglio 2017

Wishmaster. Il signore dei desideri - Robert Kurtzman (1997)

(Wishmaster)

Visto in Dvx.

Un Djinn (uno spirito d'origine persiana) viene risvegliato tramite un incidente con una statua antica. Il Djinn è di fatto la base da cui sono stati creati i geni delle fiabe, è dunque obbligato a realizzare i desideri delle persone, ma è essenzialmente malvagio, ma il suo potere può essere usato solo dopo che un uomo abbia espresso una richiesta; la realizzazione dei desideri pertanto non sarà mai come se l'aspetterebbero i richiedenti. Dopo aver esaudito tre desideri del suo padrone di turno potrà aprire la porta verso la dimensione dei Djinn e proliferare sulla terra. Una giovane diverrà la padrona del Djinn e sarà costretta a capire contro chi sta combattendo per poter cercare di contrastarlo.

Film horror anni '80 fatto e finito (nonostante sia stato realizzato nel 1997) prodotto da un intelligente Craven che deve aver ceduto all'idea di base, che rimane la più originale dai tempi di "Nightmare" (oltre che il vero valore aggiunto di un film altrimenti mediocre).
Gli effetti speciali (tra maschere e effetti materici misti al CG) sono tutti fra il cheap e l'accettabile, senza mai picchi di entusiasmo. Ottima fattura invece la maschera del mostro (ma d'altra parte Kurtzman nasce come creatore di effetti speciali e trucchi), che però viene svilita da un'estetica banalissima (possibile che tutti i mostri americani siano uguali?).
Al di là dei limiti tecnici il films frutta pesantemente l'idea di base (e fa benissimo) mostrando come la creatura esaudisce i desideri dei malcapitati; tuttavia si dilunga in citazioni di altre pellicole e in didascalismi disarmanti, fino ad arrivare a uno showdown finale che rasenta il ridicolo.
Credo che un film del genere meriterebbe un remake coi soldi.

venerdì 30 giugno 2017

I maestri del tempo - René Laloux (1982)

(Les maîtres du temps)

Visto in Dvx.

A causa di un incidente un bambino si ritrova da solo su un pianeta selvaggio (ah ah ah); in contatto radio con una astronave che cerca di raggiungerlo prima che succeda l'irreparabile.

Nove anni dopo la sua opera prima, Laloux torna con un lungometraggio d'animazione e torna alla fantascienza. Per tutto il resto i due film hanno poco o nulla in comune.
Se "Il pianeta selvaggio" era una distopia seria e drammatica (oltre che molto intelligenti), questo è un racconto d'avventura (con twist plot finale) con una vena più da commedia e alcuni personaggi apertamente buffi. La struttura del film è decisamente più canonica e il colpo di scena non da spessore a una sceneggiatura meno intelligenti della precedente (ma forse non è neanche una questione di intelligenza, quanto di idea di base, fulminante nell'altro film, normale in questo).

L'altra grande differenza è nel disegno. Nel precedente il tratto particolare di Topor (tratto che inizialmente può essere respingente), dava un valore aggiunto, o comunque un marchio di riconoscimento, mentre il disegno di Moebius (l'autore di questo film) è decisamente più semplicistico, più scontato (e io ho un'idiosincrasia per il suo stile).
In entrambi i film il livello dell'animazione è basso, qualitativamente non raggiungono mai dei movimenti accettabili.

Il vero valore positivo di questo film è tutto relegato al contorno. I paesaggi, le piante e gli animali, sono disegnati con maggior cura e particolarità e rendono giustizia al concetto di pianeta sconosciuto. Il colpo d'occhio (la creazione di immagini che siano belle di per sé) riesce magnificamente nella sequenza degli angeli senza volto, mentre la palma per i personaggi ben caratterizzati va data ai due "gnomi" telepatici (spalle comiche e grilli parlanti).

lunedì 26 giugno 2017

Le mort qui tue - Louis Feuillade (1913)

(Id.)

Visto in DVD.

Un pittore viene accusato della morte di una baronessa (nella casa della quale viene trovato incosciente) e arrestato; in prigione verrà ucciso da una delle guardie in combutta con Fantomas; si può immaginare quale sorpresa quando saranno trovate le impronte digitali del morto sulla scena di un altro delitto. Intanto il giornalista Fandorin, apparentemente l'unico sopravvissuto dell'incendio compiuto da Fantomas nel film precedente ricomincia a indagare.

Terzo capitolo della saga di Fantomas.
Se le caratteristiche di regia sono omrai consolidate, in questo film si fanno notare alcuni dettagli nuovi. Su tutti la scena del ritrovamento della baronessa e del pittore; una sequenza realizzata con un movimento di macchina da presa orizzontale seguito da uno stacco che mostra la stessa scena da un'inquadratura leggermente spostata in maniera estremamente funzionale (per poter mettere fuori dall'immagine la porta sulla destra e includere invece una porta sul fondo a sinistra).

Inoltre è encomiabile fin dal primo film la pulizia della fotografia; nitidissima nonostante la qualità della pellicola che doveva essere utilizzata, con contrasti ottimi e una cura dei dettagli incredibile.

Cura dei dettagli che si vede anche nella realizzazione dei set, ma soprattutto nelle differenze fra set. Al di là delle inquadrature in esterni naturalistici delle puntate precedenti (semplici, ma reali), la maggior parte degli interni sono case (o palazzi) borghesi, carichi di dettagli e opulenza, a questa fa da contrappunto la costruzione di interni comuni (le celle, i corridoi o gli ingressi di appartamenti comuni o condomini) o di esterni selezionati (il canale di scolo) costruiti in maniera geometrica, molto semplice e lineare; una sorta di contrappunto fra le vittime di Fantomas e tutto il resto del mondo realizzato anche visivamente.

venerdì 23 giugno 2017

Rinne - Takashi Shimizu (2005)

(Id. AKA Reincarnation)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

In Giappone piacciono i J-horror, quindi si decide di realizzare un film su una strage (con suicidio finale dell'assassino) avvenuta in un albergo; per la parte di una delle figlie dell'assassino viene scelta un'attrice che però ben presto viene colta da ogni sorta di visioni sempre inerenti a ciò che sarebbe avvenuto nel passato...

