mercoledì 31 maggio 2017

Das Schloß - Michael Haneke (1997)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un agrimensore viene assunto in un villaggio sperduto tra le montagne; dovrebbe fare riferimento a un qualche superiore che lavora nel castello; una struttura più metafisica che fisica, vista l'impossibilità d'entrarvi e la maggiore difficoltà nel capirne le dinamiche.

Haneke realizza un film per la tv prendendolo da Kafka, scelta ovviamente ghiotta (e totalmente in linea con la sua passione per i supplizi inflitti ai suoi personaggi), ma decide di effettuare un'operazione tanto cinematografica quanto intellettuale; mette in scena non los tesso ambiente del libro, ma l'intero libro. Tutta la vicenda segue pedissequamente l'opera originale (l'ho letto ormai un decennio fa, sono possibili alcune differenze) utilizzando anche la voice off per inserire alcuni commenti dell'io narrante del libro che altrimenti dovrebbero essere spiegati con dialoghi. L'intento è tra il lodevole e il paraculo, soprattutto nell'ottica di aver scelto un libro incompiuto. L'effetto finale è quello di riuscire a rendere la vicenda kafkiana con un cinismo che dal libro risulta meno comprensibile e che ne aumenta l'effetto surreale.

A livello estetico l'algido Haneke ci sguazza in un mood kafkiano e si muovo con una freddezza impressionante. Frequenti campi medi con carrellate laterali (per gli esterni), primi piani nei dialoghi, ambienti scarni e senza tempo (con una gamma di colori dal bianco al terreo). Tutto è concertato e concorre a creare un mood perfetto. Se si aggiunge un'inquadratura nera a interrompere bruscamente le sequenze si avrà la cifra base di tutto il film.
Il cast ottimo, tutto di livello con un paio di facce che in quell'anno fecero di meglio.
Complessivamente abbastanza gradevole, ma senza un significato convincente.

lunedì 29 maggio 2017

L'arpa birmana - Kon Ichikawa (1956)

(Biruma no tategoto)

Visto registrato dalla tv.

Alla fine della seconda guerra mondiale un gruppo di soldati giapponesi di stanza in Birmania attenda di poter tornare in patria, nel mentre uno di loro si separa, apparentemente scomparso in realtà si è travestito da monaco buddhista per muoversi liberamente a cercare i morti delle battaglie rimasti insepolti e dare loro una degna cerimonia funebre.

Un film antimilitarista, ma con grazia; con un cuore e una tenerezza molto più efficace di molte trovate efferate.
Ancora più interessante è che in questo film la musica è la vera protagonista, è il mezzo di comunicazione fra le persone. Una suonata d'arpa è l'allarme in caso di pericolo o l'avvertimento di un via libera, un arpeggio suonato da un ragazzo significa che il commilitone perduto non è morto, il modo per cercarlo è cantando una canzone, mentre l'inno sacro cantato dagli inglesi per il giapponese ignoto li denota come esseri umani e non più come nemici. La musica in molti casi si sostituisce ai dialoghi rendendo questo film poco parlato, ma egualmente emotivo.
Indubbiamente pecca d'ingenuità in molti punti, ma è figlia di una positività dolce che non chiude gli occhi di fronte ai fatti negativi, ma li accetta.

Finale molto parlato, stranamente visto che il film non lo è, ed enfatico, ma anche le ultime scene riescono, nonostante tutto, a essere incredibilmente dolci e commoventi.

venerdì 26 maggio 2017

Chaharshanbe-soori - Asghar Farhadi (2006)

(Id. AKA Fireworks wednesday)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Una ragazzza che lavora per una ditta di pulizie viene ingaggiata per tre gorni di lavoro per aiutare una coppia appena trasferitasi. Quando arriverà si troverà nel bel mezzo di una crisi in cui la moglie sarà folle di gelosia per una pretesa relazione del marito con una vicina di casa. La ragazza sarà presa in mezzo, utilizzata d tutti per avere informazioni.

Il film precedente ad "About Elly" è già completamente in linea con la filmografia successiva di Farhadi; anche qui, infatti, la trama gira attorno a una verità da svelare, si basa su fatti di difficile interpretazione, nel suo svolgersi si avvale di continue bugie e omissioni. A differenza dei successivi film, qui lo spettatore verrà a sapere cosa è successo in realtà e anche la protagonista avrà i mezzi, per capire da che parte sta la ragione.
In ogni caso l'effetto non è meno efficace; ancora una volta gli eventi del mondo sembrano semplicemente insondabili e la realtà troppo complessa per poterla conoscere con sicurezza e obiettività.

