lunedì 16 ottobre 2017

Il paradiso delle fanciulle - Robert Z. Leonard (1936)

(The Great Ziegfeld)

Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.

La vita di Florenz Ziegfield che da imbonitore da fiera riesce a scalare il successo fino a diventare un produttore di Broadway con 4 film in cartellone; purtroppo il suo genio produttivo, viene rallentato da un disperato amore per le donne (tutte) e per un'incredibile capacità nel perdere soldi (tutti).

Tre ore di film su uno sconosciuto (da noi) produttore teatrale e non annoiarsi?! Evidentemente c'è qualcuno che ci sa fare in questo film.
DI fatto il film risulta essere una strepitosa commedia, estremamente gustosa e molto holywoodiana (nel senso buono del termine) per tuta la prima parte; con una carrellata di personaggi, sicuramente stereotipati, ma raccontati bessimo; anche grazie a uno dei casting migliori di sempre. Nella seconda parte il film indubbiamente perde dei colpi; qui il romance e il melò (e anche un po di dramma) pretendono più spazio, a scapito del ritmo.
Complessivamente il film viene gestito come un'opera di Broadway; con una ouverture, un interludio e una exit music; e in aggiunta una serie di spettacoli teatrali titanici, mostrati in toto, che danno perfettamente il senso delle opere di Ziegfield, riuscendo anche a risultare le sequenze meglio gestite in termini di regia, più originali e dalla macchina da presa acrobatica, ma sempre utilitaristica.

Come dicevo però, gran parte del merito è anche del cast completamente in parte e assolutamente in forma. Innegabile che quasi tutto sia sulle spalle di un Powell splendido (la parte del signorile paraculo sembra essere stata inventata per lui e nessun altro); in un personaggio macchiettistico è infilata una magnifica Rainer (premio oscar per questo film) che non riesce a non esagerare nelle scene più importanti (la telefonata delle congratulazioni per il matrimonio), ma in tutte le altre sequenze rende perfettamente il suo buffo personaggio.

Godibile e realizzato da dio è, anche questo, una chiara rappresentazione di cosa fu capace la Hollywood classica.

venerdì 13 ottobre 2017

The maker - Christopher Kezelos (2011)

(Id.)

Visto qui.

Un coniglio di pezza deve realizzare un lavoro importante entro un tempo limite, dato da una clessidra (e scandito da dei violini), oltre quel tempo tutto finirà...

Tecnicamente appare leggermente inferiore al precedente "Zero", tuttavia è possibile che ciò sia dovuto alla creatura utilizzata come protagonista, realizzata in maniera più incongrua (ma con buoni motivi).
Quello che rimane inalterato è lo stile timburtiano, di cui viene aumentato molto l'effetto perturbante rispetto al precedente, ma permane una fortissima componente emotiva (e l'idea di fondo è di una tenerezza che spezza il cuore); tuttavia il lato oscuro è altrettanto rappresentato, anzi, è più rappresentato che nel precedente mentre viene eliminata gran parte della componente consolatoria.

Cambia, invece, la tipologia del cortometraggio; nel precedente c'era una storia completa, qui ci si inserisce in una serie di eventi già cominciati (chissà da quanto tempo) e si arriva in fondo senza ottenere una vera e propria fine (ma solo perché un finale vero e proprio è impossibile). Qui il corto vive solo dell'idea iniziale e nient'altro, dura la metà di "Zero", ma l'effetto è potente il doppio, senza bisogno (finalmente) di stampellarsi con una voce fuori campo.

Davvero un corto quasi perfetto. ambientazione impeccabile, estetica azzeccata, sentimenti al posto giusto, creazioni magnifiche, ritmo perfetto e un accompagnamento musicale (diegetico ed extradiegetico in base al momento) da applausi.

Zero - Christopher Kezelos (2010)

(Id.)

Visto qui.

In un mondo di omini di lana contrassegnati da un numero, nascere con uno Zero è di per sé una condanna sociale (non aiuta che la qualità del tessuto sia peggiore). Due numeri Zero si innamorano, ma il loro rapporto è proibito (per paura della diffusione del morbo) e il lui della coppia viene incarcerato. Ma un'inattesa complicanza risolverà la stasi mostrando a tutti che cosa significa essere Zero.

Interessante cortometraggio in stop motion di tale Kezelos, autore che, per ora, si limita solo a questo genere (ma con un ottimo successo, almeno in patria). Si tratta della sua seconda opera, ma la prima d'animazione (il suo primo corto è una pubblicità per la promozione... delle banane "A tasteful bunch" incredibilmente ambiguo) e si nota subito che questa deve essere la sua strada.

In primo luogo è una delle opere in stop motion con l'animazione migliore che ricordi e direi che è già qualcosa.
In secondo luogo la trama è piuttosto banale, con la classica storia di rivalsa del diverso con happyending; tuttavia gli ultimi 30 anni di Tim Burton non sono passati invano...
I protagonisti sono dei freak a tutti gli effetti, considerati negativi in quanto tali e discriminati, ma la loro inevitabile rivalsa arriva grazie alla creazione di un freak ancora più outsider di loro a cui, però, viene data una considerazione migliore. Ma anche la confezione esterna è totalmente timburtiana, i protagonisti sembrano venire dai suoi disegni e il mondo zuccheroso in cui si muovono dagli assunti iniziali di quasi ogni suo film.
Sinceramente è una scelta che mi sorprende, in positivo; si tratta infatti di uno dei primi film che vedo prendere così apertamente sia l'estetica che il contenuto dal regista americano.

Mi risulta invece inspiegabile la scelta di mettere una voce fuori campo in un film che è perfetto come opera muta.

mercoledì 11 ottobre 2017

Io ti salverò - Alfred Hitchcock (1945)

(Spellbound)

Visto in DVD.

Una psichiatra scopre che il nuovo direttore dell'istituti dove lavora (e di cui si innamora immediatamente) non è chi dice di essere. Verrà ricercato dalla polizia per omicidio, ma lei, sicura della sua buona fede e certa che vi sia un trauma alla base della sua amnesia circa la propria indentità, lo aiuta a fuggire.

Un film dalla storia particolarmente inverosimile, progettato a tavolino per essere il primo a tema psicoanalitico. Di fatto si riduce tutto a una caccia all'uomo con l'uomo già presente (questa sì è un'idea buona) con molto chiacchiericcio (questa invece è la pecca fondamentale).

Al netto delle critiche che gli si possono muovere (molte dovute a Truffaut); questo è un film realizzato da dio.
Al di là degli hitchcockismi classici che rappresentano il minimo sindacale. Regia molto mobile e diverse soggettive (di cui quella della pistola nel finale è piuttosto brutta) sono solo la punta dell'iceberg; questo è, soprattutto, un film fatto di montaggio interno. Sembra che Hitchcock non sia riuscito a inquadrare Peck senza farlo muovere all'interno della scena; si va dall'incontro dei due protagonisti, con Peck in avvicinamento fino allo scambio di sguardi, al loro re-incontro in albergo; ma su tutte le scene è da enciclopedia la sequenza dell'incontro notturno con il vecchio professore in cui la macchina da presa si muove in maniera minima, ma, carica di un panfocus, passa dal campo medio al dettaglio del rasoio senza nessuno stacco... e lo vorrei sottolineare, se a volte queste chicche sono gesti di stile, in quella specifica sequenza tutto è funzionale.

Noto per la sequenza onirica realizzata da Dalì (che Hitchcock avrebbe voluto più lunga) devo ammettere che ha una fama immeritata; sicuramente interessante, ma senza idee fondamentali. Il film si pregia inoltre di una delle più brutte scene di sci della storia del cinema e di un'incursione brevissima di colore (rosso) nello sparo finale, efficace per rendere anche a livello visivo l'impressione dello sparo.

Buona come sempre la Bergman che fa il suo, terribile Peck per lo più inespressivo (e da giovane era sempre inquietante, anche quando faceva la vittima).

lunedì 9 ottobre 2017

Coeur fidèle - Jean Epstain (1923)

(Id.)

Visto in DVD.

Un'orfana viene proposta in matrimonio, da padre della cattiva famiglia adottiva, a un bruto locale; lei è ovviamente innamorata di un altro, ricambiata. In un momento dir abbia l'amato viene arrestato e durante la prigionia la ragazza viene costretta a sposarsi. Gli amanti continueranno a vedersi.

Jean Epstain è stato uno dei primi teorici del cinema e ha realizzato diverse opere ormai dimenticate dal tempo, ma assolutamente ragguardevoli. la più nota è certamente "La caduta della casa Usher" che è anche uno dei film muti più efficaci che abbia mai visto.
Anche questo "Cuore fedele" non è da meno. La storia è di una banalità sconfortante, ma è evidente che l'interesse del regista è nel come porla in essere.

Se la prima cosa che colpisce del film è la fotografia molto nitida, presto ci si rende conto che quest'opera ha un occhio di riguardo sul montaggio; uno dei più moderni di quel decennio.
Nel montare questo film, non ci si è accontentati di descrivere o dare ritmo, ma viene data profondità e significato a quello che viene inquadrato.
Gioca con una selva di inquadrature variegate che vanno dai primissimi piani ai campi lunghi (sempre utilizzati in maniera funzionale), spesso l'uno a intervallare l'altro; crea emozioni ed esalta ciò che avviene sulla scena come nel primo incontro fra i due uomini nel locale (una serie sempre più rapida di primissimi piani dei protagonisti e dettagli delle mani e delle bottiglie, tutti sempre più ravvicinati a mano mano che la velocità aumenta), questa scena è un vero capolavoro, ma l'intero film è costellato da scelte del genere (come la sequenza delle giostre o quella del musicista di strada); infine, con il montaggio, riesce a creare una delle prime sequenze di suspense vera e propria, con il marito che torna a casa ubriaco mentre i due amanti sono insieme.