La base del cinema horror americano classico è costituita da: gente che dalla città si sposta in una zona isolata e lì viene massacrata da un serial killer/una famiglia di redneck. Una soluzione di minima che rende un servigio enorme agli sceneggiatori; possono lavorare al minimo sindacale senza rischio di mandare tutto in vacca, le motivazioni non sono necessarie, i preamboli anche meno, le spiegazioni finali pure, il twist plot finale è tutto nel sapere se il protagonista principale morirà o no; non serve altro.
Per quanto riguarda i film di fantasmi giapponesi (ma tutti i film di fantasmi in generale così come quelli in cui rientra satana) il lavoro è più complesso. CI vogliono motivazioni, spiegazioni, dettagli; la trama deve lasciare spazio a momenti di ricerca e studio, a situazioni in cui si pensa di trovare una soluzione, e poi lasciare spazio pure a un eventuale twist plot (come in questo caso), nel mezzo però bisogna pure mettere momenti de paura. Un lavoro improbo, che però ai giapponesi tocca fare fin troppo spesso visto che i fantasmi sono il loro equivalente del serial killer redneck.

Questo film vive le stesse dinamiche dei film j-horror con però almeno due storie indipendenti che si intersecano, molti momenti "onirici" che dovrebbero avvicinare alla soluzione finale e anche il twist plot. Chiaro che in una situazione del genere la possibilità di perdersi è facilissima... e qui infatti, Shimizu si perde.
Se in "Ju-on" riusciva a mantenere insieme tutti i pezzi con alcune brillanti idee nel riutilizzo di alcuni elementi base dell'horror orientale (i capelli); se in "The grudge" riusciva ad adeguarsi agli stilemi più occidentali creando un j-horror a tutti gli effetti, ma più coeso, qui sembra invece che non sappia come gestire la cosa.
Mettere in piedi un racconto inutilmente sdoppiato in due storie con inserti di una terza storia del passato che viene mostrata a bocconi mangiando spazio dedicato ai momenti realmente perturbanti che ne vengono anche sviliti.
Inutile quindi lo sfoggio di capacità tecniche o la gustose scene di film nel film (che sono e rimangono la cosa migliore di quest'opera).

lunedì 19 giugno 2017

La battaglia di Algeri - Gillo Pontecorvo (1966)

(Id.)

Visto in Dvx.

Guerra d'Algeria, fine anni '50, un gruppo di rivoltosi combatte una guerriglia dentro Algeri, cercando di coinvolgere i cittadini. La Francia, per resistere, invierà l'esercito a cercare i partigiani ed eliminarli.

Film estremamente politico di Pontecorvo che lo realizza a poca distanza dagli eventi narrati. Lo stile è volutamente documentaristico, con un'attenzione per i personaggi principali che è secondario solo all'evento storico visto con gli occhi di un ricercatore. Per quanto possibile il film cerca di non dare giudizi morali (il generale francese riesce a essere tratteggiato senza partigianeria e ne viene fuori la figura di un uomo pragmatico, cavalleresco, ma che combatte per il lato sbagliato della barricata), anche se le motivazioni dei protagonisti rendono inevitabilmente sfavorevole l'obiettivo francese.

Fotografia nitidissima che esalta una costruzione del film sul modello neorealista (senza esser e vero neorealismo) rendendo ulteriormente il senso di un'opera vicina al reportage, ma con emotività.
Indovinato anche il tono (anzi i toni); inizialmente un film di guerriglia vero e proprio che deraglia verso un poliziesco standard con l'arrivo dei paracadutisti.
Quello che però rimane è un enorme monumento di scrittura, con una galleria di personaggi incredibilmente ampia che riescono comunque ad avere una psicologia mediamente accennata, ma che si percepisce come completa e verosimile.
Ah, dettaglio non secondario, il film appassiona abbastanza e con l'entrata in scena del colonello il passo cambia attraendo anche chi si stanca facilmente delle lezioni di storia.

venerdì 16 giugno 2017

Schiavo d''amore - John Cromwell (1934)

(Of human bondage)

Visto in Dvx.

Studente di medicina dal piede equino si innamora di una cameriera; l'angelica creatura si trasforma rapidamente in una stronza profittatrice che usa i soldi e il buon cuore di lui come riparo dopo ogni disavventura sentimentale (o economica) avuta con altri.

Una vicenda interessante, una storia ben costruita su una magnifica stronza, un personaggio splendido, affossato dal protagonista scialbo (decisamente non buono, ma cretino) e da una trama troppo diluita.
Il cast è comunque di livello, anche se il povero Howard è stritolato in una parte piuttosto esangue.

Dal punto di vista tecnico il film è, giustamente, famoso per la ricchezza di primi piani e mezzi busti frontali, spesso con gli attori che guardano in macchina da presa (indimenticabile il campo/contro campo nel dialogo fra Howard e la Davis nel loro primo incontro al ristorante con le coppe di champagne). Ottimi anche i molti carrelli che anticipano gli attori mentre camminano o che li inseguono; c'è anche un'interessante panoramica circolare dentro una stanza che ne mostra il soffitto (costringendo, immagino, la produzione a ricostruire la stanza per intero come verrà fatto quasi un decennio dopo per "Quarto potere").

Certamente il problema del plot troppo confuso e mal sviluppato affossa un film altrimenti magnifico, ma almeno la prima parte e il finale si fanno ricordare positivamente.

Successo di pubblico fondamentale per la Davis, fino a quel momento non molto considerata in quanto non abbastanza bella; dato il rifiuto di altre attrici più quotate (nessuna voleva una parte così negativa) venne selezionata dando vita al suo primo personaggio di donna terribile che tornerà a partire dagli anni '40.

domenica 11 giugno 2017

Corvo Rosso non avrai il mio scalpo - Sydney Pollack (1972)

(Jeremiah Johnson)

Visto in Dvx.

Un ex militare si rifugia nel west inesplorato degli USA per ricostruirsi una vita in un ambiente selvaggio, ma indipendente. Dopo un laborioso apprendistato e la costruzione di una famiglia involontaria (una moglie "regalata" da un capo indiano e un figlio "adottato" dopo averlo trovato in casa con il cadavere del padre e in mano a una madre pazza) sembrerà aver trovato un suo posto nel mondo. La distruzione di tutto quello che si era costruito per mano di un gruppo di indiani lo scatenerà in una follia di vendetta estrema.