Come nella trama anche la forma è in linea con quello che verrà, anche se in versione più grezza. Fotografia semplice, ritmo rilassato, macchina da presa mobile; quello che manca è la capacità di rendere un narrazione scorrevole e di mantenere l'interesse per tutta la durata del film come fossimo in un thriller; doti che verranno dopo, intanto ci si può godere un film intelligente anche se un pò goffo.

mercoledì 24 maggio 2017

Rapacità - Erich von Stroheim (1924)

(Greed)

Visto in Dvx.

Al solito von Stroheim si presentò alla MGM tutto azzimato con le sue 48 bobine di film completato, per un totale di 8 ore. Credo che neppure lui si stupì quando gli chiesero dia accorciarlo, anche considerando com'era finita con "Femmine folli". Lo ridusse a 4 ore che la MGM tagliò ulteriormente a 3 e poi a meno di due ore.
La versione attuale (da me vista) è quella finale allungata con foto di scena e cartelli (tratti dalla sceneggiatura originale) aggiunti per cercare di avvicinare l'opera all'idea originale per un minutaggio complessivo di di circa 2 ore 3 mezza... Operazione simile era stata fatta proprio per "Femmine folli" dove venivano aggiunte alcune scene girate e poi tolte e, all'opposto, per Browning venne ricostruito "Il fantasma del castello" utilizzando solo le foto di scena; discutibile la prima operazione, per completisti folli la seconda (che gli passo solo per aver tentato di dare una forma al film muto più iconico di Browning/Chaney). Questa via di mezzo riesce a essere inutile e dannosa nello stesso tempo. Non da alcun vantaggio che dei cartelli con le spiegazioni non potrebbero già dare (come è stato fatto per le scene mancanti di "Metropolis"), non si avvicina minimamente all'idea originale né per minutaggio né per regia (che non è certo fatta di immagini fisse), ma in questo caso riesce anche ad ammazzare il ritmo e stornare l'attenzione rendendo pèiù indegesto il film.

A livello di contenuti è certamente uno dei film epici del periodo del muto con quel misto di realismo sociale (con critica all'arrivismo capitalista) e allegoria che renderebbe la storia al contempo chiara e interessante; dal punto di vista tecnico si fa apprezzare moltissimo l'uso intelligente della profondità di campo come mai nessuno prima (estremamente nota la scena del funerale che passa dietro al finestra durante il matrimonio; ma ancora di più l'inquadratura dal basso del primo piano del marito che se ne va e la moglie in cima alle scale... beh sembra predire le soluzioni di "Quarto potere"). La creazione d'immagini efficaci è certamente encomiabile (i soldi sporchi di sangue), ma quello che rende di più è l'efficacia delle intere sequenze; quella del finale nella valle della morte è decisamente il momento più efficace e riuscito dell'intero film.
Ottimo anche il cast, con una recitazione che sembra già di passaggio fra muto e sonoro, cosa impossibile ovviamente, che si deve intendere come una modernità di linguaggio.

lunedì 22 maggio 2017

Jungle fever - Spike Lee (1991)

(Id.)

Visto in Dvx.


 Un architetto (mi pare...) si innamora della sua segretaria e inizia una relazione che lo porterà ad allontanarsi dalla moglie (con la quale era felicemente sposato)... storia banale se non fosse che lui è nero e lei italoamericana. Un problema per la New York dell'epoca. I rispettivi ambienti sociali reagiranno alla cosa, per lo più in maniera violenta o scomposta fino a influire sulla relazione; fra i due si insinuerà il dubbio di un problema razziale anche all'interno della coppia.

Tagliamo la testa al toro; nell'Italia d'inizio anni '90 il milkshake era un concetto inesistente ed è stato, assurdamente, modificato in zabaione... come se si potesse realmente bere 4-5 bicchieri da litro di zabaione.