Se il montaggio è la punta di diamante del film, la costruzione delle inquadrature è un secondo posta dignitosissimo. In quest'opera ci sono alcuni dei primi piani più intensi e più belli tra quelli pre-Dreyer; nelle inquadrature c'è un frequente uso di filtri, da quelli diegetici (pezzi di stoffa) all'uso delle veline, del fuori fuoco e della sovrapposizione di immagini, tutto per rendere la separazione, il distacco o, al contrario (nella scena dei due amanti con il mare), l'unione.

venerdì 6 ottobre 2017

Il ragazzo selvaggio - François Truffaut (1970)

(L'enfant sauvage )

Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato.

1800, in un paese della Francia viene ritrovato un ragazzo, d'età apparente di circa 10 anni, che vive da solo allo stato brado; nudo, non parla, viene affidato alle cure di un educatore che cercherà di riportarlo alla "civiltà".

Vidi questo film oltre un decennio fa e tutto quello che mi rimase fu il gelo. Rivedendolo oggi non posso che confermare; questo è un film girato in maniera distaccata, frigida; ma più che per una scelta stilistica specifica, direi che questo è lo stile base di Truffaut. La questione non è il distacco del film, la questione è che oltre a questo distacco c'è molto di più, che dieci anni fa non colsi.

Lo stile quasi da documentario (aiutato da una fotografia in bianco e nero bellissima, scarsamente eguagliata nei lavori precedenti del regista) risulta particolarmente utile per rendere in maniera interessante, ma soprattutto non stucchevole, una storia di forti emozioni inespresse... anzi, espresse, ma non mutualmente intelligibili per la mancanza di un linguaggio comune. Lo stile secco permette di veicolare ogni più piccolo sussulto senza mai sfociare in un melodramma; riuscendo a far ottenere un profondo senso di frustrazione per ogni tentato vocalizzo che non va a buon fine (credo che Truffaut abbia goduto a disattendere le aspettative del pubblico) e realizzando una delle più tranquille scene madri di sempre (lo sguardo finale tra i due, neanche particolarmente espressivo, ma carico di tutti i sentimenti messi in gioco fino a quel momento).
A questo poi viene sempre associato il rilevante discorso sulla violenza del bene; sulla sofferenza causata dall'educatore a fin di bene, ma per un fine non strettamente necessario; ma tutti questi discorsi più intellettuali lasciano il passo a un film di emozioni in sordina.


mercoledì 4 ottobre 2017

Infedeltà - William Wyler (1936)

(Dodsworth)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Ricco americano decide, a malincuore, di andare in pensione e, con la moglie, parte per un lungo viaggio in Europa. Purtroppo la moglie, ora che può vedere il mondo e conoscere persone colte e raffinate (buffa e luogocomunista contrapposizione con gli USA) sente di meritare di più e comincia a flirtare come non ci fosse un domani. Fra litigi, separazioni oceaniche, ricongiungimenti e rispettivi innamoramenti con promesse di matrimonio la coppia scoppierà in maniera definitiva.

Interessante film che disserta a lungo sulla distruzione di una coppia che, con un certo coraggio, non concede nulla alla commedia e opta per dei protagonisti di mezza età per un argomento che ai giorni nostri potrebbe avere appeal solo se fossero dei giovani. In questo senso rimane una mosca bianca nel cinema che, forse, meriterebbe essere riscoperto. Anzi, meriterebbe maggiore attenzione anche per la conclusione; ovvio che l'amore dovrà trionfare, ma non riesce ad avere quel piglio consolatorio che hanno i drammi sentimentali contemporanei; dell'amaro rimane sempre.
Purtroppo le dissezioni hanno due problemi in pectore, quello di scadere nella didascalia e quelle di troppo nello specifico o nel ripetitivo. Il didascalismo non è di questo film, messo in mano a persone competenti nello sceneggiare suggerendo molto; il dettaglio, invece, ma soprattutto la ripetitività ci sono eccome, arrivando dopo la metà del film a far deragliare il ritmo. Peccato.

Affascinanti le location ricostruite con alcuni scorci potenti (Oscar per la scenografia), si pregia di una regia gradevole che si impegna, invisibile, a mettere in piedi alcune costruzioni sceniche. Niente di enorme, ma Wyler si prende anche la briga di costruire un finale che merita di essere ricordato con l'ultimo litigio fra i coniugi in mezzo alla folla che aumenta e l'urlo di lei smorzato dalla sirena della nave in partenza.

Dopo aver visto "Holiday", "L'orribile verità" e anche questo film, credo che l'opinione di Woody Allen sulle relazioni di coppia derivi dai melò anni '30.

lunedì 2 ottobre 2017

Himizu - Sion Sono (2011)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Mentre sullo sfondo arrivano le notizie di una Fukushima distrutta dallo tsunami, un ragazzo che affitta barche su un lago e vive con la madre disadattata viene insidiato da una compagna di classe innamorata di lui (e anche lei con grossi problemi di socialità). Il ragazzo sarà perseguitato anche dal padre alcolizzato sempre alla ricerca di soldi e uno yakuza a cui il padre (che si da alla macchia) deve 6 milioni di yen.

Da "Cold fish" in poi (o forse prima, ma mi manca qualche pezzo) lo stile di Sono è cambiato; dal baraccone kitsch precedente lo stile si è fatto più raffinato, le storie più lineari, meno assurde e, forse, più dure, la fotografia diventa parte fondamentale del racconto, curata, ma non carica e sempre uguale. Qui poi c'è u interesse particolare per le luci, splendide quelle in notturna (soprattutto quelle fluo o le candele di alcuni interni e le lampadine degli esterni). Personalmente preferisco questa seconda vita di Sono.
A questo si aggiunge la regia affascinante di cui è spesso capace; splendidi carrelli (frontali o laterali) piuttosto lunghi, semplici, ma ben realizzati e almeno un dolly da urlo (quello della scena dell'omicidio con la pietra) lineare, ma enorme.
Cast eccezionale.

Anche la tram aè in linea con quella di "Cold fish" con una famiglia allo sbando come parafrasi del Giappone (e anche il disastro di Fukushima diventa una continua metafora). La storia regge molto bene nella prima parte, ma da almeno metà in poi ci si rende conto che Sono soffre dello stesso problema di sempre, non sa quando fermarsi. Il film diventa lungo, pesante e dispersivo, sembra non sapere dove andare a parare (c'è anche la sottotrama dei 6 milioni di yen recuperati dall'ex manager che è uno splendido inserto alla Fritz Lang, ma che è totalmente inutile ai fini della storia). Peccato.

venerdì 29 settembre 2017

L'inganno - Sofia Coppola (2017)

(The beguiled)

Visto al cinema.

Remake del film di Don Siegel di cui condivide completamente la trama. Durante la guerra di secessione americana, un soldato nordista, ferito e isolato in una foresta del sud trova rifugio in un istituto per ragazze dove troverà un microcosmo ricco di tensioni. Lui si inserirà cercando i punti deboli per sfruttare la situazione a suo vantaggio.

Questa versione del film risulta meno ambigua della precedente e meno sensuale; l'uomo è un manipolatore  ambiguo mentre le donne sono alternativamente fragili, troppo giovani, ingenue o con troppa voglia di un minimo di normalità; sono donne con debolezze, ma sono innocenti. Viene eliminato del tutto quel manto di ambigua ambivalenza di tutti i personaggi che era il fulcro del film originale, addirittura la decisione estrema presa dalla istitutrice sulla frattura del soldato qui viene giustificata da motivi pragmatici senza quel dubbio (per usare un eufemismo) che la rendeva tanto orribile nell'opera precedente.
Un film smorzato, di molto. Tuttavia più che un'accusa alla superficialità dell'adattamento, mi sembra in linea con la poetica della Coppola (che ha ri-sceneggiato il film), sembra voler essere la stessa opera con un punto di vista più chiaro, rendendo la trama un'indagine alla "Teorema"; le dinamiche interne ad un gruppo chiuso con l'arrivo di un estraneo (in questo caso negativo).
Come dicevo, un'idea chiara e, in parte, interessante, ma che risulta sminuente rispetto all'originale che, purtroppo, adoro.

L'intero cambio di punto di vista è reso evidente anche dall'impianto estetico (già la sola locandina è lampante) che, come sempre nella Coppola, è magnifico: esterni grandiosi e decadenti, interni perfetti, ma algidi, colori tenui, luci di candela di notte e potenti fasci da fonti precise di giorno. Un impianto estetico dettagliato, curato, delicato e in rovina insieme.

Il vero problema però è altrove. La sceneggiatura si muove lenta, spesso a un passo dalla noia, ma riesce a fermarsi un attimo prima; tuttavia sembra perdersi in dettagli per poi dover recuperare con accelerazioni incaute in cui un personaggio dichiara ciò che poteva essere suggerito con una scena in più, rovinando poi in un lungo finale in cui i comportamenti sembrano esplodere senza un adeguato motivo, senza una preparazione sufficiente; più che il punto di vista, la sceneggiatura sembra aver problemi nel gestire sé stessa.