Tratto da una leggenda locale (in teoria una storia vera, ma data la distanza temporale e i contorni mitici direi che ormai è più nella leggenda che nei libri di storia) questo è un western che definire atipico è un eufemismo.
Sceneggiato da un Milius muscolare, ma stemperato da (ampi) stralci del plot originale e addolcito dalla regia serafica di Pollack, il risultato finale poteva essere facilmente un'oscenità; invece miracolosamente il film funziona.
La prima metà è un ironico road movie ambientato nel west; la seconda diventa un dramma di vendetta, poco sanguinario, ma molto emotivo. Entrambe le parti sono ampiamente descritte con totali o campi lunghi, con costruzioni sceniche pittoriche (inficiate solo dalla scarsa qualità della pellicola utilizzata in quegli anni).

Ma dove la manona pesante di Milius si riesce ancora a vedere (nonostante le ampie modifiche del testo originale) è dove il film rende di più. I rapporti nel west più selvaggio sono onesti e di virile affetto. La dignità viene equamente divisa fra tutti i conterranei, fra i nativi americani (attenzione però, non c'è una ragione attribuita a loro aprioristicamente e neppure una lacrimevole pietà) che vengono mostrati come popoli guerrieri con regole ed etica; fra gli esploratori solitari, che sono uomini veri che cercano una vita più autentica abbandonando la città; ma anche fra l'esercito degli
USA (la cavalleria che va ad aiutare la carovana bloccata e che per farlo deve passare in un cimitero indiano), un mondo ancora puro, non fatto di ordini, ma di doveri morali e rispetto.

Un film che riesce a essere divertente e profondamente etico, con un finale poetico e dalle pretese enormi che vengono immancabilmente centrate.

venerdì 9 giugno 2017

Moonrise kingdom. Una fuga d'amore - Wes Anderson (2012)

(Moonrise kingdom)

Visto in tv.

Un boy scout, accampato con tutta la compagnia su un'isola, fugge con la figlia di una coppia del posto. La loro sarà una breve fuga d'amore, inseguiti dai genitori, dai capi scout, dal poliziotto locale e dai servizi sociali.

Dopo "Il treno per il Darjeeling" Anderson sembra aver capito che ogni stile pesantemente riconoscibile può essere un pregio (e nel suo caso lo è), ma è anche un limite e può stancare rapidamente dato che vengono riprodotte sempre le stesse dinamiche; ecco dunque che sforna un film d'animazione, poi un cartone animato in live action; nel mezzo c'è questo "Moonrise kingdom".
Questo film si discosta dai precedenti scegliendo di avere due protagonisti, una galleria di personaggi secondari che rendono vivo l'ambiente, ma che non lasciano mai deragliare il film verso la solita trama corale; e poi ci aggiunge una storia d'amore. Ovviamente Anderson non è un deficiente e utilizzando una coppia di preadolescenti riesce a creare una storia d'amore sincera e tenerissima, ma a evitare i cliché del genere, mischiarla d'avventura e a darle un'aria di freschezza altrimenti impensabile.
Lo stile è sempre lo stesso. Colori vivaci per una fotografia patinata impeccabile; recitazione al minimo e spesso macchiettistica; macchina da presa che si muove spesso, ma sempre ortogonale. Un insieme di dettagli che sono la cifra stilistica base di Anderson, ma che qui riescono ad acquisire un significato indipendente, dando un senso di rigidità che fa da allegoria all'ambiente asfissiante dove vivono i due protagonisti con una patina superficiale di felicità di facciata alla Tim Burton.
Complessivamente non è il suo film migliore, ma riesce a ripetere sé stesso acquisendo nuovi significati; una prova di forza epica.

lunedì 5 giugno 2017

Ecco l'impero dei sensi - Nagisa Oshima (1976)

(Ai no korîda)

Visto in Dvx.

Il marito della tenutaria di un bordello si innamora di una delle lavoranti; ovviamente ricambiato, il loro rapporto sarà tutto improntato sulla soddisfazione sessuale (sempre reciproca, mai egoistica) fino ad arrivare all'autodistruzione.

Un film stilisticamente impeccabile (come spesso con Oshima), soprattutto nella costruzione delle scene (nonostante la potenziale ripetitività della trama, la costruzione delle inquadrature riesce a mantenere il ritmo attivo), nei costumi (davvero impeccabili) e nella scelta dei colori utilizzati (colori neutri o terrei per le location, colori sgargianti per i costumi). A detta di Oshima stesso l'impianto estetico fu preso dalle stampe erotiche giapponesi del 1700 (dettaglio che riporto, ma che mi sono premurato di non controllare), ma l'effetto del film è comunque quello di una versione estetizzata del Giappone visto da un occidentale; indubbiamente bello, ma estremamente artificioso.

Se l'estetica è comunque di valore, la trama è un'altra cosa. Indubbiamente il film esplica in maniera perfetta l'ossessione sessuale come obnubilante fino all'autodistruzione; la ricerca del piacere (e del dare piacere) che arriva all'annichilimento (se non fosse un film così scanzonato e solare nel porsi, sarebbe piaciuto a Mishima), una ricerca di amore e morte fatta con il sorriso sulle labbra.
Se anche l'argomento è forte e interessante, quello che lascia a desiderare è la realizzazione, un soft core (con molte scene apertamente hard) non è un problema, anzi mostra di non voler fare ipocrisie, ma imbastire un intero film di rapporti sessuali per avere gli ultimi 10 minuti di significato sa tanto di operazione commerciale che, a mio avviso, viene quasi dichiarata con il simpatico titolo originale traducibile con "Corrida d'amore" (operazione commerciale che, al pari di un porno senza possibilità d'essere fruito nei suoi termini, annoia parecchio). Va però dato atto a Oshima di aver permesso agli intellettuali europei di potersi eccitare guardando un film senza bisogno di sentirsi in colpa.

venerdì 2 giugno 2017

Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa? - Ettore Scola (1968)

(Id.)

Visto in Dvx.

Un imprenditore italiano parte per l'Africa portoghese (!) alla ricerca del cognato apparentemente scomparso mesi prima; accompagnato dal fido ragioniere sarà costretto a un continuo peregrinare in un inseguimento a distanza delle tracce (e dei depistaggi) lasciati dal parente. Trovatolo sarà costretto a valutare se il ritorno a casa sia davvero la scelta da preferire.