Detto ciò il film è abbastanza nettamente diviso in tre parti. Quella ambientata ad Harlem è una commedia upper class molto chiacchierata, una sorta di Woody Allen con meno ironia; quella nel quartiere italoamericano è un dramma familiare di tutti i personaggi; a questi due emisferi si insinua fino a diventare preponderante nel finale il dramma sociale sulla tossicodipendenza.
L'idea meglio gestita è quella di mostrare il razzismo delle due comunità, vive di pregiudizi ognuno nei confronti degli altri, ma anche il pregiudizio interno rivolto a chi tradisce, alle varie gradazioni di carnagione o quello fra i generi. i caratteri descritti sono piuttosto luogocomunisti ed esagerate, ma l'effetto finale è buono.
Quello che sfugge è la necessità d inserire, non una, ma due storie; quella dell'amico della protagonista (il cui padre è interpretato da un Anthony Quinn vestito esattamente come mio nonno) e quella del fratello del protagonista che introduce la questione della droga. Quest'ultimo è chiaramente una sorta di necessità morale di Spike Lee, vista l'emergenza sociale dell'epoca; ma entrambe queste storie non fanno altro che rendere dispersivo il film e allungare in maniera artificiale una trama indipendente, dando il là a un finale obiettivamente brutto.

La regia è ottima e più rilassata del solito anche se piena di carrelli circolari, macchina da presa che pedina i personaggi e, per la prima volta, il personaggio che si muove di concerto con la macchina da presa entrambi posti sullo stesso carrello (cifra stilistica di Lee, qui utilizzata in mnaiera lenta e delicata con un effetto straniante particolare).
Il cast all'altezza da il destro a un grandissimo Snipes (attore che di solito fatico a sopportare), ma soprattutto permette a Jackson di dare vita a quella che, credo, possa essere considerata la sua migliore interpretazione.

venerdì 19 maggio 2017

La leggenda di Narayama - Keisuke Kinoshita (1958)

(Narayama bushikô)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

In un villaggio nel Giappone medievale, la tradizione prevede che, raggiunti i 70 anni, gli anziani debbano essere portati sul monte Narayama e lì essere abbandonati a morire. Una donna, amata dal figlio, ma disprezzata dal nipote (disprezzata per l'egoismo del nipote, ma in fondo solo perché lei è vecchia), si prepara al viaggio con una luminosa rassegnazione.

La trama del film viene da una leggenda tradizionale a cui, in questo film, viene data la cadenza (e la crudeltà) della fiaba. Il tema è trattato quindi con una leggerezza invidiabile, la remissività attiva della protagonista, la sua accettazione serena come di qualcosa di logico e inevitabile sono spiazzanti; così come sono alternativamente tenere o irritanti le reazioni dei parenti riuscendo, con pochi personaggi, a costruire una parabola sul rapporto umano con la morte (enorme l'idea del personaggio dell'anziano vicino di casa che non vuole morire e pertanto viene vessato dal figlio) e con l'età avanzata; non c'è un filo di intellettualismo in questa visione, ma un poco di cinismo anche nei sentimenti migliori.

Il film è strutturato come uno spettacolo di Kabuki, con canzoni che fungono da voice off (personalmente le canzoni le ho odiate quasi tutte, ma è fuori discussione che l'accompagnamento musicale quasi costante dato dal shamisen sia perfetto e calzante); addirittura la messa in scena si prostra al teatro realizzando una entusiasmante commistione fra cinema e kabuki (che è la cifra vincente di un film quasi perfetto).
Il film alterna scorci realisti a fondali palesemente dipinti, magnifiche scenografie mobili (con gli edifici che si aprono o la vegetazione che si fa da parte) per alcuni cambi di scena, luci irreali che virano il colore dell'intero ambiente e alcuni occhi di bue a isolare i personaggi; oltre a un'evidente gestione teatrale nella disposizione e nei movimenti di alcuni attori (si pensi al concilio degli anziani del villaggio). La macchian da presa si tuffa in questo ambiente così complesso con ampie carrellate (soprattutto circolari ad abbracciare personaggi e scenografie), molti piani medi, mentre i primissimi piani vengono tenuti per i momenti più emotivi. La costruzione delle immagini, dato il controllo totale permesso dalla ricostruzione in studio, è assoluta con inquadrature sempre belle che si fanno d'impatto notevole nel finale sul monte Narayama coperto di scheletri.

mercoledì 17 maggio 2017

Juve contre Fantômas - Louis Feuillade (1913)

(Id.)

Visto in DVD.

Un cadavere misterioso costringono l'ispettore Juve e il giornalista Fandorin a pedinare un sospettato che li porterà a bordo di un treno che verrà sganciato dalla motrice e fatto schiantare contro un altro treno in transito. E questo sarà solo l'inizio dell'inseguimento dei due.