PS: buono il cast, con una nota particolare per la Dunst.

mercoledì 27 settembre 2017

E la vita continua - Abbas Kiarostami (1992)

(Zendegi va digar hich)

Visto in Dvx in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un regista, alter ego di Kiarostami, torna sui luoghi di un suo vecchio film ("Dov'è la casa del mio amico?"); torna poiché in quei luoghi è appena avvenuto un terremoto e lui intende premurarsi che cercare il ragazzo che interpretò il protagonista del film stia bene.

Con questo film inizia a farsi conoscere il Kiarostami meta-cinematografico (grande leit motiv di tutto il cinema iraniano. Durante questo road movie atipico e dai tempi dilatati il finto regista incontrerà luoghi e personaggi del suo vecchio film che daranno il destro a dissertazioni sul rapporto tra realtà e finzione, ma soprattutto come i due mondi siano comunicanti e come gli oggetti, le persone o i fatti dell'uno possano e riescano a penetrare nell'altro (basti pensare alla casa dell'anziano). Di fatto l'intero film è una copia carbone di "Dov'è la casa del mio amico?", con il regista che si muove fra villaggi semisconosciuti, spaesato tra le indicazioni vaghe dei passanti cercando una persona che in ultimo neppure troverà.

Ma c'è anche un'altra lettura, un altro sottotesto. Come dice chiaramente il titolo c'è la dimostrazione di come le persone perseguano la normalità in ogni circostanza, della resilienza umana di fronte alle catastrofi. Il regista gira per villaggi colpiti dal terremoto e incontra persone che hanno perso poco o tutto, ma ognuno di loro dimostra di essere più proiettato verso il futuro che scornato dal presente; dai discorsi sulla morte fatti da un bambino a una donna che ha perso un neonato, da un giovane sposato il giorno stesso del terremoto fino al ragazzo che nel campo allestito per gli sfollati si preoccupa di montare un'antenna televisiva per vedere i mondiali.

Film dal ritmo lento, riesce a coinvolgere meno del precedente, ma a interessare di più.

lunedì 25 settembre 2017

Il sangue della bestia - Georges Franju (1949)

(Le sang des bêtes)

Visto qui.

Se "Earthling" inserisce qualcosa di nuovo, il discorso di fondo è più vecchio di quanto ci si possa aspettare. Al di là della questione meramente alimentare, la violenza sugli animali perpetrata nell'industria della carne ha un antesignano illustre. Questo cortometraggio documentaristico di un, quasi, neofita Franju. Prima dei suoi splendidi lungometraggi surreali il regista francese si pose nella scia del documentario, direi, pionieristico. Lo è perché la sua opera prima è degli anni '30, lo è per le difficoltà di realizzare documentari veri e proprio in quei decenni, ma qui lo è soprattutto il tema, all'epoca decisamente poco mainstream.
Il documentario mostra il macello di alcuni animali (mucche, cavalli, maiali) in alcuni mattatoi della periferia parigina. Le sequenze delle uccisioni sono mostrate senza reticenze e con un distacco che evita il voyerismo (e devo ammettere che impressionano poco grazie al bianco e nero) e vengono introdotte da alcune brevi spiegazioni fatte con voice off mentre la macchina da presa mostra i quartieri dove sono presenti i macelli.
Questo corto è certamente originale per l'epoca, ma lo trovo molto più interessante per la sua realizzazione. Ci sono inserti arty con gli stacchi da una scena all'altra fatti tramite oggetti (un ventaglio che si apre), inquadrature dolcemente e tranquillamente surreali (il lampadario sospeso nel nulla, l'uomo seduto a tavola in mezzo a una spianata in esterni) che sembrano voler esaltare l'impatto visivo della macellazione a cui si assisterà poco dopo. Al di là della realizzazione però, c'è anche una certa intelligenza nel portare avanti il concetto (questo documentari non sono mai crudamente obiettivi); con una serenità incredibile, Franju, sembra voler fare dei paralleli fra la periferia urbana (dove sono costruiti i mattatoi) e quella umana; dove uomini allo sbando si concentrano attorni a luoghi non di orrore, ma di fredda indifferenza professionalità.

Earthling - Shaun Monson (2005)

(Id.)

Visto in streaming, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Documentario shock contro lo sfruttamento animale in ogni campo delle attività umane, dall'industria della carne e quello dei vestiti, dagli esperimenti scientifici all'intrattenimento (i circhi).
Inutile discutere sulla tesi proposta; essere d'accordo o in disaccordo con il documentario è pura opinione e (Michael Moore ha reso evidentissimo che) ogni documentario è di per sé fazioso, dovendo partire da un'idea di base che non è mai pura obiettività giornalistica.

La struttura è piuttosto semplice. Immagini di repertorio (alcune troppo datate) per lo più disturbanti (la parte sull'industria alimentare è una delle sequenze più persuasive a favore del mondo vegan che abbia mai visto) e molto efficaci che che riportano a una sorta di Mondo movie con una voce narrante (Joaquin Phoenix) molto adatta, competente e convincente e con un intento educativo che i veri Mondo non avevano.
Quello che cambia rispetto ai precedenti documentari sullo stesso tema (che io abbia visto, ovviamente) è, in parte, proprio questo intento educativo. Più che cercare di convincere o svelare fatti nuovi e sconvolgenti, cerca di spiegare perché ha ragione, di insegnare le basi morali che sostengono la tesi proposta. Un insegnamento piuttosto didascalico nell'incipit e nel finale che si fonda sull'antispecismo; teoria tutt'altro che nuova o innovativa a livello filosofico, ma (per me) nuova a livello documentaristico (sicuramente per quello più mainstream); che, dunque, non si accontenta di mostrare le torture subite dagli animali (cosa che viene pedissequamente fatta almeno dai tempi di Franju in poi), ma le mette in prospettiva/relazione rispetto alle esperienze umane. Ecco, questa idea di fondo è la cosa migliore del film (e per quanto molto rigidamente aneddottica, all'inzio del film, viene anche ben spiegata).

Forse troppo didascalico (...senza forse), certamente troppo lungo (specie nell'assunto finale) e nella lunga porzione centrale mostra il festival da grand guingnol che ci si può aspettare da un film di questo genere (molto più efficace dei discorsi iniziali, ma non molto costruttivo), ma molto intelligente.

venerdì 22 settembre 2017

Dunkirk - Christopher Nolan (2017)

(Id.)

Visto al cinema.

La ritirata senza gloria da Dunkerque viene mostrata con la triplice ottica dei soldati sulla spiaggia in attesa di salvezza, una nave civile che tenta di salvarli (i privati inglesi che attraversarono la manica per salvare il proprio esercito sono la pagina più commovente tra gli eventi della seconda guerra mondiale in UK) e un aereo che deve tenere il cielo pulito per evitare che le navi d'appoggio vengano affondate.
Come sempre Nolan ama giocare con il tempo del film e quello percepito dallo spettatore, ma, rispetto ai film precedenti, qui è una tecnica inutile per lo svolgimento della trama (così non era per "Memento" o per "Inception"), da un certo dinamismo (le battaglie aeree compensano la sostanziale stazionarietà della sequenza in mare), ma rimane comunque una scelta più per accattivarsi il pubblico che di sostanza.
Si aggiunga anche un'enfasi patriottica (per l'Inghilterra, Nolan in fondo fa parte del Commonwealth), non diffusa, anzi concentrata in due personaggi e in un finale che si rivela positivo (ma solo fino a un certo punto).
Ecco qui si concludono i due difetti del film, che difetti veri e propri non sono, sono solo cadute di stile.
Per il resto "Dunkirk" si rivela il solito film geometrico e perfetto (con i soliti virtuosismi invisibili alla regia), realizzato per sottolineare la presenza costante della morte sul campo di battaglia e la lotta per la sopravvivenza (in questo senza tutte le sequenze iniziale fino ai primi bombardamenti sono una serie di scene impeccabili e quasi didattiche). Senza usare parole (e con la trama con tendenze eroistiche) il film imbastisce un'opera totalmente permeata da un'epica del nulla, una guerra fatta di attese, file e viaggi, una guerra dove le battaglie sono proiettili improvvisi che non si capisce mai da dove arrivino, dove è facile morire per scelta dei propri commilitoni o per la disorganizzazione del proprio lato del fronte e dove le speranze vengono riposte nella società civile (non a casa il nemico vero, i nazisti, non sono mai nominati né visti). Nolan ha creato una trilogia di Batman sulla morte dell'eroe e dell'eroismo e in questo film continua il suo discorso anti retorico sull'assenza di grandiosità nelle vicende umane.

Da quasi 20 anni i film di guerra si stanno trasformando (di nuovo) in film che esaltano gli esseri umani degradando l'eroismo (specie del singolo); mai come in quest'opera, però, si era arrivati alla sostanziale assenza d'eroismo dovuta alla sostanziale casualità dell'esaltazione (una disfatta che viene festeggiata e spiegata come una vittoria, un uomo che ne ha salvati a decine che viene lasciato nelle mani del nemico senza fiatare e un ragazzino senza utilità alcuna viene esaltato dai giornali.

mercoledì 20 settembre 2017

Le faux magistrat - Louis Feuillade (1914)

(Id.)