Filmetto più simpatico che divertente di uno Scola (ma alla sceneggiatura ci sono pure Age&Scarpelli) che vorrebbe già essere fustigatore degli italici costumi, ma riesce appena a graffiarne la superficie e riempie il resto di luoghi comuni, idee abusate e un Sordi che gigioneggia senza freni (anzi, macchiettistico standard, deve aver impostato il pilota automatico e non aggiunge niente al film).
Quello che viene maggiormente fuori è un film sull'Africa (l'Africa ovviamente, non una nazione specifica) con lo sguardo esotista del provinciale italiano che riempie tutti di buoni selvaggi rinoceronti e struzzi, missioni cattoliche e pasta cucinata in mezzo alla savana (e quasi tutti che parlano un poco di italiano! E tutti i personaggi minimamente utili alla vicenda sono bianchi).
Di positivo si salva solo (ma è grandiosa) la figura del ragioniere; un Blier impeccabile che fa da spalla comica a Sordi permettendogli di strappare qualche sorriso, ma che anche da solo riesce a tenere il film verso il versante della commedia.
Per essere di Scola manca tutto, non c'è cattiveria o cinismo, ma manca anche la poesia.
Direi che è per completisti di Sordi

mercoledì 31 maggio 2017

Das Schloß - Michael Haneke (1997)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un agrimensore viene assunto in un villaggio sperduto tra le montagne; dovrebbe fare riferimento a un qualche superiore che lavora nel castello; una struttura più metafisica che fisica, vista l'impossibilità d'entrarvi e la maggiore difficoltà nel capirne le dinamiche.

Haneke realizza un film per la tv prendendolo da Kafka, scelta ovviamente ghiotta (e totalmente in linea con la sua passione per i supplizi inflitti ai suoi personaggi), ma decide di effettuare un'operazione tanto cinematografica quanto intellettuale; mette in scena non los tesso ambiente del libro, ma l'intero libro. Tutta la vicenda segue pedissequamente l'opera originale (l'ho letto ormai un decennio fa, sono possibili alcune differenze) utilizzando anche la voice off per inserire alcuni commenti dell'io narrante del libro che altrimenti dovrebbero essere spiegati con dialoghi. L'intento è tra il lodevole e il paraculo, soprattutto nell'ottica di aver scelto un libro incompiuto. L'effetto finale è quello di riuscire a rendere la vicenda kafkiana con un cinismo che dal libro risulta meno comprensibile e che ne aumenta l'effetto surreale.

A livello estetico l'algido Haneke ci sguazza in un mood kafkiano e si muovo con una freddezza impressionante. Frequenti campi medi con carrellate laterali (per gli esterni), primi piani nei dialoghi, ambienti scarni e senza tempo (con una gamma di colori dal bianco al terreo). Tutto è concertato e concorre a creare un mood perfetto. Se si aggiunge un'inquadratura nera a interrompere bruscamente le sequenze si avrà la cifra base di tutto il film.
Il cast ottimo, tutto di livello con un paio di facce che in quell'anno fecero di meglio.
Complessivamente abbastanza gradevole, ma senza un significato convincente.

lunedì 29 maggio 2017

L'arpa birmana - Kon Ichikawa (1956)

(Biruma no tategoto)

Visto registrato dalla tv.

Alla fine della seconda guerra mondiale un gruppo di soldati giapponesi di stanza in Birmania attenda di poter tornare in patria, nel mentre uno di loro si separa, apparentemente scomparso in realtà si è travestito da monaco buddhista per muoversi liberamente a cercare i morti delle battaglie rimasti insepolti e dare loro una degna cerimonia funebre.

Un film antimilitarista, ma con grazia; con un cuore e una tenerezza molto più efficace di molte trovate efferate.
Ancora più interessante è che in questo film la musica è la vera protagonista, è il mezzo di comunicazione fra le persone. Una suonata d'arpa è l'allarme in caso di pericolo o l'avvertimento di un via libera, un arpeggio suonato da un ragazzo significa che il commilitone perduto non è morto, il modo per cercarlo è cantando una canzone, mentre l'inno sacro cantato dagli inglesi per il giapponese ignoto li denota come esseri umani e non più come nemici. La musica in molti casi si sostituisce ai dialoghi rendendo questo film poco parlato, ma egualmente emotivo.
Indubbiamente pecca d'ingenuità in molti punti, ma è figlia di una positività dolce che non chiude gli occhi di fronte ai fatti negativi, ma li accetta.

Finale molto parlato, stranamente visto che il film non lo è, ed enfatico, ma anche le ultime scene riescono, nonostante tutto, a essere incredibilmente dolci e commoventi.

venerdì 26 maggio 2017

Chaharshanbe-soori - Asghar Farhadi (2006)

(Id. AKA Fireworks wednesday)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Una ragazzza che lavora per una ditta di pulizie viene ingaggiata per tre gorni di lavoro per aiutare una coppia appena trasferitasi. Quando arriverà si troverà nel bel mezzo di una crisi in cui la moglie sarà folle di gelosia per una pretesa relazione del marito con una vicina di casa. La ragazza sarà presa in mezzo, utilizzata d tutti per avere informazioni.

Il film precedente ad "About Elly" è già completamente in linea con la filmografia successiva di Farhadi; anche qui, infatti, la trama gira attorno a una verità da svelare, si basa su fatti di difficile interpretazione, nel suo svolgersi si avvale di continue bugie e omissioni. A differenza dei successivi film, qui lo spettatore verrà a sapere cosa è successo in realtà e anche la protagonista avrà i mezzi, per capire da che parte sta la ragione.
In ogni caso l'effetto non è meno efficace; ancora una volta gli eventi del mondo sembrano semplicemente insondabili e la realtà troppo complessa per poterla conoscere con sicurezza e obiettività.

Come nella trama anche la forma è in linea con quello che verrà, anche se in versione più grezza. Fotografia semplice, ritmo rilassato, macchina da presa mobile; quello che manca è la capacità di rendere un narrazione scorrevole e di mantenere l'interesse per tutta la durata del film come fossimo in un thriller; doti che verranno dopo, intanto ci si può godere un film intelligente anche se un pò goffo.

mercoledì 24 maggio 2017

Rapacità - Erich von Stroheim (1924)

(Greed)

Visto in Dvx.