Secondo capitolo della saga cinematografica (in pezzi) di Fantomas by Feuillade. Fantomas era già noto al grande pubblico francese come un personaggio apertamente engativo, violento e brutale, ma per cui non si poteva non parteggiare. In questo secondo capitolo, molto più che nel precedente, questo aspetto esce completamente. Pur di poter mettere a segno una rapina, Fantomas non esita a causare un incidente ferroviario senza averne alcun rimorso e nel cercare la fuga farà saltare un intero edificio pieno di poliziotti. Ovvio quindi che, nonostante la fama già ben consolidata, una figura così dark ricevette parecchie critiche sull'amoralità del prodotto filmico (forse una delle prime volte), nonostante neanche il cinema in quegli anni sfruttava la moda del criminale affascinante.

A livello estetico tutti i film successivi riprenderanno completamente le idee del primo; tuttavia questo capitolo risulta molto più improntato verso l'action. L'uso dei modellini dei treni; l'utilizzo degli esterni per quasi metà del minutaggio (con molte sequenze prese dalla strada o dalla metro con le persone del luogo a fare da comparse). Inoltre vengono esacerbate alcune delle idee del precedente, su tutte la profondità (nella strepitosa sequenza della sparatoria fra le botti, una delle più belle del serial, o nella scena ambientata nel locale in cui si balla), oppure il viraggio utilizzato in maniera molto intelligente cambiandolo dal blu al seppia (o viceversa) per rappresentare l'accensione della luce in una stanza o il suo spegnimento.

lunedì 15 maggio 2017

Iron man - Tod Browning (1931)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua orignale.

Un pugile dalla buone capacità, ma dalla scarsa disciplina non riesce a sfondare; affidandosi a un allenatore competente raggiungerà la vetta, ma una volta arrivato si monterà la testa e smetterà di seguire i consigli del mentore (anche quelli, inopportunamente dati, in ambito sentimentale), la disfatta sportiva e sociale è dietro l'angolo.

Mi sembra chiaro non sia un film di supereroi nonostante il titolo più sfigato della storia dopo l'infelice "Frozen" di Green.
Questo è il film di Browning realizzato tra il successo di "Dracula" e la disfatta di "Freaks" e, spiace dirlo, non riesce a essere interessante al pari delle due opere che lo circondano.
Un film in cui la boxe non ha ancora una componente drammatica intrinseca, ma è solo il MacGuffin per azionare la vicenda che rimane un dramma sentimentale con un triangolo amoroso che comprende lui, lei e l'allenatore. Sono state lette diverse sottotracce, soprattutto quella che considera un amore omosessuale fra l'allenatore e il pugile; teoria a mio avviso non completamente aderente, ma che rimane possibile trovandosi in un comodo anno pre codice Hays.

Le seuqenze di pugilato vero e proprio vengono per lo più inquadrate dalla distanza, con un ring in piena luce circondato dalle tenebre dove, gli unici, essere umani sono i due che combattono e l'arbitro; una visione intimistica piuttosto originale, ma che lascia l'estetica fuori dalla porta.
Il cast l'ho trovato imbarazzante, con un Ayres che non ha proprio il fisico per il ruolo e una Harlow al suo minimo storico.

Se la trama ha indubbiamente diversi spunti interessanti (tutte le storie con un tradimento morale sono sempre affascinanti) il ritmo latita spesso e il risultato è incredibilmente scialbo... duole dirlo ( ma prima o poi doveva succedere) è il primo film di Browning che vedo a non lasciarmi nessuno sentimento positivo, nessuno spunto d'interesse. Non è brutto, è inutile.

venerdì 12 maggio 2017

Un uomo a nudo - Frank Perry, Sydney Pollack (1968)

(The swimmer)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un impresario teatrale (Lancaster) va da alcuni vicini (spieghiamo che stanno su una serie di colline, ognuno con la sua villa, ognuno con la sua piscina), fa un bagno in piscina e gli viene voglia di tornare a casa nuotando. Ovviamente non può farlo in maniera continuata, ma in un senso più da arte contemporanea, decide di recarsi di casa in casa, fare un tuffo in piscina fino a giungere alla propria magione. Lungo il percorso incontrerà persone che faranno affiorare ricordi o che smuoveranno sentimenti in maniera del tutto inaspettata.