Visto in Dvx.

Ultimo film della serie, ovviamente unito agli altri per contenuti e per stile.
Quest'ultimo, però, al pari del precedente quarto capitolo, è stato parzialmente rovinato. Qui va fatto un plauso per la scelta di restaurare, mantenendo l'unità di stile appena citata e mantenendo anche la fruibilità di un prodotto cinematografico; in definitiva non sono state usate foto di scena, ma le parti mancanti sono state rimpiazzate con spezzoni di altri film della serie, inserite in sequenze senza tagli o stacchi, rendendo, di fatto, impossibile per lo spettatore rendersi conto del cambiamento (i giannizzeri della purezza dell'opera d'arte potrebbero non apprezzare, tuttavia la possibilità in qualunque momento di rintracciare i fotogrammi aggiunti ed eventualmente eliminarli, rende la scelta totalmente revocabile). In questo quinto episodio però il danno è maggiore e dove non è stato possibile sostituire è stato inserito un cartello che spieghi lo svolgimento. In ogni caso un lavoro rispettoso dell'opera e della godibilità del prodotto.

A livello estetico, tornano, in un paio di occasioni, i movimenti di macchina laterali (ma sempre funzionali a quanto inquadrato) e tornano le riprese dal vivo, in mezzo ai passanti ignari di ciò che sta avvenendo.

A livello di gestione del mood va sottolineata (idea presente in tutta la serie e maggiore nel primo film), la quasi totale assenza di suspense. pur presentando sequenze dove c'è, molte di più sono quelle dove potrebbe esserci, o potrebbe venire sfruttata molto più a lungo, ma per scelta attiva viene smorzata. La questione è da ricercare, non tanto nell'idea di cinema di Feuillade, quanto nel suo pragmatismo. All'epoca, in Francia, tutti gli spettatori di Fantomas avevano già letto i libri, pertanto non c'era la necessità di far soffermare il pubblico su "cosa potrebbe succedere", ma su "come si farà a farlo succedere". L'eliminazione della suspense (di fatto inutile in quel contesto), credo abbia inoltre permesso di snellire il film e mantenere il ritmo adeguato.
come si farà.

lunedì 18 settembre 2017

Baby driver - Edgar Wright (2017)

(Id.)

Visto al cinema.

Un autista perfetto ha un grosso debito con un boss che lo costringe a gestire le fughe dalle rapine. Pagato il debito, essendo un bravo ragazzo dal cuore d'oro, vorrebbe andarsene, farsi una cameriera, rifarsi una vita... e invece è costretto a tornare, ma farà di tutto per chiudere definitivamente con il crimine.

Edgar Wright è un regista che ha già dimostrato di gestire un intero film con il montaggio, aggiungendo un paio di movimenti di macchina da presa e una fotografia di livello crea capolavori; figurarsi se la trama può essere un fattore determinante. La storia di questo film si può raccontare in 4 righe e, a conti fatti, nel film risulta fin troppo tortuosa. Per fortuna non conta molto.

Prendendo spunto dal "The driver" di Walter Hill per stravolgerlo e tirarci fuori tutto un altro film.
Inizia con due scene, la prima un inseguimento tutto gestito con un montaggio frenetico, la seconda un piano sequenza, entrambe a ritmo di musica che danno totalmente l'idea di cosa significa fare un musical. E in quelle due scene c'è già tutto.
C'è la fotografia curatissima e un ritmo pazzesco, c'è ironia fatta di trama e fatta con la regia. Ci sono i movimenti di macchina e il montaggio (di cui già si è detto, ma si potrebbe parlare ancora tantissimo) che non servono solo a creare ritmo, ma a gestire completamente la storia e, infine, c'è la musica. Il film è una lunga playlist realizzata in base al mood più che al gusto personale, lontana dai suggerimenti di spotify così come dai gruppi fondamentali o da generi specifici. Ecco, il grande valore aggiunto che ci regala Wright è il sonoro; le musiche utilizzate in maniera emotiva, il montaggio sonoro e l'utilizzo dei suoni, la loro presenza o la loro assenza, il linguaggio dei segni e i nomi pronunciati; utili ed efficaci quanto quello dei colori.
Un film non perfetto, ma muscolare al massimo, con un tecnica perfetta che porta ad altezze vertiginose un trama sempliciotta e un cast buono, ma non completamente a proprio agio.

venerdì 15 settembre 2017

Butch Cassidy - George Roy Hill (1969)

(Butch Cassidy and the Sundance Kid)

Visto in DVD.

Una coppia di banditi, dalla pistola infallibile, vengono traditi dalla loro stessa banda, ed essendo i più ricercati in diversi stati, viene messo alle loro calcagna il più coriaceo gruppo di sceriffi e guide indiane. Per poter sfuggire loro dovranno andarsene in Bolivia dove li attenderà un glorioso (non epr forza positivo) epilogo.

Film gradevolissimo che dimostra come, dopo l'avvento del western crepuscolare e dello spaghetti western degli anni '60 il genere cominciò una nuova vita sperimentando tutte le contaminazioni più ardite. "Piccolo grande uomo" è una parodia del western classico, "Corvo Rosso" un film larger than life che infarcisce una storia western di commedia, dramma e superomismo alla maniera di Milius; qui invece Hill realizza un godibilissimo buddy movie in ambiente westernato.

La regia vorrebbe ssere originale e azzecca diverse idee. Grande uso dei carrelli e di piccoli movimenti di macchina (bellissima, la semplice sequenza della bicicletta vista attraverso la staccionata), gioca con la messa e fuoco, ma utilizzando sempre una fotografia ottimale; inoltre si diverte a trattare l'inquadratura trasformandola di volta in volta in un finto film muto (solo per la qualità della pellicola, visto che la regia del film muto sarebbe modernissima), utilizzando il viraggio in seppia o un'intera sequenza realizzata solo con delle fotografie.

Il film vince molto con la costruzione dei due personaggi, divertenti, impeccabili e sfrontati il giusto, guadagna dalla performance del duo principale , soprattutto da Newman (ovvio, dunque, la riconferma dei due come protagonisti de "La stangata" sempre di Hill).
Il film, però, perde qualcosa per la durata, per la trama che la tira troppo per le lunghe, per il ritmo che cede al minutaggio.
In definitiva un esperimento ben riuscito, un film estremamente gradevole, ma non è il capolavoroi di cui ho letto in giro.


mercoledì 13 settembre 2017

Nata di marzo - Antonio Pietrangeli (1958)

(Id.)

Visto in Dvx.

Una ragazza a mala pena maggiorenne si innamora di un uomo di mezza età (per l'epoca). Dal carattere lunatico e precipitoso, decide di sposarsi, ma la vita coniugale diverrà presto usurata e tesa fino al breakdown.

L'intero film è raccontato tramite due o tre lunghi flashback a un amico anche lui innamorato di lei. Di fatto il film è una lunga e dettagliata storia di una crisi di coppia e, in quell'ottica, molto ben realizzato, con tutti gli elementi già presenti fin dall'inizio, ma che divengono problematici solo con il passare del tempo. Una sceneggiatura molto buona, ma priva di fantasia, una dissezione di un rapporto di coppia che va alla malora, ma senza grinta.
Per il resto il film è decisamente vittima di lungaggini, pur con dei personaggi interessanti, non riesce a mantenere un ritmo accettabile.

Alcuni vedono un motivo d'interesse per la descrizione dell'ennesimo personaggio femminile alla pietrangeli. Idea parzialmente vera, ma con qualche differenza. Seppure la protagonista è la stessa ingenuità di vivere della protagonista di "Io la conoscevo bene" e forse anche la superficialità de "Lo scapolo", questo personaggio non è un solitario, è un outsider, ma con un'evoluzione grazie alla quale riesce a rimanere all'interno di una società senza cercare scappatoie. Non sarà felice, ma è pur sempre accettata (ancora una volta vittima più di sé stessa che degli altri).

Interessante, invece, il contorno, con un certo gusto nel mostrare alcune architetture (il Sancarlone dell'inizio o il Pirellone in costruzione... tutto in one...). C'è pure un cameo di Dario Fo.

lunedì 11 settembre 2017

Atomica bionda - David Leitch (2017)

(Atomic blonde)

Visto al cinema.

Una spia viene mandata a Berlino una settimana prima della caduta del muro per riprendere una lista contenente i nomi (e gli scheletri negli armadi) di tutti gli agenti sul campo. Inizierà una caccia all'uomo in cui tutti inseguiranno tutti.

Sgombriamo il campo da ogni dubbio: il titolo è orribile, il film avrebbe meritato molto di più. Si perché il film è incredibilmente bello.