Al solito von Stroheim si presentò alla MGM tutto azzimato con le sue 48 bobine di film completato, per un totale di 8 ore. Credo che neppure lui si stupì quando gli chiesero dia accorciarlo, anche considerando com'era finita con "Femmine folli". Lo ridusse a 4 ore che la MGM tagliò ulteriormente a 3 e poi a meno di due ore.
La versione attuale (da me vista) è quella finale allungata con foto di scena e cartelli (tratti dalla sceneggiatura originale) aggiunti per cercare di avvicinare l'opera all'idea originale per un minutaggio complessivo di di circa 2 ore 3 mezza... Operazione simile era stata fatta proprio per "Femmine folli" dove venivano aggiunte alcune scene girate e poi tolte e, all'opposto, per Browning venne ricostruito "Il fantasma del castello" utilizzando solo le foto di scena; discutibile la prima operazione, per completisti folli la seconda (che gli passo solo per aver tentato di dare una forma al film muto più iconico di Browning/Chaney). Questa via di mezzo riesce a essere inutile e dannosa nello stesso tempo. Non da alcun vantaggio che dei cartelli con le spiegazioni non potrebbero già dare (come è stato fatto per le scene mancanti di "Metropolis"), non si avvicina minimamente all'idea originale né per minutaggio né per regia (che non è certo fatta di immagini fisse), ma in questo caso riesce anche ad ammazzare il ritmo e stornare l'attenzione rendendo pèiù indegesto il film.

A livello di contenuti è certamente uno dei film epici del periodo del muto con quel misto di realismo sociale (con critica all'arrivismo capitalista) e allegoria che renderebbe la storia al contempo chiara e interessante; dal punto di vista tecnico si fa apprezzare moltissimo l'uso intelligente della profondità di campo come mai nessuno prima (estremamente nota la scena del funerale che passa dietro al finestra durante il matrimonio; ma ancora di più l'inquadratura dal basso del primo piano del marito che se ne va e la moglie in cima alle scale... beh sembra predire le soluzioni di "Quarto potere"). La creazione d'immagini efficaci è certamente encomiabile (i soldi sporchi di sangue), ma quello che rende di più è l'efficacia delle intere sequenze; quella del finale nella valle della morte è decisamente il momento più efficace e riuscito dell'intero film.
Ottimo anche il cast, con una recitazione che sembra già di passaggio fra muto e sonoro, cosa impossibile ovviamente, che si deve intendere come una modernità di linguaggio.

lunedì 22 maggio 2017

Jungle fever - Spike Lee (1991)

(Id.)

Visto in Dvx.


 Un architetto (mi pare...) si innamora della sua segretaria e inizia una relazione che lo porterà ad allontanarsi dalla moglie (con la quale era felicemente sposato)... storia banale se non fosse che lui è nero e lei italoamericana. Un problema per la New York dell'epoca. I rispettivi ambienti sociali reagiranno alla cosa, per lo più in maniera violenta o scomposta fino a influire sulla relazione; fra i due si insinuerà il dubbio di un problema razziale anche all'interno della coppia.

Tagliamo la testa al toro; nell'Italia d'inizio anni '90 il milkshake era un concetto inesistente ed è stato, assurdamente, modificato in zabaione... come se si potesse realmente bere 4-5 bicchieri da litro di zabaione.

Detto ciò il film è abbastanza nettamente diviso in tre parti. Quella ambientata ad Harlem è una commedia upper class molto chiacchierata, una sorta di Woody Allen con meno ironia; quella nel quartiere italoamericano è un dramma familiare di tutti i personaggi; a questi due emisferi si insinua fino a diventare preponderante nel finale il dramma sociale sulla tossicodipendenza.
L'idea meglio gestita è quella di mostrare il razzismo delle due comunità, vive di pregiudizi ognuno nei confronti degli altri, ma anche il pregiudizio interno rivolto a chi tradisce, alle varie gradazioni di carnagione o quello fra i generi. i caratteri descritti sono piuttosto luogocomunisti ed esagerate, ma l'effetto finale è buono.
Quello che sfugge è la necessità d inserire, non una, ma due storie; quella dell'amico della protagonista (il cui padre è interpretato da un Anthony Quinn vestito esattamente come mio nonno) e quella del fratello del protagonista che introduce la questione della droga. Quest'ultimo è chiaramente una sorta di necessità morale di Spike Lee, vista l'emergenza sociale dell'epoca; ma entrambe queste storie non fanno altro che rendere dispersivo il film e allungare in maniera artificiale una trama indipendente, dando il là a un finale obiettivamente brutto.

La regia è ottima e più rilassata del solito anche se piena di carrelli circolari, macchina da presa che pedina i personaggi e, per la prima volta, il personaggio che si muove di concerto con la macchina da presa entrambi posti sullo stesso carrello (cifra stilistica di Lee, qui utilizzata in mnaiera lenta e delicata con un effetto straniante particolare).
Il cast all'altezza da il destro a un grandissimo Snipes (attore che di solito fatico a sopportare), ma soprattutto permette a Jackson di dare vita a quella che, credo, possa essere considerata la sua migliore interpretazione.

venerdì 19 maggio 2017

La leggenda di Narayama - Keisuke Kinoshita (1958)

(Narayama bushikô)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

In un villaggio nel Giappone medievale, la tradizione prevede che, raggiunti i 70 anni, gli anziani debbano essere portati sul monte Narayama e lì essere abbandonati a morire. Una donna, amata dal figlio, ma disprezzata dal nipote (disprezzata per l'egoismo del nipote, ma in fondo solo perché lei è vecchia), si prepara al viaggio con una luminosa rassegnazione.

La trama del film viene da una leggenda tradizionale a cui, in questo film, viene data la cadenza (e la crudeltà) della fiaba. Il tema è trattato quindi con una leggerezza invidiabile, la remissività attiva della protagonista, la sua accettazione serena come di qualcosa di logico e inevitabile sono spiazzanti; così come sono alternativamente tenere o irritanti le reazioni dei parenti riuscendo, con pochi personaggi, a costruire una parabola sul rapporto umano con la morte (enorme l'idea del personaggio dell'anziano vicino di casa che non vuole morire e pertanto viene vessato dal figlio) e con l'età avanzata; non c'è un filo di intellettualismo in questa visione, ma un poco di cinismo anche nei sentimenti migliori.