Un film on the road... ma fatto di piscine, ma anche un bildungsroman in negativo, dove lo svolgersi degli eventi rende più chiaro lo squallore della vita attuale del protagonista, di fatto aumenta in consapevolezza, ma diviene una persona peggiore.

La trama mostra come a ogni step la vita del protagonista  cambi di prospettiva: sul proprio passato (i fatti del passato i rapporti ormai finiti), la propria famiglia, i propri rapporti sociali e anche su sé stesso. Il tutto in un climax quasi perfetto di tensione fra Lancaster e i personaggi che incontra oltre a una rappresentazione allegorica del tempo atmosferico che si modifica con il cambiamento del personaggio. Climax intenso che cambia radicalmente il mood portando il film da un ambiente leggero, solare e spensierato a uno sempre più tragico e psicologicamente pesante.
La cosa ancora più interessante è che il film scandaglia il passato e i sentimente di una persona senza mai bisogno di rifugiarsi nel flashback o in scene madri (ok, a parte quella con l'ex amante, oggettivamente utile, sinceramente troppo lunga), realizzando proprio quello che il (brutto) titolo italiano esprime, l'anatomia della vita di una persona messa completamente a nudo.

La regia si muove bene, senza enfasi, nelle scene principali gioca un po’ con il dinamismo dell’epoca (diversi movimenti, specie circolari e qualche inquadratura costruita in maniera complessa), ma senza mai strafare. Mentre nelle scene di raccordo fra una piscina e l'altra si sbizzarrisce in idee sempre nuove di messa in scena, per evitare la noia della ripetitività.

Dopo essere stato girato venne messo in un angolo per due anni prima di uscire e, una volta portato in sala, fu un fiasco. DI fatto è un film molto interessante e ben realizzato, ma troppo intelligente per avere successo all'epoca con un protagonista di traino come Lancaster che poteva promettere tutto un altro genere.

PS: regia non accreditata anche di Sydney Pollack che conclude il lavoro iniziato da Perry, ma fatto fuori prima della fine delle riprese.

mercoledì 10 maggio 2017

Il passato - Asghar Farhadi (2013)

(Le passé)

Visto in DVD.

Un uomo torna dalla moglie (lui viene dall'Iran, lei abita a Parigi) per poter firmare le carte dle divorzio e permetterle di risposarsi. Tornando andrà ad abitare da lei per poter stare vicino alla figlia adolescente; li trova anche il figlio di primo letto del nuovo compagno che però, per prudenza, preferirà non stare nella stessa casa. I rapporti sono tesi per alcuni dettagli del passato della coppia, ma soprattutto per lo spettro della prima moglie del nuovo compagno che risulta ancora in coma dopo un tentato suicidio.

Questo film inizia dove finiva il precedente "Una separazione"; inizia con un divorzio, inizia con una serie di eventi già avvenuti che, pertanto, non saranno mostrati. Ma anche qui (anzi, qui soprattutto) Farhadi porta avanti la sua teoria dell'insondabilità della verità.
Anche in questo film tutti mentono, tutti omettono,  ma anche quando confessano ciò che sanno, e anche se sono stati i diretti interessati o gli esecutori di quanto confessato, sbagliano, danno supposizioni anziché fatti accertati o si scopre che sono stati a loro volta ingannati; ma anche quando, finalmente, tutte le carte sono in tavola le responsabilità non possono essere distribuite, moralmente tutti possono essere colpevoli, ma nessuno può essere accusato di aver schiacciato il grilletto. Per la struttura di base sembra un giallo, in cui ognuno apporta un pezzo di verità che cambia tutto ogni volta per poi giungere in un vicolo cieco.
A questo poi si deve aggiungere un'emotività maggiore rispetto alle opere precedenti; i sentimenti per lo più trattenuti (ma che talvolta esplodono) sono costanti e si gonfiano lentamente.


A livello estetico è magnifico, sontuoso, come sempre impeccabile nella regia e, come sempre, parte come un diesel, lentamente, per poi far dilatare le emozioni fino al parossismo, per poi chiudere con delicatezza.
Uno dei registi più coerenti di sempre, uno che porta avanti sempre e solo lo stesso concetto con una capacità e un gusto incredibili.

lunedì 8 maggio 2017

Fantômas. À l'ombre de la guillotine - Louis Feuillade (1913)

(Id.)