Diretto da Leitch, che si porta dietro lo splendido comparto estetico del suo (non accreditato) "John Wick", colori desaturati, luci fluo, fotografia attenta a incastrare corpi, dentro vestiti magnifici dentro a location magnificamente sgarrupate. Un comparto estetico totalmente derivativo (da "Sin city" a ai film americani di Refn).
All'interno di un ambiente perfettamente dipinto si inserisce una trama noiresca per complessità, incastri e twist che, personalmente, trovo molto affascinante, ma che è anche il vero neo del film; momenti difficilmente comprensibili, buchi, l'aggancio di un o due finali di troppo per dare il là a un ultimo (bellissimo) twist plot.
Dalla trama articolata e complessa riesce però a uscire, con forza e determinazione, una perfetta descrizione di un apocalisse; a mano a mano che si avvicina la caduta del muro, le spie da entrambi i lati tentano la fuga da una nave che affonda che è anche una terra di nessuno senza legge; è una colonia di topi che si muovono impazziti per cercare di uscirne, ma che distruggono molto (o tutto) ciò che toccano. Una rappresentazione durissima, ma molto efficace che riluce come l'idea più affascinante e riuscita del film.
Una nota rapida sulle musiche utilizzate; poco originali (dai Clash a una non totalmente comprensibile "Under pressure"), ma tutte prese dal periodo in cui il film è ambientato, ma soprattutto, perfettamente integrate con lo svolgimento delle scene, peccato per le frequenti sbavature nei momenti in cui la musica viene tolta o modulata.

Per ultima, però, bisogna parlare dell'altro valore aggiunto (oltre alla trama auto-distruttiva), la parte più propriamente action. Leitch nasce stuntman, recentemente prestato alla regia, ma sembra aver assorbito totalmente le tendenze contemporanee dei film d'azione. Charlize Theron spara, picchia a viene picchiata senza remore e senza alcuno sconto per lo spettatore mentre la macchina da presa (grazie a "The raid") si butta a capofitto nelle scene arrivando anche a frapporsi fra gli atleti in lotta dando vita ad alcune delle sequenze meglio realizzate e più onestamente thrilling di quest'anno (ovviamnte vince su tutti il piano sequenza ambientato proprio in un palazzo).

A questo punto il cast riesce anche a passare in secondo piano, nonostante si stia parlando di una Theron in gran forma (fisica indubbiamente, ma anche capace di dare vita a un personaggio senza anima in cui gli spettatori continuano a volersi ingannare vedendone una) circondata da una serie invidiabile di comprimari che la metà sarebbero già motivo sufficiente per vedere un film al cinema (Marsan, Goodman, Jones sono solo quelli più riconoscibili); solo McAvoy, per quanto in parte, risulta un pelo fuori dal mood, ma comunque assolutamente all'altezza.

In poche parole; il thriller più duro visto quest'anno, il film action che si candida ad essere il migliore dell'annata e uno dei film più drammaticamente interessanti visto finora.

venerdì 8 settembre 2017

Wagahai wa neko de aru - Kon Ichikawa (1975)

(Id. AKA Io sono un gatto)

Visto in Dvx in lingua originale sottotitolato in inglese.

Tratto dall'omonimo (e bellissimo) romanzo di Soseki, il film mostra alcuni giorni nella vita di un professore e intellettuale del primo novecento giapponese che, con la sua cerchia di amici, disquisisce di tutto, cerca di risolvere problemi di poco conto della vita di tutti i giorni.

Si dice che la letteratura giapponese moderna sia nata con un gatto e il romanzo in effetti è un satira dettagliata, ma divertente e godibile. Il film invece no. Nel libro il gatto del titolo è il vero protagonista e l'io narrante, è un osservatore esterno della realtà che commenta e cerca di capire; nel film il gatto è un personaggio sullo sfondo, una animale senza coscienza di sé (in realtà ha coscienza di sé, ma poco e nel finale); l'io narrante non è presenta e l'osservatore esterno è dato dalla macchina da presa. Ovviamente non ci sono opinioni o incomprensioni (che nel libro erano generate dall'impossibilità del gatto di capire del tutto gli esseri umani) e da affresco ironico e molto chiacchierato sulla società dell'epoca (soprattutto sull'intellighenzia) diventa un filmetto simpatico, una vicenda ironica in costume con una serie di buffi personaggi.
Regia un po rigida con inquadrature ariose, fisse, con un buon uso del montaggio per dare senso a ciò che viene detto a parole (ma non per sostituirlo), per esemplificarlo o sfotterlo; qualche ottima costruzione delle inquadrature.
Purtroppo il ritmo, il tono e l'atteggiamento del film è quello che più mi stimola a fare altro mentre lo guardo quindi è possibile abbia perso alcune sfumature che l'avrebbero reso l'opera migliore di sempre... tuttavia se da un libro con molti dialoghi si fa un film con molto cicaleccio c'è uno sbaglio di fondo nell'adattamento.

mercoledì 6 settembre 2017

Roger and me, Roger e io - Michale Moore (1989)

(Roger & me)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.

Dopo aver legato indissolubilmente il nome della General Motors a quello della cittadina di Flint, l'industria decide di chiudere lasciando senza lavoro migliaia di persone, per poter aprire fabbriche a basso costo in Messico. Michael Moore, nato in quella cittadina decide di incontrare l'amministratore delegato, fallendo continuamente, ma nel farlo incontrerà persone il cui futuro è stato distrutto dalla chiusura della fabbrica.

Ciò che più sconvolge nel vedere questo primo film di Moore,  che un parvenu del documentario sia riuscito a fare una cosa così originale e così diversa da tutto ciò che c'era in circolazione all'epoca.
Costretto, forse dall'argomento, Moore scende in campo in prima persona e con un espediente narrativo non molto distante da un MacGuffin (incontrare l'amministratore generale della General Motors per farlo venire a Flint, da parte di un signor nessuno e senza appuntamento, è abbastanza difficile) mette in scena un documentario che è già compiutamente in stile Moore, solo meno raffinato.
Immagini scadenti, spesso fuori fuoco, immagini di repertorio prese solo dai tg o dai filmini locali (o anche da vecchi film, immagino senza più copyright); ma tutto il resto c'è. C'è l'uso ironico della musica e l'ancor più efficace umorismo creato con il solo montaggio, c'è la faziosità estrema di un film costurito a tesi (che nel documentario è cosa comunque diffusa), c'è l'accostamento di situazioni contraddittorie e un interesse particolare per i piccoli freak di tutti i giorni; e poi c'è un nemico da combattere.
Meno aggressivo che nei successivi, ma non meno efficace, anzi, la capacità di gneerare scene divertenti utilizzando solo il girato originale ha dell'incredibile (la donna delle analisi dei colori è pazzesca).
Da vedere.

lunedì 4 settembre 2017

Dragon trainer - Dean DeBlois, Chris Sanders (2010)

(How to train your dragon)

Visto in tv.

Un ragazzo vichingo, inetto nell'uccisione dei draghi ha i soliti problemi irrisolti con il padre. Ferendo accidentalmente il più pericoloso e infido fra tutte le speci di draghi scoprirà che sono animali da compagnia anziché animali feroci. Imparerà a gestire e ammaestrare i draghie li utilizzerà contro l'inevitabile boss finale.

Ci sarà mai un anno senza un film di animazione in con un rapporto conflittuale padre-figlio? Da quando l'ha tirato fuori dal cilindro la Disney (negli anni 80 se non sbaglio) sembra che sia la base di un buon cartoon. Un giorno qualcuno dovrà studiare il fenomeno.

Al di la di queste considerazioni direi che "Dragon trainer" è la quintessenza del film di animazione medio. Storia buona, ma senza guizzi o senza particolare inventiva; animazione di livello ottimale con qualche intuizione (Sdentato che si muove come un animale d'appartamento e la caratterizzazione dei vari draghi); ambientazione originale che con qualche dettaglio crea un mondo.
Di fatto non c'è niente di nuovo o di particolarmente interessante, ma se questo è lo stato dell'arte di un film animato medio, direi che stiamo vivendo nel migliore die mondi possibile.

Da sottolineare solo la scena d'azione iniziale, dinamica e fantasiosa che avrebbe meritato la visione al cinema. Serie di seguiti meritati.

venerdì 1 settembre 2017

Carcere - George W. Hill (1930)

(The big house)

Vist in Dvx, in lingua originale sototitolato in inglese.

Un uomo viene condannato per omicidio colposo, finirà in cella con una coppia di carcerati di lunga data, esperti nella gestione del penitenziario. Nonostante gli attriti, la fuga di uno dei due li riavvicinerà come cognati e una rivolta all'interno del carcera farà da deus ex machina.

Primo film sulla vita di carcere degno i questo nome, essenziale nella trama, ma già con tutti quelli che in futuro saranno gli archetipi di genere (lo scontro con il duro, il tentativo di fuga, la rivolta, il rigido direttore della prigione). Interessante anche che, a fronte di una trama lineare, il protagonista del film cambi circa a metà, passando dal ragazzo dell'inizio, al compagno di cella innamorato della seconda parte.
Al di là del switch di metà (che credo fosse dovuto al tentativo di dare dinamismo alla vicenda più che a un progetto alla Hitchcock), il film risulta ben realizzato con un ritmo di minima ben tenuto e una serie di personaggi che, pur non essendo ben caratterizzati, prendono posto sulla scena polarizzando l'attenzione. Ovvio che il migliore in questo senso sia il personaggio di Beery; personaggio che avrebbe dovuto essere interpretato da Chaney morto in quello stesso anno; Beery sopperisce egregiamente per presenza scenica, ma latita in capacità attoriali, rimanendo un buon caratterista (nomination all'oscar esagerata).
Ottimo anche l'utilizzo degli spazi, tutti costruiti in maniera regolare e spoglia con un ricercato gigantismo degli interni per sminuire le figure umane.