Il film è strutturato come uno spettacolo di Kabuki, con canzoni che fungono da voice off (personalmente le canzoni le ho odiate quasi tutte, ma è fuori discussione che l'accompagnamento musicale quasi costante dato dal shamisen sia perfetto e calzante); addirittura la messa in scena si prostra al teatro realizzando una entusiasmante commistione fra cinema e kabuki (che è la cifra vincente di un film quasi perfetto).
Il film alterna scorci realisti a fondali palesemente dipinti, magnifiche scenografie mobili (con gli edifici che si aprono o la vegetazione che si fa da parte) per alcuni cambi di scena, luci irreali che virano il colore dell'intero ambiente e alcuni occhi di bue a isolare i personaggi; oltre a un'evidente gestione teatrale nella disposizione e nei movimenti di alcuni attori (si pensi al concilio degli anziani del villaggio). La macchian da presa si tuffa in questo ambiente così complesso con ampie carrellate (soprattutto circolari ad abbracciare personaggi e scenografie), molti piani medi, mentre i primissimi piani vengono tenuti per i momenti più emotivi. La costruzione delle immagini, dato il controllo totale permesso dalla ricostruzione in studio, è assoluta con inquadrature sempre belle che si fanno d'impatto notevole nel finale sul monte Narayama coperto di scheletri.

mercoledì 17 maggio 2017

Juve contre Fantômas - Louis Feuillade (1913)

(Id.)

Visto in DVD.

Un cadavere misterioso costringono l'ispettore Juve e il giornalista Fandorin a pedinare un sospettato che li porterà a bordo di un treno che verrà sganciato dalla motrice e fatto schiantare contro un altro treno in transito. E questo sarà solo l'inizio dell'inseguimento dei due.

Secondo capitolo della saga cinematografica (in pezzi) di Fantomas by Feuillade. Fantomas era già noto al grande pubblico francese come un personaggio apertamente engativo, violento e brutale, ma per cui non si poteva non parteggiare. In questo secondo capitolo, molto più che nel precedente, questo aspetto esce completamente. Pur di poter mettere a segno una rapina, Fantomas non esita a causare un incidente ferroviario senza averne alcun rimorso e nel cercare la fuga farà saltare un intero edificio pieno di poliziotti. Ovvio quindi che, nonostante la fama già ben consolidata, una figura così dark ricevette parecchie critiche sull'amoralità del prodotto filmico (forse una delle prime volte), nonostante neanche il cinema in quegli anni sfruttava la moda del criminale affascinante.

A livello estetico tutti i film successivi riprenderanno completamente le idee del primo; tuttavia questo capitolo risulta molto più improntato verso l'action. L'uso dei modellini dei treni; l'utilizzo degli esterni per quasi metà del minutaggio (con molte sequenze prese dalla strada o dalla metro con le persone del luogo a fare da comparse). Inoltre vengono esacerbate alcune delle idee del precedente, su tutte la profondità (nella strepitosa sequenza della sparatoria fra le botti, una delle più belle del serial, o nella scena ambientata nel locale in cui si balla), oppure il viraggio utilizzato in maniera molto intelligente cambiandolo dal blu al seppia (o viceversa) per rappresentare l'accensione della luce in una stanza o il suo spegnimento.

lunedì 15 maggio 2017

Iron man - Tod Browning (1931)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua orignale.

Un pugile dalla buone capacità, ma dalla scarsa disciplina non riesce a sfondare; affidandosi a un allenatore competente raggiungerà la vetta, ma una volta arrivato si monterà la testa e smetterà di seguire i consigli del mentore (anche quelli, inopportunamente dati, in ambito sentimentale), la disfatta sportiva e sociale è dietro l'angolo.

Mi sembra chiaro non sia un film di supereroi nonostante il titolo più sfigato della storia dopo l'infelice "Frozen" di Green.
Questo è il film di Browning realizzato tra il successo di "Dracula" e la disfatta di "Freaks" e, spiace dirlo, non riesce a essere interessante al pari delle due opere che lo circondano.
Un film in cui la boxe non ha ancora una componente drammatica intrinseca, ma è solo il MacGuffin per azionare la vicenda che rimane un dramma sentimentale con un triangolo amoroso che comprende lui, lei e l'allenatore. Sono state lette diverse sottotracce, soprattutto quella che considera un amore omosessuale fra l'allenatore e il pugile; teoria a mio avviso non completamente aderente, ma che rimane possibile trovandosi in un comodo anno pre codice Hays.

Le seuqenze di pugilato vero e proprio vengono per lo più inquadrate dalla distanza, con un ring in piena luce circondato dalle tenebre dove, gli unici, essere umani sono i due che combattono e l'arbitro; una visione intimistica piuttosto originale, ma che lascia l'estetica fuori dalla porta.
Il cast l'ho trovato imbarazzante, con un Ayres che non ha proprio il fisico per il ruolo e una Harlow al suo minimo storico.

Se la trama ha indubbiamente diversi spunti interessanti (tutte le storie con un tradimento morale sono sempre affascinanti) il ritmo latita spesso e il risultato è incredibilmente scialbo... duole dirlo ( ma prima o poi doveva succedere) è il primo film di Browning che vedo a non lasciarmi nessuno sentimento positivo, nessuno spunto d'interesse. Non è brutto, è inutile.

venerdì 12 maggio 2017

Un uomo a nudo - Frank Perry, Sydney Pollack (1968)

(The swimmer)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un impresario teatrale (Lancaster) va da alcuni vicini (spieghiamo che stanno su una serie di colline, ognuno con la sua villa, ognuno con la sua piscina), fa un bagno in piscina e gli viene voglia di tornare a casa nuotando. Ovviamente non può farlo in maniera continuata, ma in un senso più da arte contemporanea, decide di recarsi di casa in casa, fare un tuffo in piscina fino a giungere alla propria magione. Lungo il percorso incontrerà persone che faranno affiorare ricordi o che smuoveranno sentimenti in maniera del tutto inaspettata.

Un film on the road... ma fatto di piscine, ma anche un bildungsroman in negativo, dove lo svolgersi degli eventi rende più chiaro lo squallore della vita attuale del protagonista, di fatto aumenta in consapevolezza, ma diviene una persona peggiore.