Visto in DVD.

In un hotel parigino Fantomas riesce a rubare (con l'astuzia) una preziosa collana a una principessa; nel contempo scompare un lord. Dei due casi viene incaricato l'ispettore Juve che saprà collegarli entrambi al misterioso ladro.

Primo film dedicato al personaggio di Fantomas estremamente famoso in quegli anni grazie alla numerosissima serie di romanzi. Ma è anche il primo episodio di una serie cinematografica a firma di Feuillade, veloce e ingegnoso regista che riuscì a rendere il film un fenomeno di massa (proprio con questa serie). Questo primo episodio è un serial già di per se in quanto il lungometraggio venne distribuito in 4 spezzoni indipendenti; a questo film fecero seguito, in un anno, altri quattro lungometraggi (dalle storie in perfetta sequenza anche se autoconclusive), a loro volta suddivisi in episodi, realizzando un unico, lungo serial.

La cosa che più impressione di questo film è che, pur essendo in presenza di un film con tutti gli stilemi del proprio decennio (camera fissa in sola posizione, attori rivolti verso la macchina da presa, ecc..), la regia riesce a utilizzare tutti gli elementi a disposizione ottenendo un risultato in anticipo sui tempi.
Enorme l'uso della profondità dei set, paragonabile e superiore a quella di Pastrone per la sua "Caduta di Troia" (si pensi soltanto alla scena del teatro dove il palco è visto dalla balconata), una profondità spesso utilizzata per creare coreografie con i corpi degli attori (un personaggio entra in una stanza dal fondo mentre un altro è in primo piano, i due si incrociano nel mezzo per disporsi di nuovo in primo piano ai margini dell'inquadratura).
Uso del montaggio limitato, ma d'effetto, utile a rompere la monotonia delle scene fisse con una ricchezza di dettagli che riesce anche a dare ritmo.
Viraggio delle immagini sempre presente con colori adeguatamente intonati all'ambiente o all'illuminazione.
Le inquadrature sempre perfettamente bilanciate, con personaggi posti centralmente sulla scena che si spostano ai lati per equilibrare l'entrata in scena di un altro personaggio; un'ossessione per il bilanciamento che serve a dare concretezza a delle scenografie realizzate spesso in maniera asimmetrica (per dare più dinamismo all'immagine) con punti di fuga quasi mai centrali
Inoltre la recitazione degli attori che risulta piuttosto contenuta, per quanto lo possa essere quella di attori degli anni '10, e che Feuillade sembra volerlo sottolineare mostrando una attore di teatro che si sbraccia sul palco.
Interessante anche qualche scelta di messa in scena, come l'inquadratura dell'ascensore che sale, mostrando riproponendo lo stesso set per rappresentare i vari piani dell'hotel con la macchina da presa leggermente spostata a ogni piano; una delle prime volte che vedo utilizzare questa soluzione.

venerdì 5 maggio 2017

Bellissima - Luchino Visconti (1952)

(Id.)

Visto in DVD.

Una madre di borgata della Roma dei primi anni '50 si lascia tentare da alcun provini per partecipare a una produzione di Blasetti. Porta la sua bimba che passa la prima selezione; da li entrerà in un vortice di ossessione e personaggi ambigui che cercheranno di favorirla o lucrarci o entrambe le cose.

Partiamo dalle cose fondamentali. Questo film è, prima di tutto, un monumento alla Magnani; recita con una naturalezza che fa sembrare la stessa cosa personaggio e attrice; si mangia ogni scena, tiene banco anche solo con il suo continuo bofonchiare sconclusionato. Forse il film dove l'ho notata e apprezzata di più (mi sa che devo riguardare "Roma città aperta").

Poi dietro alla Magnani c'è un ottimo film. Un film sentimentale, ma con ironia; per 3/4 è divertente, con la protagonista caciarona che si prodiga per far diventare qualcuno la figlia meno che decenne e, senza rendersene conto, si prosegue dentro a una storia di riscatto social attraverso (o per) la figlia (che già di per sé sarebbe da lacrime agli occhi) e che si conclude con un finale agrodolce che è compendio di tutte le attese, esagerato e adatto ad un melò, ma credibile e calzante.
Anche se per me la scena emotivamente più riuscita è il litigio finale fra moglie e marito che richiama tutto il palazzo.