PS: sceneggiatura lineare, ma che vinse un Oscar, realizzata da Frances Marion che vinse il suo secondo premio solo due anni dopo con una storia di pugilato, esondando quindi per due volte in territori all'epoca "maschili".

lunedì 28 agosto 2017

Cruising - William Friedkin (1980)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un assassino seriale cerca le sue vittime fra i frequentatori di alcuni locali gay sadomaso di New York. Per cercare di trovarlo viene inviato, sotto copertura, un poliziotto (eterosessuale) che corrisponde alle caratteristiche fisiche delle vittime. La, lenta, ricerca causerà cambiamenti anche nel poliziotto ponendogli dubbi sulla propria sessualità.

Film demoniaco di Friedkin; demoniaco per il flop terribile e per l'aver messo a rischio le carriere dei diretti interessati. Pesantemente tagliato per essere più digeribile, venne comunque osteggiato da tutti, dai più reazionari (che non apprezzavano il tema esplicito), così come dalle comunità gay dell'epoca (che criticarono il modo di rappresentare l'omosessuale come una sorta di pervertito, di vampiro sessuale). Oggigiorno le polemiche sono molto diminuite; eliminata la componente di rottura che oggigiorno è decisamente meno innovativa e considerando il film come lo spaccato di una nicchia dell'epoca e non della comunità gay newyorkese in toto, quello che rimane è solo il film.

Diciamolo subito che non è un film eccezionale, ma è decisamente migliore di quanto non pensassi leggendo le opinioni in giro. Un thriller erotico anticipatore del genere che esploderà fra gli anni '80 e '90. Vince il mood torbido perfettamente trasmesso dall'ambiente e dai personaggi presentati; creando un ambiente fatto di sesso e violenza (entrambi ricercati attivamente), di attrazione e morte che rispecchiano, in versione "sociale", la psicologia del killer.

Friedkin ovviamente fa il suo lavoro preferito, lavora sui corpi; credo che in nessuno dei suoi film ci sia un uso tanto ostentato della carnalità, dei muscoli e del sudore, più anche del decisamente torbido "Killer Joe".
Al Pacino sembra costantemente spaesato; ma bastano le prime scene in cui compare (in cui riesce a rendere totalmente una psicologia con un paio di smorfie) per far capire che è una scelta precisa, per rendere il sentirsi fuori luogo del personaggio e, successivamente, il senso di diminuita appartenenza al suo mondo precedente.

Purtroppo il vero difetto è che in questo thriller erotico manca il thriller. La detective story è blanda e rimane sullo sfondo, l’attività investigativa di Pacino è un continuo, noioso, passeggiare per locali gay sadomaso; quasi che Friedkin stesso puntasse tutto sull'effetto shock di mostrare un ambiente underground, anziché cercare di raccontare una storia. Peccato, perché la ripetitività e la noia non hanno scusanti.

venerdì 25 agosto 2017

La la land - Damien Chazelle (2016)

(Id.)

Visto a un cineforum.

Un'attrice si innamora, ricambiata, di un musicista jazz; il loro primo bacio impiegherà tutto il primo tempo ad arrivare, il secondo sarà occupato dal tentativo di realizzare i propri sogni.

Un film incredibilmente reazionario, a livello di contenuti (ma anche diverse idee di messa in scena) non inventa nulla; dichiaratamente ispirato ai musical di Stanley Donen (la tavolozza di colori viene tutta da lì) ne prende completamente la linearità della trama, il tono fresco e positivo, le turbolenze dell'agnizione melodrammatica, ma soprattutto prende le canzoni come momento di esposizione di sentimenti e/o pensieri e non come momento per far proseguire la trama o come dialogo contato.
Come si diceva anche la fotografia è presa a piene mani dai musical di 60anni fa, mentre le coreografie sono ancora più conservatrici (dopo un incipit alla "Fame") con il più classico dei tip tap, danze da sogno tra le stelle e una scena in piscina che, seppure molto diversa, non può non far pensare ai musical anni '30. Ancora una volta sembra inventare poco, anzi pochissimo (addirittura nella scena musicale finale dove si ripercorre tutta la loro storia, alternativa, c'è la stessa complessità fantasiosa delle migliori sequenze musicali della Disney).
Eppure la macchina da presa non riesce a stare mai ferma, dando dinamismo a tutte e le scene e trasformando molte scene di ballo in piano-sequenza anche laddove non sarebbe necessario o scontato (l'incipit in strada, la preparazione alla festa dove l'uso degli spazi interni è perfetto).

Incredibile quindi che un film così tanto derivativo possa essere così efficace. Invece funziona e funziona proprio per la precisa volontà di rifare un film strutturalmente vecchio in un contesto moderno, con metodi e tecniche recenti. Funziona nonostante una trama che qui e la zoppica nel noioso, nonostante le imperfezioni nel ballo dei due protagonisti (la scena del tip tap è piuttosto piatta); funziona per la potenza evocatrice che riesce a superare i difetti, grazie alle musiche assolutamente buone e alla regia dinamica che non perde occasione per sfruttare appieno le megalitiche scene ricostruite in interni. Non stupisce quindi che il primo tempo, più candidamente anni '50 risulti migliore del secondo dove Chazelle preferisce riprendere una sua ossessione (sul successo raggiunto con lo sforzo e la sofferenza) anziché proseguire nel solco del passato.
Una scommessa rischiosa che, nonostante il cambio di marcia, risulta perfettamente vinta, regalando uno dei film visivamente migliori del 2016.

PS: non intendo neanche discutere sugli attori data la mia antecedente adorazione per Emma Stone.

lunedì 21 agosto 2017

El Sicario, Room 164 - Gianfranco Rosi (2010)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.

Un sicario dei narcotrafficanti messicani racconta la sua storia, sul come è statoa vvicinato per lavorare coi narcos, alla descrizione delle sue mansioni (dall'omicidio ai rapimenti, alle torture) con dimostrazioni pratiche, ma racconta anche le tecniche e le gerarchie, i sistemi di sicurezza del narcotraffico e le collusioni con lo stato (con un'inquietante diagramma dove sostiene che chiunque a qualsiasi livello sia implicato), i rischi professionali e il burn out.

Con uno stile di regia estremamente asciutto che si concentra totalmente sul suo protagonista (sia come inquadratura, sia seguendone i tempi e il flusso di coscienza) mostra il lato oscuro con un distacco invidiabile. Inquadratura ravvicinata durante il racconto, concentrata sulle mani (certamente in quanto sono l'unica parte visibile del sicario, ma anche perché sono le vere protagoniste della vicenda; quelle mani sono le responsabili di rapimenti, torture e omicidi), mentre la macchina da presa si fa distante (mostrando la figura intera del sicario) durante le dimostrazioni pratiche (ovviamente per motivi di chiarezza dell'inquadratura, ma riuscendo anche a ottenere un risultato psicologico). I racconti sono aiutati dalla grafomania del protagonista che scrive e disegna ogni parola, permettendo una maggiore scorrevolezza a un documentario altrimenti molto statico. Le sequenze di racconto sono, brevemente, inframezzate con inquadrature fisse della città o del motel e da alcune inquadrature nere di stacco; scene, queste su cui spesso viene sovrapposto il sonoro della scene precedente o della successiva con un effetto efficace, specie sui frequenti sospiri del protagonista.
Il lavoro di regia, apparentemente semplice (ma supportato da una fotografia molto ragionata) è in realtà una realizzazione estremamente raffinata e totalmente funzionale alla storia. Non si vuole fare pubblicità a un personaggio, ma lasciare che una persona racconti una storia, senza confusione e senza distrazioni.

Film molto emotivo nonostante la frigida realizzazione, che si concede anche un finale a sorpresa.
Personalmente l'ho preferito a "Sacro GRA" in maniera decisa, per la sua concisione, l'effetto emotivo e l'interesse maggiore per la storia mostrata.

venerdì 18 agosto 2017

Teorema - Pier Paolo Pasolini (1968)

(Id.)

Visto in Dvx.

In una famiglia borghese ben strutturata entra un nuovo personaggio. Ospitato dal figlio, senza fare quasi nulla, sarà il catalizzatore di pulsioni represse e ansie di tutta la famiglia che, dopo la sua partenza, cercherà una via di fuga, un modo per nascondersi a sé stessi o una sorta di redenzione. Ovviamente senza riuscirci (solo la donna di servizio raggiungerà la santità, per gli altri, troppo altolocati, non ci sarà possibilità di salvezza).

I film a tesi non mi hanno mai entusiasmato e il 1968 in queste cose non aiuta. Un intero film sull'ipocrisia, la perdizione e l'impossibilità di salvezza della borghesia mi sembra veramente troppo (e nello specifico, anche invecchiato maluccio)... tuttavia Pasolini non si limita a essere impegnato, ma è anche un artista elegante e intelligente. Se il film nel contenuto è più enfatico (e urlato da un pulpito) che altro, a livello strutturale è ottimo; poco parlato, ma molto fluido, riesce a fare a meno dei dialoghi pur mantenendo un'espressività enorme (anzi, quando arrivano i soliloqui dei personaggi a metà film il mood crolla miseramente sotto la pesantezza di quegli intellettualismi inutili).
E se i film a tesi, per definizioni, pontificano dando ragione a sé stessi, Pasolini non fa eccezione, ma si concede un'attenzione all'allegoria che altri si sognano; la fine dei personaggi, al di là del significato, hanno qualcosa di affascinante, ma sopratutto la donna di servizio e il padre di famiglia hanno in sé qualcosa di epico, rispettivamente in positivo e in negativo.
Inoltre non si può far finta di non notare un'equilibrio nelle inquadrature che traspare da ogni fotogramma che venga estrapolato.