La trama mostra come a ogni step la vita del protagonista  cambi di prospettiva: sul proprio passato (i fatti del passato i rapporti ormai finiti), la propria famiglia, i propri rapporti sociali e anche su sé stesso. Il tutto in un climax quasi perfetto di tensione fra Lancaster e i personaggi che incontra oltre a una rappresentazione allegorica del tempo atmosferico che si modifica con il cambiamento del personaggio. Climax intenso che cambia radicalmente il mood portando il film da un ambiente leggero, solare e spensierato a uno sempre più tragico e psicologicamente pesante.
La cosa ancora più interessante è che il film scandaglia il passato e i sentimente di una persona senza mai bisogno di rifugiarsi nel flashback o in scene madri (ok, a parte quella con l'ex amante, oggettivamente utile, sinceramente troppo lunga), realizzando proprio quello che il (brutto) titolo italiano esprime, l'anatomia della vita di una persona messa completamente a nudo.

La regia si muove bene, senza enfasi, nelle scene principali gioca un po’ con il dinamismo dell’epoca (diversi movimenti, specie circolari e qualche inquadratura costruita in maniera complessa), ma senza mai strafare. Mentre nelle scene di raccordo fra una piscina e l'altra si sbizzarrisce in idee sempre nuove di messa in scena, per evitare la noia della ripetitività.

Dopo essere stato girato venne messo in un angolo per due anni prima di uscire e, una volta portato in sala, fu un fiasco. DI fatto è un film molto interessante e ben realizzato, ma troppo intelligente per avere successo all'epoca con un protagonista di traino come Lancaster che poteva promettere tutto un altro genere.

PS: regia non accreditata anche di Sydney Pollack che conclude il lavoro iniziato da Perry, ma fatto fuori prima della fine delle riprese.

mercoledì 10 maggio 2017

Il passato - Asghar Farhadi (2013)

(Le passé)

Visto in DVD.

Un uomo torna dalla moglie (lui viene dall'Iran, lei abita a Parigi) per poter firmare le carte dle divorzio e permetterle di risposarsi. Tornando andrà ad abitare da lei per poter stare vicino alla figlia adolescente; li trova anche il figlio di primo letto del nuovo compagno che però, per prudenza, preferirà non stare nella stessa casa. I rapporti sono tesi per alcuni dettagli del passato della coppia, ma soprattutto per lo spettro della prima moglie del nuovo compagno che risulta ancora in coma dopo un tentato suicidio.

Questo film inizia dove finiva il precedente "Una separazione"; inizia con un divorzio, inizia con una serie di eventi già avvenuti che, pertanto, non saranno mostrati. Ma anche qui (anzi, qui soprattutto) Farhadi porta avanti la sua teoria dell'insondabilità della verità.
Anche in questo film tutti mentono, tutti omettono,  ma anche quando confessano ciò che sanno, e anche se sono stati i diretti interessati o gli esecutori di quanto confessato, sbagliano, danno supposizioni anziché fatti accertati o si scopre che sono stati a loro volta ingannati; ma anche quando, finalmente, tutte le carte sono in tavola le responsabilità non possono essere distribuite, moralmente tutti possono essere colpevoli, ma nessuno può essere accusato di aver schiacciato il grilletto. Per la struttura di base sembra un giallo, in cui ognuno apporta un pezzo di verità che cambia tutto ogni volta per poi giungere in un vicolo cieco.
A questo poi si deve aggiungere un'emotività maggiore rispetto alle opere precedenti; i sentimenti per lo più trattenuti (ma che talvolta esplodono) sono costanti e si gonfiano lentamente.


A livello estetico è magnifico, sontuoso, come sempre impeccabile nella regia e, come sempre, parte come un diesel, lentamente, per poi far dilatare le emozioni fino al parossismo, per poi chiudere con delicatezza.
Uno dei registi più coerenti di sempre, uno che porta avanti sempre e solo lo stesso concetto con una capacità e un gusto incredibili.

lunedì 8 maggio 2017

Fantômas. À l'ombre de la guillotine - Louis Feuillade (1913)

(Id.)

Visto in DVD.

In un hotel parigino Fantomas riesce a rubare (con l'astuzia) una preziosa collana a una principessa; nel contempo scompare un lord. Dei due casi viene incaricato l'ispettore Juve che saprà collegarli entrambi al misterioso ladro.

Primo film dedicato al personaggio di Fantomas estremamente famoso in quegli anni grazie alla numerosissima serie di romanzi. Ma è anche il primo episodio di una serie cinematografica a firma di Feuillade, veloce e ingegnoso regista che riuscì a rendere il film un fenomeno di massa (proprio con questa serie). Questo primo episodio è un serial già di per se in quanto il lungometraggio venne distribuito in 4 spezzoni indipendenti; a questo film fecero seguito, in un anno, altri quattro lungometraggi (dalle storie in perfetta sequenza anche se autoconclusive), a loro volta suddivisi in episodi, realizzando un unico, lungo serial.

La cosa che più impressione di questo film è che, pur essendo in presenza di un film con tutti gli stilemi del proprio decennio (camera fissa in sola posizione, attori rivolti verso la macchina da presa, ecc..), la regia riesce a utilizzare tutti gli elementi a disposizione ottenendo un risultato in anticipo sui tempi.
Enorme l'uso della profondità dei set, paragonabile e superiore a quella di Pastrone per la sua "Caduta di Troia" (si pensi soltanto alla scena del teatro dove il palco è visto dalla balconata), una profondità spesso utilizzata per creare coreografie con i corpi degli attori (un personaggio entra in una stanza dal fondo mentre un altro è in primo piano, i due si incrociano nel mezzo per disporsi di nuovo in primo piano ai margini dell'inquadratura).
Uso del montaggio limitato, ma d'effetto, utile a rompere la monotonia delle scene fisse con una ricchezza di dettagli che riesce anche a dare ritmo.
Viraggio delle immagini sempre presente con colori adeguatamente intonati all'ambiente o all'illuminazione.
Le inquadrature sempre perfettamente bilanciate, con personaggi posti centralmente sulla scena che si spostano ai lati per equilibrare l'entrata in scena di un altro personaggio; un'ossessione per il bilanciamento che serve a dare concretezza a delle scenografie realizzate spesso in maniera asimmetrica (per dare più dinamismo all'immagine) con punti di fuga quasi mai centrali
Inoltre la recitazione degli attori che risulta piuttosto contenuta, per quanto lo possa essere quella di attori degli anni '10, e che Feuillade sembra volerlo sottolineare mostrando una attore di teatro che si sbraccia sul palco.
Interessante anche qualche scelta di messa in scena, come l'inquadratura dell'ascensore che sale, mostrando riproponendo lo stesso set per rappresentare i vari piani dell'hotel con la macchina da presa leggermente spostata a ogni piano; una delle prime volte che vedo utilizzare questa soluzione.

venerdì 5 maggio 2017

Bellissima - Luchino Visconti (1952)

(Id.)