Dietro la macchina da presa, Visconti, si muove con la consueta delicatezza, da vita a una storia dalla cadenza neorealista, ma con quel melodramma in più che fa piacere realizzandola con una fotografia impeccabile.

mercoledì 3 maggio 2017

Sotto l'ombra - Babak Anvari (2016)

(Under the shadow AKA L'ombra della paura)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Pochi anni dalla rivoluzione khomeinista e durante la guerra con l'Iraq, una donna vive in una Teheran bombardata quasi quotidianamente; con una figlia e il marito che viene spostato vicino al confine attaccato. Lei, dal canto suo si vede rifiutare il re-ingresso all'università di medicina a causa delle sue contestazioni negli anni iniziali della rivoluzione. Intanto nel suo condominio gli abitanti se ne vanno ad uno ad uno mentre la figlia comincia a vedere persone che le chiedono di andarsene con loro.

Il film non è esattamente un horror, ma più un dramma che flirta con la paura e crea tensione con i jinn (spiriti della tradizione pre-islamica, nominati anche nel Corano). Ma quello a cui si assiste è, in realtà, il disvelarsi dell'orrore che sta dentro la protagonista, come in "The Babadook"; emblematica la scena iniziale in cui la donna, velata in nero da capo a piedi, si vede rifiutare l'ingresso all'università e, dall'ampia finestra in quella stanza, si vede alzarsi un fumo nero di cui lei sola si accorge. Il film è un horror che mostra esternamente le reazioni di questa donna a un ambiente oppressivo sotto ogni punto di vista, dove l'isolamento e l'abbandono sono protagonisti, un mondo popolato solo da donne (gli uomini sono inutili voci telefoniche o si limitano a morire o rimangono in disparte senza capire la situazione come i poliziotti che contestano la mancanza del velo) in cui lo spirito più inquietante è una donna coperta da un lungo chador.

Alla sua opera prima Anvari costruisce un dramma inquietante e gestito benissimo nel suo peggiorare costantemente, ma riesce anche a costruire un horror da camera assolutamente efficace (di scene che inquietano ce ne sono), ma riesce anche a metterci dentro tutta la critica sociale a un regime teocratico oscurantista mettendolo però come (costante) sottotesto. Infine, alla sua opera prima, Anvari riesce perfettamente a costruire scene affascinanti e originali, giocando di fotografia terrea e mettendo la protagonista in ambienti sempre più cadenti fino a uno scontro tutto giocato dentro al velo della donna misteriosa.

Il cinema iraniano si arricchisce di un nuovo, notevole, autore.

lunedì 1 maggio 2017

Incantesimo - George Cukor (1938)

(Holiday)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Una ragazza di una ricca famiglia newyorkese si innamora di un uomo del popolo, uno che ha sempre dovuto lavorare per vivere. Lo porta a casa per presentarlo come futuro marito ricevendo l'entusiasmo della sorella e del fratello, ma i dubbi del padre. Quando finalmente tutti saranno convinti l'uomo avvertirà che vorrebbe smettere di lavorare per trovare sé stesso (la vacanza del titolo originale) ricevendo gli strali della futura sposa e del suocero, ma l'amore della cognata.

Remake di un film del 1930 è una commedia romantica che non ha nulla della screwball comedy come, invece, ho letto in giro sull'internet (òe quattro capriole di Cary Grant non riescono, da sole, a cambiare il genere di un film) e, pur essendo ambientato nell'upperclass  newyorkese, non è una commedia upper class; al massimo, nella prima parte, riprende il ritmo sostenuto e alcune dinamiche della commedia sei sessi.
Scritto divinamente scorre via con facilità muovendosi nell'angusto spazio di una pura commedia sentimentale (come già detto), ma con una vitalità incredibile che rende la prima parte una delle cose migliore che abbia visto fare da Cukor finora. Nella seconda viene tirato il freno a mano e il film deraglia nel melò perdendo molto, ma pur se sfocia nel sentimentalismo più spinto riesce comunque a mantenersi ad un certo livello. Un insieme di generi ben mescolati che riesce completamente digeribile anche a chi non ha dimestichezza nel sentimentalismo.

Cukor dirige il cast con mano invidiabile rendendo perfetti tutti gli attori e senza lasciare che la coppia centrale sfoci in un mix fra "Susanna" e Romeo e Giulietta.
Non sarà un capolavoro, ma è una delle poche commedie sentimentali che consiglierei senza alcuna esitazione.