Pur senza citazioni dirette, questo film è il padre putativo della lunga serie di opere in cui un personaggio nuovo si inserisce e fa esplodere una famiglia (gli ultimi due che mi vengono in mente, tutti e due giapponesi, sono ad esempio "Visitor Q" o "Cold fish", quest'ultimo con un personaggio che lavora dall'esterno).

lunedì 14 agosto 2017

L'intendente Sanshô - Kenji Mizoguchi (1954)

(Sanshô dayû)

Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Una famiglia di un governatore implicato in una rivolta (ma universalmente considerato buono e onesto) viene rapita da alcuni schiavisti, separata e venduta. I due figli, ancora bambini, saranno comprati dall'intendente Sansho, uomo severo e crudele che fa della rigidità dei mezzi uno scopo di vita. Il figlio maschio, divenuto adulto, fuggirà e gli verrà restituito il posto di suo padre, cercherà quindi di combattere attivamente Sansho per liberare la sorella e cercare insieme la madre scomparsa.

Diciamolo subito; una storia familiare, ma epica; un film drammatico, senza essere melodrammatico; sentimentale, senza essere stucchevole; è una parabola sul male che si accanisce contro i buoni
drammatico senza essere melodrammatico, sentimentale senza essere stucchevole, è una parabola sul male che sia accanisce contro i buoni.
Quello che gli manca è un certo grip; nessuna scena è inutile, ma talvolta salta fuori un certo rallentamento nel mantenere attivo l'interesse.

A livello estetico però è di una clama lussureggiante. Grande cura di ogni inquadratura sempre riempita e bilanciata, con un uso frequente della profondità di campo. La macchina da presa fredda, geometrica, ma estremamente funzionale, non percepibile, ma ricca di piccoli movimenti continui, ma minuti, calibratissimi.
A queste scene fa da opposto la sequenza del rapimento, estremamente dinamica, con la macchina da presa mobile (oppure fissa, ma con i soggetti in movimento davanti a lei), ma soprattutto un montaggio rapido.
Inoltre il film è ricco di dialoghi interni fra le scene, di rimandi e di opposizioni; su tutti, i migliori rimandi (e i più evidenti) sono quelli fra la madre vista nel presente a cui fa da contrappunto il padre nei flashback; così come la presenza della madre viene resa evidente solo dai suoni (la canzone della figlia dei contadini, i loro nomi gridati che diventano suoni della foresta).

venerdì 11 agosto 2017

San Michele aveva un gallo - Paolo Taviani, Vittorio Taviani (1972)

(Id.)

Visto in Dvx.

Seconda metà dell'800, un gruppo di anarchici ormai agli sgoccioli tentano l'ultima spedizione rivoluzionaria in un paesino. L'operazione finirà male, non in senso tragico, ma più sul versante del ridicolo. Il capo verrà condannato a dieci anni di detenzione (in realtà sarà una condanna a morte, commutata in ergastolo con un trasferimento a un altro carcere dopo 10 anni), uscendone troverà un mondo molto diverso da quello immaginato nella clausura della cella; nessuno si ricorda di lui, i suoi ideali sono stati raccolti da dei giovani che però li hanno modificati per adattarli alla nuova realtà e considerano il vecchio leader l'ultima vestigia di un passato anacronistico.

Un lento film dai risvolti politici evidenti, ma che non sono sicuro fossero l'intendimento principale dei suoi autori.
Diviso perfettamente in tre parti di circa 30 minuti l'una, mostra il tentativo fallito di rivoluzione, quindi la detenzione, infine il rapporti con il nuovo. Mostra quindi una parabola umana sul fallimento dell'ideologia (non di una nello specifico, ogni ideologia ha il difetto di essere autoreferenziale e, quindi, superata da altri), anzi, un fallimento umano, di un uomo patetico (la rivoluzione stroncata dalla mancata collaborazione dei paesani, la finta messa a morte, il ritorno tra gli scherzi dei compagni), divenuto tale dal tempo e dal progredire degli eventi.

La parte migliore (tecnicamente più interessante) è quella dentro al carcere. Con la totale unità di luogo e un solo personaggio viene tirato fuori il meglio a livello concettuale e registico. I lunghi monologhi, i dialoghi con se stesso, il percorso sulle strade del paese con i rumori naturali, ma con le inquadrature dei muri della cella; tutta la lunga sequenza dell'internamento è un virtuosismo che riesce a sostenere il momento più immobile del film rendendolo il più pregnante e il più dinamico.

Non un film imperdibile, ma un film ben costruito.

lunedì 7 agosto 2017

Kiss kiss bang bang - Shane Black (2005)

(Id.)

Visto in Dvx.

Un ladro newyorkese viene scambiato per un aspirante attore e inviato a Los Angeles dove rimane invischiato in una doppia storia di cadaveri e persone scomparse, oltre al reincontro con una sua vecchia conoscente di cui è innamorato.

Sceneggiato e diretto (opera prima!) da un redivivo Shane Black dopo anni di silenzio è, di fatto, un ritorno alle origini (per tema e tono) in versione postmoderna. Siamo dalle parti della commedia pulp, del noir comico con la giusta dose di buddy movie. A essere totalmente sinceri è un film fuori tempo massimo, utilizza tecniche e tattiche di regia che risultano già usurate, tuttavia se un film funziona, funziona lo stesso, sarà riciclato, ma è sufficiente che il riciclo sia fatto con stile.

La storia è totalmente inverosimile con una trama che deraglia e sbava continuamente sotto il peso delle troppe fighetterie messe in campo; tuttavia il ritmo è ottimo e tutto scorre nella giusta direzione facendo funzionare alla perfezione il complicato meccanismo.
Il vero punto a sfavore è l'eccesso di wanna be Shane Black in qusta sceneggiatura di Shane Black, si fosse contenuto un minimo il film ne avrebbe giovato; ovviamente riesce comunque a costruire un paio di ottimi personaggi (piuttosto scontato il protagonista, di molto migliore la "spalla", più articolata e meno calcata).
La regia è, come si è detto, vecchia di una decina d'anni. Fotografia carica e patinata, colori fluo, protagonista che parla allo spettatore interrompendo il film e altri articoli anni '90. Ripeto, è il festival del già visto, ma in questo film quasi tutto sembra funzionare a dovere, giusto qualche interruzione in meno e sarebbe stato perfetto. Diciamo che Black ha voluto fare il suo film postmoderno (senza eccessi di macchina da presa che già è qualcosa).

Downey Jr è perfetto per la parte, ma viene lasciato libero di gigioneggiare quanto vuole, pure troppo, cogliendo perfettamente il personaggio e riuscendo comunque a non essere (sempre) fastidioso. Val Kilmer è la spalla, rimane sempre in secondo piano rispetto alla storia principale, ma si giova di una parte migliore e la sa usare a dovere uscendone come il migliore in campo.

venerdì 4 agosto 2017

Ghost in the shell 2. L'attacco dei cyborg - Mamoru Oshii (2004)

(Innocence)

Visto in Dvx.

A quasi 10 anni dal precedente, viene realizzato dallo stesso Oshii questo seguito (dal titolo italiano piuttosto fuorviante... sembra un episodio di "Star Wars").
Il film parte da dove terminava il precedente, con il sopravvissuto del primo episodio che, assieme al compagno umano dell'androide scomparso, viene incaricato di scoprire cosa c'è dietro un attacco coordinato da parte di alcune unità cyborg. L'indagine li porterà a doversi scontrare con mondi virtuali, alterazioni della realtà, ma soprattutto sfruttamento di vittime innocenti

So che, dalla descrizione che ho fatto, questo film sembra il fratello sfortunato del primo. Eppure questo seguito è contemporaneamente qualcosa di più e qualcosa di meno di "Ghost in the shell".

Le componenti migliorative sono essenzialmente contenute nella maggiore cura all'estetica (decisament epiù influenzata dalla fantascienza di quegli anni, quella figlia di "All is full of love" o della Apple) nel dettaglio direi ch....
Mantenuti gli stilemi minimi (un tratto noiresco) viene itnrodotto la CG (che usualmente non amo), utilizzata in maniera intelligenti e non troppo invasiva, riesce, nonostante i limiti dell'epoca, a essere efficace. Il tratto poi si è molto raffinato, è più adulto, più ricco di ombre, più realistico.
La fotografia è decisamente più curata, maggiore la tridimensionalità grazie al computer, un uso maggiore e più cinematografico della profondità di campo (si pensi al colloquio iniziale nel laboratorio).
La componente action è aumentata, il livello sempre buono, anche se non ci si deve aspettare che sia la parte preponderante.
Inoltre il tema assume un respiro più ampio pur mantenendo la medesima profondità. C'è un discorso maggiore sul rapporto fra realtà e finzione  (la lunga sequenza nella magione dell'haker è un topos di Oshii, fissato con l'alterazione dei piani della realtà)  e nel finale anche una considerazione molto calzante sul rapporto tra ciò che viene percepito come vivo e ciò che lo è (aumentando il discorso già efficace iniziato nel primo capitolo)

Le componenti peggiorative sono tutte legate all'enfasi...
I dialoghi sono sempre pregnanti, ma sembrano scritti da un parvenu, declamano più che suggerire e lo fanno con eccessiva retorica. Di fatto l'elemento centrale del primo capitolo diventa ipertrofico (e stupidamente ipertrofico) in questo, eccessivo, con troppe citazioni fighette.
Siamo chiari, non è un problema insormontabile, ma è l'elemento che fa scadere questo film dall'essere migliore dell'altro; direi quindi che i due si trovano alla pari.

lunedì 31 luglio 2017

Fantômas contre Fantômas - Louis Feuillade (1914)

(Id.)