Visto in DVD.

Una madre di borgata della Roma dei primi anni '50 si lascia tentare da alcun provini per partecipare a una produzione di Blasetti. Porta la sua bimba che passa la prima selezione; da li entrerà in un vortice di ossessione e personaggi ambigui che cercheranno di favorirla o lucrarci o entrambe le cose.

Partiamo dalle cose fondamentali. Questo film è, prima di tutto, un monumento alla Magnani; recita con una naturalezza che fa sembrare la stessa cosa personaggio e attrice; si mangia ogni scena, tiene banco anche solo con il suo continuo bofonchiare sconclusionato. Forse il film dove l'ho notata e apprezzata di più (mi sa che devo riguardare "Roma città aperta").

Poi dietro alla Magnani c'è un ottimo film. Un film sentimentale, ma con ironia; per 3/4 è divertente, con la protagonista caciarona che si prodiga per far diventare qualcuno la figlia meno che decenne e, senza rendersene conto, si prosegue dentro a una storia di riscatto social attraverso (o per) la figlia (che già di per sé sarebbe da lacrime agli occhi) e che si conclude con un finale agrodolce che è compendio di tutte le attese, esagerato e adatto ad un melò, ma credibile e calzante.
Anche se per me la scena emotivamente più riuscita è il litigio finale fra moglie e marito che richiama tutto il palazzo.

Dietro la macchina da presa, Visconti, si muove con la consueta delicatezza, da vita a una storia dalla cadenza neorealista, ma con quel melodramma in più che fa piacere realizzandola con una fotografia impeccabile.

mercoledì 3 maggio 2017

Sotto l'ombra - Babak Anvari (2016)

(Under the shadow AKA L'ombra della paura)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Pochi anni dalla rivoluzione khomeinista e durante la guerra con l'Iraq, una donna vive in una Teheran bombardata quasi quotidianamente; con una figlia e il marito che viene spostato vicino al confine attaccato. Lei, dal canto suo si vede rifiutare il re-ingresso all'università di medicina a causa delle sue contestazioni negli anni iniziali della rivoluzione. Intanto nel suo condominio gli abitanti se ne vanno ad uno ad uno mentre la figlia comincia a vedere persone che le chiedono di andarsene con loro.

Il film non è esattamente un horror, ma più un dramma che flirta con la paura e crea tensione con i jinn (spiriti della tradizione pre-islamica, nominati anche nel Corano). Ma quello a cui si assiste è, in realtà, il disvelarsi dell'orrore che sta dentro la protagonista, come in "The Babadook"; emblematica la scena iniziale in cui la donna, velata in nero da capo a piedi, si vede rifiutare l'ingresso all'università e, dall'ampia finestra in quella stanza, si vede alzarsi un fumo nero di cui lei sola si accorge. Il film è un horror che mostra esternamente le reazioni di questa donna a un ambiente oppressivo sotto ogni punto di vista, dove l'isolamento e l'abbandono sono protagonisti, un mondo popolato solo da donne (gli uomini sono inutili voci telefoniche o si limitano a morire o rimangono in disparte senza capire la situazione come i poliziotti che contestano la mancanza del velo) in cui lo spirito più inquietante è una donna coperta da un lungo chador.

Alla sua opera prima Anvari costruisce un dramma inquietante e gestito benissimo nel suo peggiorare costantemente, ma riesce anche a costruire un horror da camera assolutamente efficace (di scene che inquietano ce ne sono), ma riesce anche a metterci dentro tutta la critica sociale a un regime teocratico oscurantista mettendolo però come (costante) sottotesto. Infine, alla sua opera prima, Anvari riesce perfettamente a costruire scene affascinanti e originali, giocando di fotografia terrea e mettendo la protagonista in ambienti sempre più cadenti fino a uno scontro tutto giocato dentro al velo della donna misteriosa.

Il cinema iraniano si arricchisce di un nuovo, notevole, autore.

lunedì 1 maggio 2017

Incantesimo - George Cukor (1938)

(Holiday)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Una ragazza di una ricca famiglia newyorkese si innamora di un uomo del popolo, uno che ha sempre dovuto lavorare per vivere. Lo porta a casa per presentarlo come futuro marito ricevendo l'entusiasmo della sorella e del fratello, ma i dubbi del padre. Quando finalmente tutti saranno convinti l'uomo avvertirà che vorrebbe smettere di lavorare per trovare sé stesso (la vacanza del titolo originale) ricevendo gli strali della futura sposa e del suocero, ma l'amore della cognata.

Remake di un film del 1930 è una commedia romantica che non ha nulla della screwball comedy come, invece, ho letto in giro sull'internet (òe quattro capriole di Cary Grant non riescono, da sole, a cambiare il genere di un film) e, pur essendo ambientato nell'upperclass  newyorkese, non è una commedia upper class; al massimo, nella prima parte, riprende il ritmo sostenuto e alcune dinamiche della commedia sei sessi.
Scritto divinamente scorre via con facilità muovendosi nell'angusto spazio di una pura commedia sentimentale (come già detto), ma con una vitalità incredibile che rende la prima parte una delle cose migliore che abbia visto fare da Cukor finora. Nella seconda viene tirato il freno a mano e il film deraglia nel melò perdendo molto, ma pur se sfocia nel sentimentalismo più spinto riesce comunque a mantenersi ad un certo livello. Un insieme di generi ben mescolati che riesce completamente digeribile anche a chi non ha dimestichezza nel sentimentalismo.

Cukor dirige il cast con mano invidiabile rendendo perfetti tutti gli attori e senza lasciare che la coppia centrale sfoci in un mix fra "Susanna" e Romeo e Giulietta.
Non sarà un capolavoro, ma è una delle poche commedie sentimentali che consiglierei senza alcuna esitazione.