Visto in Dvx.

La polizia è messa sotto processo dall'opinione pubblica per la sua disfatta nel perseguire Fantomas; Juve viene accusato d'essere lui il vero Fantomas, mentre l'originale approfitta del caos per continuare con i suoi crimini.

La serie di Fantomas non ebbe solo un grande successo di pubblico, ma fu considerato un capolavoro anche dagli artisti dell'epoca. Su tutti il movimento surrealista (su tutti ovviamente Magritte) ne rimase entusiasta per quel misto di verosimiglianza (le scene in esterni sono prese dal vero, spesso con "comparse" involontarie)  e follia rocambolesca, oltre che per la commistione di fantastico e utilitaristi di alcune scene (di cui la più famosa è la sparatoria tra i barili del secondo capitolo).
In questo nuovo capitolo si fa sfoggio di alcune idee ancora più interessanti a partire dal costume di Fantomas (che lo trasforma in una specie di fantasma oscuro), come anche del fantastico muro che sanguina (forse l'idea che preferisco di tutta la serie); quest'ultimo non è fondamentale ai fini della trama (in questo modo viene ritrovato un cadavere, ma poteva essere fatto in ogni altro modo), è inverosimile dal punto di vista tecnico, ma entusiasmante dal punto di vista cinematografico.
In questo nuovo capitolo inoltre viene esplicitato in maniera evidente il tema del doppio (toccato un pò in tuta la serie, come nel capitolo precedente in cui il protagonista faceva ricadere la responsabilità dei suoi crimini su un morto) con un Fantomas sdoppiato in due personaggi distinti, con i continui scambi di persona (come il commissario che si finge Fantomas nel finale) fino all'incontro dei due Fantomas alla festa in maschera.

venerdì 28 luglio 2017

Ghost in the shell - Mamoru Oshii (1995)

(Kôkaku Kidôtai)

Visto in Dvx.

In un futuro distopico dove tutti sono connessi e robot e umani sono convivono con una serie di vie intermedie, due detective androidi sono sulle tracce di un sabotatore estremamente intelligente che manipola le coscienze delle persone per utilizzarle per i suoi scopi. Quando finalmente scopriranno chi c'è dietro, uno dei due cercherà di sconfiggerlo/entrare in contatto nella realtà virtuale.

Siamo davanti a uno dei vertici intellettuali della fantascienza giapponese; un hard boiled fantascientifico  che, per tema macroscopico oltre che per mood, fa subito pensare a "Blade runner", ma di fatto rappresenta uno delle svariate variazioni su un tema molto amato in Giappone.

ma andiamo con ordine; perché questo film è un insieme di eccellenze.
Il tratto, piuttosto canonico, è comunque molto elegante (e molto noir) e l'animazione di livello (e questo in realtà è il minimo che ci si possa spettare), non mi sento di definire ogni inquadratura un capolavoro (come leggo in giro nell'internet), ma certamente le scene sono accuratamente ragionate (ma dopotutto il film è in gestione a Oshii).
I dialoghi sono l'epicentro del film, densi, complessi, estremamente interessanti e mai scontati, rappresentano il piano dove si scontrano i personaggi e sono il motivo per cui quest'opera potrebbe ancora essere utilizzata come base per lo studio filosofico sull'intelligenza artificiale (il concetto di vita e di esistenza esposto in maniera impressionante, il limite fra essere umano e macchina nel momento in cui gli uni si scambiano pezzi di fisico o competenze, ma anche un breve accenno al concetto di memoria e di percezione che verrà poi esploso con "Matrix"). E tutto questo viene fatto senz amai annoiare, magari confondendo parecchio (siamo comunque in un noir e i noir sono complicati), ma annoiare mai.
Il finale che, bisogna ammetterlo, è filosoficamente limitato (e la cosa si nota visti i discorsi tirati in ballo per tutta la durata del film), ma di sicuro effetto, che riesce a essere conclusivo e amaro, tanto quanto aperto e sincretico.
Un ritmo rilassato (che, ripeto, non annoia mai), che si dilunga in sequenze non fondamentali per lo sviluppo della trama, ma che caratterizzano l'ambiente; il tutto senza mai andare a scapito del mood da thriller o delle (poche) sequenze d'azione.
Un'opera di sicuro interesse, di base per molto del cinema distopico venuto dopo e che rimane ancora impressionante. Da vedere.


lunedì 24 luglio 2017

Cane mangia cane - Paul Schrader (2016)

(Dog eat dog)

Visto al cinema.

Tre ex detenuti, diventati amici, si trovano a fare piccoli lavoretti per un boss per poter arrotondare. L'occasione di una vita arriverà quando dovranno rapire il figlio di un rivale, ma tutto quello che potrà andare male ci andrà.

Una storia classicissima con personaggi ben strutturati che avrebbe potuto essere un ottimo e durissimo film di genere, ma Schrader aveva altri piani.
Ormai di rado questo sceneggiatore e regista (e non il contrario) si mette dietro la macchina da presa per un suo plot; ma sempre, in tutti i film diretti da lui, le sue ossessioni sono le vere protagoniste della vicenda. In questo caso è proprio l'ossessione a essere protagonista in un film dove i personaggi sono secondari alle loro stesse paure, calati in un mondo che sembra divertirsi a renderle reali ad una ad una.
Esemplare in questo senso la scena d'apertura, dove uno psicotico drogato è immerso in una casa che sembra uscire dal suo trip più che dal cattivo gusto della proprietaria e dove la televisione sottolinea l'ossessività dell'ambiente che lo circonda. Scena d'apertura tecnicamente eccessiva ed esemplare che rimane la cosa migliore del film.
In una sceneggiatura del genere non stupisce quindi vedere i tre protagonisti svanire dietro la vicenda, ma spiace veder sprecare degli attori decisamente ben scelti (Dafoe è semplicemente perfetto, Cage e Cook hanno il fisico e la faccia giuste per i personaggi); anzi, è strano vedere attori di rilievo che sembrano tutti comprimari di nessun protagonista.
Perchè il problema è tutto nello sviluppo della storia; non sembra essere sicura di dove vuole andare a parare, è confusa e si muove per scene madri splendidamente realizzate (Schrader si conferma regista magnifico con una messa in scena inventiva che gioca al meglio nell'uso delle luce e nella messa a fuoco), ma assolutamente disgiunte le une dalle altre.
Il risultato finale è terribile, noioso e insensato; uno spreco di tecnica e recitazione.

venerdì 21 luglio 2017

L'altro volto della speranza - Aki Kaurismaki (2017)

(Toivon tuolla puolen )

Visto al cinema.

Un profugo siriano arriva, fortunosamente, in Finlandia, dove decide di autodenunciarsi per poter chiedere asilo e recuperare la sorella persa da qualche parte nella mittel Europa. Al rifiuto dello status di rifugiato (perché il rischio di morte ad Aleppo non è così alto) tenta la fuga e trova rifugio in un ristorante appena aperto da un ex venditore di camicie. Le loro storie si uniranno.

Sono anni che non vedo un film di Kaurismaki e gli ultimi visti sono di oltre 20 anni. Di fatto, da allora poco è cambiato. La fotografia è migliorata e la regia sembra leggermente più dinamica; i silenzi forzati (tutto l'incipit è senza dialoghi) sembra più una presa di posizione che non un gesto di stile, come sembra una presa di posizione la musica dal vivo e le sigarette costantemente fumate da tutti. Kaurismaki quindi si conferma un regista che fa quello che vuole, per quanto sciocco o superficiale possa apparire.
I temi e i toni però non sono cambiati affatto. Un'umanità dolente che si muove con incredibile leggerezza su tutto; uno stato (una società forse) ottusa e negativa le cui singole parti sono personaggi sempre di grande empatia e bontà. Uno stile asciutto, anche troppo e una semplicità di messa in scena che fa il paio con quella della storia; questo è un film dove per cambiare da locale finlandese a sushi bar basta volerlo e una comitiva di giapponesi si fermerà davanti al locale, dove una scazzottata (risolta da un pugno dato e uno ricevuto) è il miglior modo per entrare in contatto; un film semplice e schietto che ama perdere tempo con i silenzi, ma non con le azioni che sono sempre immediate.
Insomma, se piace Kaurismaki qui ci troviamo davanti al classico; tuttavia c'è un problema in più; se la seconda parte si slava con un guizzo della storica ironia impassibile del regista finlandese (anche se piuttosto sottotono), la prima parte, completamente seria ammazza il flusso di immagine regalando autentici momenti di noia... Noia che mai prima d'ora avevo provato davanti a un film di Kaurismaki.